La CIA (critica indipendente e anonima) vi spia.
Qualunque critico che si rispetti riceve regali. Il critico musicale di Repubblica, Gino Castaldo, per dire, da ragazzo l’ho sempre invidiato: io spendevo una fortuna in dischi e concerti lui certamente no. A lui l’ultimo ellepì dei Pink Floyd lo spediva direttamente a casa Roger Waters e pure in anteprima (Ehi Gino, what do you think about?). Fattomi grandicello ho invidiato via via i critici cinematografici e quelli letterari, che ho sempre immaginato sommersi da valanghe di libri. Aggratis. Con questo passato da psicoterapeuta volete che ora mi stupisca per quattro cene offerte ai critici gastronomici? Via, siate seri: ce lo vedete Stefano Bonilli travestito con baffi e naso finto per non farsi riconoscere dai cuochi? Già, i travestiti.
Dico subito che Lapo non c’entra: qui parliamo di giornalisti enogastronomici che, appunto, con abbondante trucco e parrucco, dovrebbero presentarsi in incognito nei ristoranti manco fossero spie dell’intelligence: solo così sarebbe garantita la correttezza dell’informazione, recitano i moralisti di turno, e mi raccomando pagate il conto! Ma davvero siamo convinti che un buon ispettore delle guide debba recensire il lavoro di un cuoco in incognito e senza conoscerlo di persona? Maddai!
Personalmente sono più affezionato al modello del cattivissimo Anton Ego: ingresso teatrale nel ristorante e allo chef tremano anche le mutande. Uno duro, arcigno fino al primo boccone di proustiana Ratatouille, che provoca in lui lacrime di nostalgia. Tornato umano e bambino vuole conoscere il cuoco e si ritrova davanti un sorcio.
“Si ma così facendo lo chef tenterà di compiacere l’”Anton Ego” di turno portando in tavola il meglio” Direte voi. Se ce la fa, rispondo io. Se il cuoco è una schiappa e i gamberi surgelati, non c’è carineria che tenga: il critico bravo lo capisce. E se il critico è bravo, non basterà una cena a fargli cambiare idea.
Ecco il motivo per cui a me non interessa sapere se il critico paga la cena, come letto in un commento lasciato sul blog di Marco Bolasco (direttore della guida Gambero Rosso)
“Non credo che interessi sapere se il tale libro recensito da Coltroneo (hem, Cotroneo) sia stato regolarmente acquistato… se il disco recensito da Luzzato fegiz sia stato regalato… se il film recensito da Fofi sia stato visto ad una proiezione a inviti o in sala.”
Non so come la pensate voi ma io la vedo così.
Perfino Ruth Reichl, direttrice della rivista americana Gourmet, che si è resa irriconoscibile con decine di travestimenti quando era critico gastronomico del New York Times, oggi ironizza sul suo passato. Guardate il video e capirete.








Vorrei sapere da Vizzari come si mangia da Roadhouse, la catena di bisteccherie del Gruppo Cremonini.
Scusa Carlo, ti dispiacerebbe essere più preciso? Io credo di aver capito a cosa ti riferisci, i nostri lettori magari no.
Semplicemente che nella Guida dell’Espresso, se non sbaglio, compaiono anche segnalazioni e recensioni di questi locali. Io non ho nulla contro le catene, ma mi chiedo; perché quella di Cemonini sì e, tanto per dirne una, McDonald no? E aggiungo: nel giudicare Roadhouse (che pure compare senza voto in guida) sono stati seguiti gli stessi criteri usati per giudicare Don Alfonso? Un’ulteriore considerazione: è noto a tutti, credo, che del gruppo Cremonini fa parte anche la Marr che è uno dei più cospicui fornitori dei ristoranti italiani. Mi pare un cortocircuito che avrebbe bisogno di una qualche spiegazione. Anche perché il target di Bottura – lo cito perché è lo chef che maggiormente è stato tirato in ballo , secondo me a sproposito, in questa querelle – non è precisamente, credo, quello delle bisteccherie e dunque non vedo come una guida che esprime giudizi e recensisce i ristoranti di maggior caratura debba occuparsi di catene di ristorazione collettiva. Non è vietato, certo, ma è , almeno per me, anomalo. In altri blog Vizzari – la cui competenza come gastronomo e anche come manager editoriale e dunque giustamente preoccupato della diffusione e dei fatturati delle pubblicazioni che dirige è fuor di dubbio – spiega come egli valuti i ristoranti solo dalla proposta di cucina. Ne devo dedurre che le bisteccherie di Cremonini sono il massimo della ristorazione collettiva visto che sono le uniche citate. E vorrei sapere da colui il quale ha inserito i locali in guida – non avendo mai pranzato da Roadhouse, ma ripromettendomi di farlo – se questa mia deduzione è corretta. Tutto qua. Sapete in tempi di crisi si cerca di spendere un po’ meno per mangiare fuori e l’autorevole parere di un critico è sempre confortante. Perché tutti – chi più chi meno – teniamo famiglia.
Ma è di questo che sta parlando. sig. Cambi?
http://blog.gamberorosso.it/archiviokelablu/node/1141
Buongiorno a tutti, dunque per criticare qualcosa ,specialmente un ristorante, con tutto quello che comporta la definizione ristorante e dei vari tipi di ristorante, bisogna valutare le componenti del ristorante, quindi per fare un’analisi, bisogna prima di tutto aver collaborato, lavorato, magari gestito un ristorante, insomma: non si può essere solamente un laureato o peggio un giornalaio per giudicare un artigiano dei fornelli o un grande chef! Ma bisogna almeno “masticare” il lavoro che si sta criticando. Ciao.
Sì signor Merra si tratta di quello. E’ solo una constatazione, niente di più, ma neanche niente di meno. Di constatazioni come quella, se si vuole, se ne possono fare molte altre… ad esempio discutendo di marketing. Il che non vuol dire che non sia lecito. Ci mancherebbe. E’ solo che forse le cose vanno un po’ relativizzate: i giudizi, i concorsi, i punteggi. Vede si discute molto della critica d’arte, di quella musicale accostandola a quella gastronomica. Tutte le considerazioni svolte hanno legittimità, ma resta un fatto: quando ci si occupa di cibo entra in ballo Feurbach che ci ricorda: “Siamo ciò che mangiamo”. Con tutte le considerazioni di tipo salutistico, culturale, antropologico, economico che ne conseguono. Non vorrei che in Italia dove si producono – talvolta – ottime mozzarelle la bufala diventasse il piatto e la prassi nazionale. Dunque secondo me il critico gastronomico – e io di mestiere faccio solo il cronista – ha qualche obbligo di trasparenza in più per due ordini di motivi: perché il suo messaggio incide su un bisogno incomprimibile che è il nutrirsi, perché il suo messaggio condiziona in modo immediato tanto il facitore quanto il fruitore di cucina. Non così è, a parere mio, per la critica applicata ad altre attività umane.
Mi sta dicendo che Vizzari, consigliandomi la catena Roadhouse mi ha consigliato dei prodotti alimentari scadenti? C’è qualcosa che Vizzari ha omesso nella sua recensione?
Non le sto affatto dicendo questo. Anche perché non essendo mai andato da Roadhouse non saprei proprio dirle se ci sono state delle omissioni. Constato solo che essendoci in Italia molte catene che fanno ristorazione collettiva non riesco a capire perché l’Espresso abbia scelto quella e solo quella. Per quanto riguarda la recensione posso solo qui “copiainccollarle” quella che riguarda il Roadhouse di Rozzano vicino a Milano comparsa sul sito Appunti di Gola: “Precipitato nella notte incombente di un modesto lunedì d’ottobre, mi rassegno a svoltare nel parcheggio molto razionalistico del Roadhouse, non senza un filo di pregiudizio.Poi t’accolgono efficienti sulla porta, le ragazze con la teeshirt rossa, e ti accompagnano al tavolino piccolino tutto pulito tutto in ordine. E tutto l’armamentario texmex, a partire dai secchielli d’arachidi e i nachos che arrivano by-the-way.
Ordino la bistecca più succulenta, 340 grammi di controfiletto eccetera: ma non serve ricordare, ci sono le foto. Certo il coltello che arriva è impressionante, una specie di machete da thugs di Sarawak: peccato non tagli. Il ribeye arriva velocemente, con un’insalata immancabilmente decorata dal perfido mais. E’ morbidissimo: ma ahimè dal sapore timido e introverso. Ineluttabile invece l’inconfondibile aroma di piastra rovente e di grasso vulcanizzato, digestione da anaconda acclusa. L’organizzazione è efficiente, se ami il sottofondo bluegrass jingle jangle, le seimila tv accese a volume spento e le ragazze ciondolanti a pancia scoperta. Noi, noi no.” Ecco vorrei capire da Vizzari come si concilia il discettare sulle cotture di Iaccarino, di Bottura, il narrare gli ingredienti Uliassi, il duettare sul servizio di Pinchiorri con il dare rilievo per 13 volte (tante sono le città dove è presente Roadhouse) alla catena di bisteccherie del Gruppo Cremonini. Ma ripeto si può fare di tutto. Magari aggiungendo: a cura del servizio PR della Manzoni.
Come si conciliano le diverse recensioni magari glielo spiegherà Vizzari in persona. Io mi limito ad osservare che la ristorazione italiana non è fatta di quei soliti 4 o 5 nomi, ma di migliaia di ristoranti. Lei lo sa bene perchè la sua guida è piena zeppa di trattorie sotto i 30 euro: non sono ristoranti anche questi?
Signor Merra, non può paragonare le tante “trattorie sotto i 30 euro” come dice lei con una catena stile tex mex. Ciao Merra e apra gli occhi!