
Leonardo Romanelli: @Fabio Credo che si evinca dal
giorgia cannarella: Io ho una vera ossessione per
vincenz: Visto che ti stimo,visto che s
Fabio Cagnetti: Mi spiace molto leggere di que
Qualcuno ha spiegato ai ristoratori che devono fare i ristoratori. Qualcuno ha spiegato ai ristoratori che per convincerci a spendere devono studiare la scienza del menù. Piatti esca, sparizione delle valute, la regola dei 99 centesimi, tutto deve parlare al nostro cuore, colpire l’inconscio. Questo qualcuno è il New York Times, che pochi giorni prima di Natale ha spiegato ai ristoratori che non devono essere solo buttafuori, allergologi, censori dell’abuso di cellulari e fotocamere, confessori, poliglotti e maestri di buone maniere, ma anche fini psicologi.
Il punto è questo. Siccome ogni gestore di mangiatoia ha nel menù il suo biglietto da visita, spetta a quello valorizzare la mercanzia e orientare il cliente. Per cui servono nomi convincenti, aggettivi esotici, nuovi formati, carte e inchiostri particolari.
C’è chi ha tolto il simbolo del dollaro dai prezzi accanto ai piatti perché ha paura che venga vissuto come una minaccia, un modo di dire al cliente che sta per spendere i suoi soldi (la catena americana Huddle House, 400 locali in 17 stati).
C’è chi per aumentare il profitto ha trasformato il piatto tipico del locale in un logo. Chi romanza i nomi spingendosi a chiamare un’omelette “Leggera e soffice omelette del paradiso” (non stramazzate, sono americani) o precisando che il succo d’arancia è “appena spremuto”.
Consigliati i piatti che evocano famiglia e genuinità, il “pane della casa”e il “salame di campagna”, bene quelli descritti in modo suggestivo (secondo uno studio fanno aumentare le vendite).
Poi c’è il capitolo dei numeri. Ci sono cifre meno respingenti, come i dieci, i venti, e i novantanove, ovviamente. C’è un libro, addirittura, I dieci comandamenti per un menu di successo, che spiega come il menù sia la pubblicità che deve convincere il cliente a non uscire con la tasca piena.
Ora, precisato che personalmente 9 volte su 10 chiedo lumi al cameriere senza nemmeno aprire il menù, e che i nomi cervellotici mi fanno venire il mal di testa, quali sono gli elementi di un menù che vi convincono a spendere? E vista dall’altra parte, quella dei ristoratori, quali trovate avete aggiunto al menù per parlare al cuore dei clienti?
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da cliente mi dice molto il tipo di carta su cui e’ stampato e il grado di consunzione della medesima
Non sono molto sicura di essere consapevole di cosa mi convince a spendere. E’ più probabile che sia qualcosa di cui non mi rendo conto.
Però una cosa che sicuramente mi dissuade è una carta molto vasta. Mi rende diffidente e anche più complicato decidere. Tendo a prendere meno cose e selezionare tra quelle meno costose.
Se invece ci sono alcuni menu a prezzo totale fisso in cui non devo preoccuparmi di scegliere cosa mangiare ma solo quanti piatti – noto che quasi sempre scelgo di slancio uno dei menu più grandi, anche se spesso non riesco a finirli!
uh, verissimo … carta vasta, qualita’ scarsa … mi scatta l’equazione
Quoto. A mò d’esempio negativo tengo il menù d’una trattoria romana “turistica”: trenta antipasti, trenta primi, trenta e passa secondi….
Ogni volta che lo caccio fuori mi metto di buon’umore…
il menù dovrebbe riassumere la metà esatta dell’espressione massima della sintesi descrittiva. piatto, prezzo, percorso, vini e acque
più interessante diecirighe su chi é in cucina, cosa fa e filosofia della sua interpretazione alimentare.
per tutto il resto darei voce alla figura degli ‘psicologi del gusto e del desiderio’. essi dovrebbero sempre parlare almeno due lingue correttamente, essere ben vestiti, puliti e non emanare odori sgradevoli. sapere e conoscere quello che stanno facendo non dovrebbe essere un optional riservato a pohi locali.
non amo essere ‘servito’ e preferisco essere accompagnato senza però quella ‘saccenza rituale stile mp3′ a volte invadente e fastidiosa.
un errore, a mio avviso molto frequente, é l’attenzione che il cameriere richiede dopo aver servito la pietanza. dovrebbe essere fatta prima dell’arrivo del piatto a tavola cercando, se il cliente lo desidera, di approfondire nei dettagli.
Giusto: mi arriva il piatto, l’attenzione e i sensi devono essere tutti dedicati a lui. E’ una roba che rasenta la maleducazione.
Non ho capito cosa intendete con l’attenzione che richiede il cameriere dopo aver servito la pietanza. Dite nel caso in cui si fermi a raccontare la rava e la fava sulle origini degli ingredienti e della ricetta…?
si. penso sarebbe più opportuno presentare un po’ prima dell’arrivo in tavola della pietanza.
Con il piatto in tavola ammetto che il dilungarsi sia fastidioso.
Però, una mini-conferenza prima ancora di vedere la pietanza…a me credo sembrerebbe un po’ ridicola.
Magari possiamo trovare un compromesso: che ne dite di…a fine piatto?
Oppure solo un massimo di 5 o 6 parole di presentazione e dettagli solo su richiesta – così ognuno si regola come gli pare!
Mi ci ritrovo molto poco: non sono uno che va al ristorante o in trattoria con l’intento di “spendere” e se qualcuno o qualcosa mi fanno appena appena sentire uno da “imboccare” o sollecitare verso questo o quello, mi ritiro a riccio ed è proprio la volta che non spendo nulla. In linea di massima cerco di spendere il giusto compatibile con la mia felicità, e non è detto che questa corrisponda alla spesa massima possibile.
Braccino corto o semplice capacità di adattamento, anche se sicuramente l’articolo si riferisce a grandi catene, a menu sterminati rilegati in plastica, a camerieri col nome sulla targhetta… non è il nostro caso.
Non sono d’accordo neppure sull’uso dei termini “contadino, delle nonna, della mamma, nostrano, di una volta” eccetera: anzi, se un locale li esibisce, passo oltre o mi irrito.
Mi convince di più il discorso dei prezzi rotondi e soprattutto l’osservazione sui .99 cents, che fa tanto Bata e sicuramente dà un’idea poco professionale, quasi di umiliazione per il cuoco o il ristoratore.
Insomma di solito si va preparati, pur preferendo menu brevi, dove possibile scritti a mano, con prezzi chiari e degustazioni ammesse e consigliate: forse l’unica cosa che il ristoratore può indurmi a scegliere con qualche ammiccamento lessicale o di fantasia sono i dolci. Se non mi incuriosiscono, infatti, li salto.
Non credo di essere un buon cliente dal punto di vista economico, sarà la Liguria e una recalcitrante timidezza che sconfina nella presunzione: non sono “dessert” né “aperitivo”, forse un po’ “ricetta” ma certamente aborro il cliente “barbecue”. Lasciatemi in pace, lasciamoci in pace: basta esser sereni e semplicemente appassionati del proprio lavoro. Il resto vien da solo.
quoto gumbo. pochi piatti ma concreti (massimo 5 scelte per ogni sezione), menu senza foto (mica siamo in una catena di montaggio), prezzi chiari (anche nei menu delle signore, please), personale informato sulla natura dei piatti. invece la carta delle acque mi sa di presa in giro…
le signore hanno un menù a parte???
in base a cosa? alla lunghezza delle chiacchiere o delle gonne esibite?????? lol
la lista mi piace non sconfinata ma bella corposa.
l’ideale per me è si 5 piatti ma ,ad esempio, 5 antipasti di terra e 5 di mare, 5 primi di terra e cinque di mare e via cosi’.
significativa di grande impegno.
in 5 soli piatti per categoria rischio di trovarne solo 1 che mi intrighi e quindi mi impone di fatto una scelta obbligata.
si alla lista delle birre ed anche a quella delle acque minerali, che non trovo affatto ridicola(de gustibus).
ed importantissima pure quella dei caffè.
sui dessert sono piu’ tollerante.spesso manco le guardo. per solito quando arrivo li’ son già strasazio e tiro per un sorbetto.
a meno che sia in posti modello don alfonso dove, giunto ai dolci, decido per un caffe ed una passeggiata…. poi torno dentro e mi li sbafo tutti ma proprio tutti. ma questi sono casi rari….
Il mio ideale sarebbe ancora più drastico di butter_fly: 2 scelte per ogni sezione. Oppure due o tre menu “fissi”.
Però 5 per sezione è ancora accettabile. 10 per me è già troppo!
Alla Frassica: ogni ristorante ha il suo menu. La carta rappresenta il ristorante, la sua linea, la sua professionalità ed è lo specchio del suo standard.
Personalmente dovrei rispondere in due vesti, una è quella di cliente, l’altra di consulente in tali aspetti.
Il mio essere cliente è molto rilassato, chiede poco, guarda il menù perché glielo portano, si affida molto al locale ed al personale, insomma, lascia libero il ristoratore di fare un po’ come gli pare perché tanto come cliente ho solo necessità di stare bene, tranquillo, godermi il momento e non pensare a nulla.
A livello professionale, invece, debbo notare tutto. Già anni fa, in un corso che tenevo, al menù era dedicato tanto tempo, così come è un corso a parte il servizio in sala, che per me è la forza vendita a tutti gli effetti ed ha il menù quasi come una brochure del prodotto ma che deve essere illustrato prima bene, con chiarezza, e capendo cosa il cliente ha bisogno di sentire, per questo dedico molto tempo anche alla Comunicazione Non Verbale, che a tavola è importante come pochi posti. Perciò, soprattutto in un’epoca di internet, modelli Word e stampanti a pochi euro, non tollero locali con menù consumati, scritti a mano, implasticati, pieni di errori, non rinnovati, non coordinati con il locale, insomma, con tutta una serie di punti non rispettati che, per seguirli, oggi è veramente solo una questione di pigrizia o di sciattezza non fare. Non c’è più bisogno di andare da un tipografo per avere un qualcosa di presentabile e chiaro, per cui oggi su certe cose penso che un po’ tutti gli appassionati non debbano transigere. Poi, come il cameriere presenta e quando presenta, è un’arte a sé, per me è addirittura una scienza e le lezioni in tal senso si sprecano. In un approccio aziendale, dove la cucina è la produzione e la sala la forza vendita, i materiali di supporto alla commercializzazione sono fon-da-men-ta-li. Devono esprimere cura, indipendentemente dal prezzo medio del locale (vedere sempre McDonald’s….), pulizia, aggiornamento.
Devono avere delle note distintive, attrattive, legate all’immagine coordinata del locale. Per esempio: nel menù di un amico, qui a Roma, mi è rimasta impressa tempo fa la sua nota di ringraziamento al suo secondo in cucina, straniero di origini afro-umbro-tracamano-cubane peraltro (lo specifico per la gioia dei leghisti), scritta in verticale tra le pagine del menù, per l’esecuzione delle sue ricette. Non sono favorevole, perciò, ai nomi di fantasia scarsamente descrittivi di quello che portano in tavola, magari senza poi avere un minimo di dettaglio degli ingredienti e di storia del piatto, per i posti più sofisticati.
Mi sembra che il NYT abbia fatto un poco la Sagra dell’Ovvio, tarato su una realtà diversa dalla nostra.
A me convince a spendere la cura di tutti i particolari, nell’insieme e nella coerenza del locale, senza sbavature o eccessi fuori luogo. Anche nel piccolo e nell’economico si può avere una dignità di proposta che spesso non si trova neanche in locali di alto livello, e credo che questa sia una esperienza comune a molti se non a tutti.
Il problema è avere la mentalità aperta da parte dei ristoratori, non rifiutare a priori le novità, spendere un pochino per adeguarsi e non ostinarsi a non andare manco da Buffetti per sostituire il portamenù a buste che ormai perde i pezzi di plastica secchi ad ogni apertura ed è così sporco che manco tutta la Ecolab riuscirebbe più a sanificarlo… e poi ti chiedono magari 20 euro per un primo.
Pingback: Cambiano i menù dei ristoranti | Come convincere il cliente a … | Ristoranti Roma
Totalmente d’accordo con chi diffida di liste chilometriche…
Aggiungerei che non mi piacciono neppure i menù scritti in 800 lingue diverse e neanche quelli impaginati in modo troppo fantasioso!
A me piacciono i locali con un menù semplice e non troppo eclettico (concordo con il fatto che su 5 piatti magari mi intriga solo 1), ma mi chiedo anche: mica esiste solo il modello McDonald, tutti i piatti tutti uguali sempre e dappertutto?
Personalmente adoro i posti dove i piatti specifici di quel giorno (perché improvvisamente c’erano delle zucchine buonissime, o altri ingredienti stagionali), i posti dove lo chef pensa al menu del giorno mentre fa la spesa. E quindi con i piatti scritti sulla lavagna o esposti a voce dal cameriere, che possibilmente li ha pure assaggiati.
A me onestamente sentire da una collega che lavora all’Hilton come supervisore di sala nel loro ristorante fiore all’occhiello (e che davvero consiglio tranne che per i gruppi)che la mensa personale è gestita a parte da una società apposta fa cadere le braccia. Cioè, servi roba che manco hai assaggiato? Chi se le inventa certe cose?
Mah.
Se stai parlando della Pergola (non si capisce se parli di Roma e in ogni caso l’albergo non è più Hilton) non ci vedo cosa ci sia di strano.
Fatti dire dalla tua amica quanti sono i dipendenti tra sala e cucina e ti renderai conto che per un ristorante di quel livello è assurdo organizzare quotidianamente quello che sarebbe a tutti gli effetti un banchetto interno.
Per quanto riguarda l’assaggiare i piatti che si preparano, i cuochi probabilmente lo fanno in cucina e penso che anche parte del personale di sala abbia questa possibilità/obbligo.
In nessun posto di buon livello il personale mangia il menu riservato ai clienti e la cosa non dispiace neanche al personale stesso, anche perché un conto è provare e un conto è mangiare la stessa cosa per mesi.
Chiedo scusa per l’OT