Con il nuovo look Starbucks vuole farci credere di non essere Starbucks
Trovate il tempo di svolgere un piccolo esercizio, oggi. Dirci se Starbucks vi piace o no, e perché. Siccome oggi è venerdì, il tempo stringe bla bla bla, vi diamo un aiutino. Mi piace Starbucks perché. 1) Perché ha catturato l’atmosfera dei bar italiani e l’ha trasferita in una catena di caffetterie che da Seattle ha conquistato l’America e il mondo. 2) Perché i locali non sono solo luoghi dove gustare un caffè, ma il posto giusto per incontrare un amico, leggere un libro, collegare il proprio computer a Internet. Non mi piace Starbucks perché. 1) Perché è pura omologazione. Pensate se i bar delle città italiane fossero tutti uguali, appartenessero alla stessa persona, avessero il medesimo servizio, il caffè, la densità della cioccolata. Bleah.

Avete ragione tutti, mi piace e non mi piace. Ma l’eccesso di omologazione è il vero motivo per cui Starbucks sta cambiando. Trascinata da una crisi che ha costretto alla chiusura centinaia di caffetterie e tagliato 10.000 posti di lavoro. Oltre a cancellare la percezione di una compagnia magica, capace di crescere senza fine.
E come sarà la nuova Starbucks? (ammesso che sopravviva alla crisi).
Così.

E così.

Basta con lo sterile concetto dei negozi tutti uguali, l’idea è far sembrare le nuove caffetterie dei piccoli gioielli di quartiere dallo stile rustico ma soprattutto eco-friendly. Lampade a basso consumo energetico, impiego di materiali riciclati negli arredi, pelle italiana per i divani e acciaio nei grandi tavoli.
Più attenzione allo spirito originale delle coffehouse, chicchi di caffè e foglie di te in vista, espresso di qualità fatto usando macchine manuali, vendita di vino e birra, musica dal vivo e reading di poesia. Ritorno al logo originale della catena e la scelta più bizzarra (leggi: debole). Un nuovo nome: 15th Avenue E Coffee and Tea. Accompagnato dalla scritta: “Inspired by Starbucks”.
Che ne dite? Vi piace questa direzione? Andreste volentieri in locali di questo tipo?
Nel video, Tim Pfeiffer, designer delle nuove caffetterie Starbucks, racconta il negozio aperto a Londra lo scorso 6 Novembre.
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Di food-chains che usano concept-store diversi a seconda del luogo ce ne son già, e magri il luogo può anche essere carino, accattivante, trendy … insomma, può piacere, pero poi – alla fine – quello che mangi o bevi a seattle è lo stesso di new delhi o Mexico City (anche se c’è più attenzione alle materie e ai macchinari).
Siamo sempre lì … il cibo è omologato. Per alcuni andrà bene … a me no! In fondo la nostra ricchezza è proprio la diversità e la numerosità di chi – a diverso titolo – vende da bere o mangiare.
Ad maiora
Fabrizio
No, non ci vado. Qui ce ne sono diversi, tutti uguali, e mi opprime solo l’idea. Oltretutto il W-lan non è gratis, mentre in altri bar sì.
Ci sono andata una volta sola, due anni fa, a Barcellona. Ero con Siegfried, eravamo curiosi ed abbiamo provato un frappè che s’è rivelato una sbobba pesantissima a base di grasso ed aromi artificiali. Se penso, poi, che gli mettono dei nomi ibridi dal suono vagamente italiano, mi sento pure defraudata.
E poi c’è un’altra cosa che mi sta immensamente sullo stomaco: la carità pelosa, tutti questi cartelli “noi aiutiamo i Paesi del terzo mondo”, “da noi caffè fair trade” e via discorrendo, e poi basta leggere NoLogo per scoprire che i loro dipendenti sono pagati malissimo. Ma per carità!
Io da Starbucks ho anche lavorato…certo c’è un pò di diffidenza verso tutto ciò che è omologato, simile..io, personalmente, cerco di vedere la parte positiva, un comune denominatore che mi faccia sentire a casa dovunque io sia. Confesso…mi mancano le chiacchierate con i miei amici over a Mocha, il cappuccino e giornale la mattina oppure il mio iced coffee dopo la palestra. Sia che fossi a Chicago o San Francisco…tempi andati che ricordo con piacere.
Ma ora la risposta alla domanda….si, ci andrei per una serie di ragioni. Sebbene non abbia condiviso la politica di espansione di Starbucks (definita cannibalism proprio dalla Klein con conseguente soppressione di molti piccoli café), modello di successo dell’economia capitalistica, è anche vero che Starbucks è considerata oggi tra le migliori compagnie per cui lavorare (http://money.cnn.com/galleries/2009/fortune/0904/gallery.f500_bestcos.fortune/15.html). Il cambiare, il cercare di catturare il trend in atto, il coraggio di pensarlo e farlo fa parte dello spirito americano ed è uno spirito che ammiro molto.
Quindi questo cambiamento potrebbe portare proprio ad un ripensamento sull’omologazione, concetto tanto odiato anche se invece di combatterlo, uno si dovrebbe domandare come mai ha poi così tanto successo.
[...] ci sono perfino siciliani che dicono: “indennette”. 6 – Con il nuovo look Starbucks vuole farci credere di non essere Starbucks. 7 – Questa settimana vi abbiamo raccontato 30 anni di storia della tavola [...]
è chiaro che è il modello STARBUCKS che è entrato in crisi, all’inizio poteva prevalere il senso di sicurezza dato dalla serialità del fenomeno (un pò come Mc Donald), ovvero ovunque ti fossi trovato nel mondo, per gli amanti del genere, bastava la vista del brand STARBUCKS per essere rassicurati in merito al fatto che non avresti avuto sorprese ed infatti a Cincinnati come a Shangai, a Oslo come a Capetown la ricetta sarebbe stata immancabilmente la stessa. Non sarà che gli “experiencers” dopo un pò si siano colmati di questo senso di sicurezza, che in fondo era la sicurezza di non trovare nulla di diverso. Si accenna al fatto che si fosse “catturata” l’atmosfera dei bar italiani, ma non sarà stata piuttosto “l’idea” che gli americani hanno dei bar italiani? facendo un parallelo mi sembra un pò l’esperienza che molti di noi forse hanno fatto cercando di mangiare gli “spagetti bolognesi” o “pasta carbonara alla panna” all’estero? Ma a prescindere da quest’ultima osservazione è proprio il modello che mi sembra in crisi, viene a mancare “il gusto per l’esplorazione” per il piacevolmente inaspettato, che forse molti oggi invece cercano proprio per l’eccessiva omologazione ed il fatto stesso che si cerchi di non replicare gli stessi locali la dice lunga.
STARBUCKS è un brand in tutto e per tutto made in U.S. a cominciare dal naming per finire proprio sull’offerta (mai visto bar italiani servire il caffè in contenitori di carta persino da tre quarti di litro!) con una serie di opzioni ben poco italiane (caffè freddo servito bollente con l’aggiunta di ghiaccio dalle dimensioni di un iceberg) ed anzi molto da America, non ultimo quella dei dolci, per lo più stucchevoli, molto speziati (zenzero e cannella a quintali) e alla fine che sanno tutti allo stesso modo (un pò come le insalate Mc Donald)
Insomma se è il modello in crisi, non vedo di quale utilità possa essere il riproporlo sotto mal celate vesti, per giunta con un brand endorsement (che è in sostanza il “inspired by Starbucks”) dovrebbe essere il contrario semmai “non-inspired by Starbucks” , senza contare l’effetto confusorio che suddetto tipo di operazione può produrre. A mio avviso è il caso di pensare ad un re-branding serio, totale, ponderato e assolutamente ben inspirato, ma con questi presupposti nutro i miei seri dubbi. Vedremo cosa esce fuori .
Starbucks, rispetto alla media dei caffè americani (perchè a parte avere qualche negozio in europa o nel resto del mondo per far sentire a casa gli americani la maggioranza dei negozi è in america) ha una cosa fondamentale: E’ BUONO. Non rispetto ad un espresso di un bar italiano, ma rispetto alla media degli altri caffè americani (che siano di catene famose o di baretti squallidi da film) è di un livello non superiore, ma molto, molto di più.
Il resto è accademia, differenziazione e strategia commerciale, ma sotto sotto c’è un prodotto di qualità elevata da cui partire ed una cura nella preparazione che ha il suo cardine proprio nella standardizzazione.