di | ven 08 mag 2009 ore 8:47
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conti pagati

La CIA (critica indipendente e anonima) vi spia.

critico_misteriosoQualunque critico che si rispetti riceve regali. Il critico musicale di Repubblica, Gino Castaldo, per dire, da ragazzo l’ho sempre invidiato: io spendevo una fortuna in dischi e concerti lui certamente no. A lui l’ultimo ellepì dei Pink Floyd lo spediva direttamente a casa Roger Waters e pure in anteprima (Ehi Gino, what do you think about?). Fattomi grandicello ho invidiato via via i critici cinematografici e quelli letterari, che ho sempre immaginato sommersi da valanghe di libri. Aggratis. Con questo passato da psicoterapeuta volete che ora mi stupisca per quattro cene offerte ai critici gastronomici? Via, siate seri: ce lo vedete Stefano Bonilli travestito con baffi e naso finto per non farsi riconoscere dai cuochi? Già, i travestiti.

Dico subito che Lapo non c’entra: qui parliamo di giornalisti enogastronomici che, appunto, con abbondante trucco e parrucco, dovrebbero presentarsi in incognito nei ristoranti manco fossero spie dell’intelligence: solo così sarebbe garantita la correttezza dell’informazione, recitano i moralisti di turno, e mi raccomando pagate il conto! Ma davvero siamo convinti che un buon ispettore delle guide debba recensire il lavoro di un cuoco in incognito e senza conoscerlo di persona? Maddai!

Personalmente sono più affezionato al modello del cattivissimo Anton Ego: ingresso teatrale nel ristorante e allo chef tremano anche le mutande. Uno duro, arcigno fino al primo boccone di proustiana Ratatouille, che provoca in lui lacrime di nostalgia. Tornato umano e bambino vuole conoscere il cuoco e si ritrova davanti un sorcio.

“Si ma così facendo lo chef tenterà di compiacere  l’”Anton Ego” di turno portando in tavola il meglio” Direte voi. Se ce la fa, rispondo io. Se il cuoco è una schiappa e i gamberi surgelati, non c’è carineria che tenga: il critico bravo lo capisce. E se il critico è bravo, non basterà una cena a fargli cambiare idea.

Ecco il motivo per cui a me non interessa sapere se il critico paga la cena, come letto in un commento lasciato sul blog di Marco Bolasco (direttore della guida Gambero Rosso)

“Non credo che interessi sapere se il tale libro recensito da Coltroneo (hem, Cotroneo) sia stato regolarmente acquistato… se il disco recensito da Luzzato fegiz sia stato regalato… se il film recensito da Fofi sia stato visto ad una proiezione a inviti o in sala.”

Non so come la pensate voi ma io la vedo così.

Perfino Ruth Reichl, direttrice della rivista americana Gourmet, che si è resa irriconoscibile con decine di travestimenti quando era critico gastronomico del New York Times, oggi ironizza sul suo passato. Guardate il video e capirete.

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54 commenti a La CIA (critica indipendente e anonima) vi spia.

  1. avatar Bacco

    non sta mica male il Diretur con i baffoni da Groucho…

  2. Sarebbe come domandarsi se una determinata Ministra occupa una determinata poltrona solo perchè ha passato gli scritti o se ha dovuto anche fare l’orale

  3. Eppure Antonio, questa storia fa presa un po’ su tutti…

  4. avatar nicola a.

    Questione molto delicata. Io sono per l’incognito, o per la visita a sorpresaa. Credo che così si possa comunicare il reale standard qualitativo, cucina-sala. Quello che troerà l’ospite.

  5. avatar massimo lanza

    incognito, ma avete idea di quanto siano bravi i ristoratori a beccare gli ispettori delle guide ?
    avete idea che non bastano falsi nomi e travestimenti per l’occhio esperto del ristoratore !
    avete idea che i ristoratori più scafati hanno perfino un database con tutti i nomi dei critici e dei collaboratori che appaiono sulle guide a cui aggiungono scambiandosi le informazioni tra di loro i pseudo con cui il critico famoso ha prenotato in un altro locale, non si sa mai ?
    sapete che non appena un ristoratore avvista/riceve visita di un ispettore si precipita ad avvisare i ristoratori amici in zona ?
    l’incognito è una favola che funziona solo per quelli alle prime armi, il locale appena aperto dal ragazzo di buona volontà !

    per il resto se un ristoratore ti riconosce, mica dall’alto, come per qualcun altro, arriva l’unzione della provvidenza che trasforma lo chef da schiappa in bocuse !!
    può dirti magari che i gamberoni che hai scelto sono terminati, ma mica sei scemo da non capirlo che invece non vuole proprio darteli ! soprattutto se te lo dice un cameriere imbarazzato dopo aver preso la comanda!

    e anche sul servizio, quello è, peggio se ti accorgi che ci sono troppe attenzioni al tuo tavolo mentre gli altri hanno un trattamento normale !!

    ancor più stupido pensare che se offri la cena magari hai un trattamento di riguardo ! per due motivi il primo che non ti vendi certo per un centinaio di euro che peraltro ti rimborserebbero ! il secondo motivo è ancor più semplice, le guide fanno ruotare i loro ispettori, se un ristorante lo fai quest’anno non ci ritornerai prima di altri tre anni almeno e quando ripasserà un collega a giudicare quel localke non rischi certo la faccia per un pranzo !! ma dai siamo seri, non parliamo poi dei ristoranti più conosciuti, dove di ispettori vuoi per lavoro vuoi solo per il semplice piacere ne passano decine in un anno !!

    ma di che parlano questi signori !!

  6. A Veronelli chiedevano sempre come potevano essere efficaci le sue recensioni visto che quando entrava in un ristorante veniva ovviamente riconosciuto all’istante.

    Lui rispondeva che non faceva differenza. Lo chef in cucina era quello. Gli ingredienti pure. Mica si poteva inventare qualcosa su due piedi apposta per lui o procurarsi materie prime migliori in 10 minuti.

    Ok ok, l’aneddoto è vecchio e famosissimo… però sempre attuale.

  7. avatar Maurizio

    L’analogia con il critico musicale o cinematografico non è corretta. Se viene riconosciuto, un critico gastronomico non solo può ottenere un livello di servizio completamente diverso, ma anche, specie in un ristorante di pregio, un’attenzione maggiore. Addirittura l’uso di ingredienti diversi nei piatti che gli vengono serviti.

    • avatar CostaBrava

      > Se viene riconosciuto, un critico gastronomico non solo può ottenere…

      BALLE! Leggende metropolitane!
      Letteratura…

      :-D
      Braccia spalancate, bocca aperta, gambe in movimento. Il proprietario di Le Cirque puntò dritto verso il nostro tavolo gridando a polmoni spiegati. «Lei è Warren Hoge», disse con tono di rimprovero rivolto al mio ospite.
      «Sì» ammise Warren (giornalista del NYT, ndr) contrito.
      «E come ho potuto far sedere qui Warren Hoge?» chiese il signor Maccioni. Era un atto d’accusa, come se quella scorrettezza fosse in qualche modo colpa nostra.
      «Dovete permettermi di trasferirvi a un tavolo migliore».
      Eravamo a fine pasto, praticamente a metà dessert, e non avevamo la benché minima voglia di alzarci. L’offerta venne declinata. Ma Sirio Maccioni, afflitto per non aver trattato con il riguardo dovuto un personaggio così importante, insistette. Guardò Michael. Guardò la moglie di Warren. Guardò me. Non riconoscere un personaggio importante rappresenta una grave mancanza per l’onore di un ristoratore, e Sirio Maccioni intendeva riscattare la propria onorabilità. Alla fine dovette incassare il nostro rifiuto, ma quando si rassegnò ad andarsene, si lasciò alle spalle un esercito di camerieri con la precisa istruzione di bombardarci di dolci.
      Fu un attacco implacabile. C’era un fornelletto con piccole ciotole di cioccolato e una compagnia di pagliaccetti di zucchero. C’erano torte favolose e piccola pasticceria con decorazioni deliziose. E c’era dell’altro. «Guardate» dissi. Con la mano destra reggevo un tortino di lamponi appena arrivato in tavola; con la sinistra, quello che stavo mangiando poco prima.
      Nessun dubbio: i nuovi lamponi erano grandi il doppio dei vecchi.
      «Pensi che in cucina ci sia qualcuno addetto alla selezione dei lamponi a seconda dello status sociale dei clienti?» mi chiese Michael.
      «Benvenuta a New York» mormorai con un sospiro.

      Ruth Reichl, Garlic and Sapphires

      Mh…
      ero indeciso su quale stralcio copincollare: se questo, appunto, oppure quello della cena seguente, sempre a Le Cirque; «Il re di Spagna sta aspettando al bar, ma il suo tavolo è pronto»

  8. avatar Viola

    Concordo pienamente con Antonio Tomacelli, Massimo Lanza e Aureliano: questo scandalizzarsi perché un ispettore viene riconosciuto è davvero ridicolo. Ci si stupisce perché non si sa di cosa si parla. Perché non si conosce la materia. Ed è evidente che la ristorazione è un mondo sconosciuto soprattutto per Striscia la Notizia.

  9. Non è vero, Maurizio. Questo avviene al massimo in trattoria o nei ristoranti col “pesce in vista” prendendo il più bello per il cliente migliore. Nelle cucine e nelle sale dei grandi ristoranti le cose girano come macchine rodate e predefinite e i piatti non si possono cambiare più di tanto. Oltretutto un buon critico è in grado di accorgersi perfettamente di attenzioni fatte solo per lui. Se è bravo.
    Su questi argomenti (come avvenuto in passato) sono pronto ad approfondire e confrontarmi perché ho un po’ di esperienza.

  10. A me sembra che sia assolutamente limitante e fuorviante parlare di film, libri o cene gratis, mentre la questione è ben diversa. Nel mondo del cinema, tutti vediamo i film a gratis alle proiezioni, ma solo pochi vengono invitati ai junket a Londra o a Parigi (aereo + albergo minimo 4 stelle pagato dalla major di turno). E fonte molte affidabile mi dice che agli eletti tra gli eletti una casa di distribuzione a Natale scorso ha mandato degli schermi al plasma. Ovvio che nessuno tira fuori questi soldi per vedersi massacrare i propri film. Ergo, a me che un critico gastronomico paghi o meno il conto interessa relativamente, così come la questione dell’anonimato, che da quello che so vale più per la Michelin che per le altre guide (che cambiano poco i loro referenti regionali, che così ovviamente diventano conosciuti). Alla fin fine, il discorso è sempre quello: provo i consigli di una guida, se mi convince non me ne frega niente se il critico è amante del cuoco, se non mi convince che il critico sia onestissimo non mi basta per ricomprarla…

  11. Sono costretto mio malgrado ad utilizzare une delle parole più orribili della contemporaneità, e cioè “distinguo”. L’altra – ovviamente – è “sinergia”.
    Normalmente si dice che si vogliono ottenere delle sinergie quando non c’è di denari, e si fanno i distinguo quando non c’è di idee.

    Però un *distinguino* qui lo farei: una cosa è visitare un locale per farne una cronaca, un pezzo, un racconto. Altro è “testarlo” per redigere un guida, e cioè un manabile d’uso quotidiano per sapere cosa avrai in cambio dei tuoi amati europei in quella Casa.
    Nel primo caso mi contento del piacere intellettuale di sapere cosa si raccontano Bonilli, o Bolasco, o Cremona con il cuciniere di turno.
    Nel secondo caso invece di come sono trattati Bonilli Bolasco o Cremona freguntubo se non ho la certezza che sarò trattato nello stesso modo. E se sono ospiti non ce l’ho.

    O mi sbaglio?

  12. avatar Andrea Guolo

    E’ anche vero, tuttavia, che alcuni critici non si pongono nemmeno il problema se il conto vada pagato o meno. Semplicemente si alzano ed escono dal ristorante, ringraziando (non sempre) per la cortesia il titolare che ha offerto la cena. Il quale, in quel preciso momento, si rende conto di avergliela offerta.

    Di racconti simili, in anni di frequentazioni gastronomiche, ne ho raccolti abbastanza.

  13. beh, io da diversi ristoratori ho raccolto divertenti aneddoti su un personaggio che non solo dopo aver pranzato (da collaboratore di una guida) si alzava, salutava e se ne andava, ma che magari fuggiva alla chetichella, senza nemmeno degnarsi di un saluto…

  14. negli States (e noi in OSteria cominciamo ad avere a che fare soprattutto con i food critics USA) l’anonimato non viene praticamente usato mentre invece guai a chi si azzarda sia a non pagare (se è un critico) e guai anche al ristoratore che prova a offrire qualcosa.
    Credo sia un buona via di mezzo, così evitiamo ipocrisie varie

  15. avatar nientenome

    Sono un critico gastronomico, non volendo autopromuovermi preferisco mantenere l’anonimato. A volte, dopo aver pagato il conto, più spesso dopo che la recensione è stata pubblicata dal giornale, mi sono presentato ai ristoratori. Alcuni dei quali, in particolare se la scheda è stata buona, la volta successiva mi hanno offerto la cena. Considero questo gesto un segno di attenzione.

    Non ho mai, e sottolineo mai, fatto sapere al ristoratore che stavo preparando una scheda sul suo locale, durante la cena. Altrimenti avrei ricevuto un trattamento indiscutibilmente migliore: i camerieri sarebbero stati più sorridenti e gentili, e io non avrei mai saputo se il mio piatto è stato cucinato alla perfezione perché quello è il livello del locale o perché qualcuno ha informato il cuoco della mia presenza.

    Io sono testardamente onesto con una forte tendenza per la critica costruttiva, cioè la parte che ritengo più adatta al giornalismo in generale: quando fai una cronaca, devi ricordarti che vuoi raggiungere un certo obiettivo, non stai semplicemente registrando dei fatti, li stai mettendo in un contesto, in modo che siano usati dai lettori per una migliore comprensione.

  16. a proposito di critici gastronomici, come ho già commentato “altrove” ieri sera il “Savonarola della buona tavola” si è manifestato a Striscia, prontamente sentito (cosa che non é sinora accaduto per gli attacchi agli altri gastronomi, da Vizzari a Bolasco ad altri, che non hanno ancora avuto l’opportunità di difendersi e replicare alle accuse che sono state loro rivolte) per rispondere all’accusa di un cuoco che gli imputava di aver scritto del suo locale senza esserci mai stato.
    Prendendo atto della tempestività con cui Raspelli ha potuto, quasi gigioneggiando, replicare, non posso che constatare che il conduttore di Melaverde é stato improvvidamente attaccato dove, come ho già detto, é inattaccabile, perché lui se scrive di un locale é perché l’ha visitato e ci é stato. E ha regolarmente pagato il conto, che poi pubblica nella sua rubrica su La Stampa.
    Potrà piacere o meno il personaggio, essere antipatico, si potrà discutere se capisca o meno di cucina, ma accusare Raspelli di aver scritto una recensione di un ristorante senza esserci mai stato é privo di fondamento. Che il tipo non mi sia simpatico é un dato di fatto, ma non credo possa essere in alcun modo essere messo in discussione il fatto che scriva solo di locali che conosce e che, da goloso com’é, ha avuto il piacere (o il disgusto) di provare. A Cesare quel che é di Cesare…

    • avatar leo

      Condivido in pieno l’opinione di Ziliani. Vedendo stamani il servizio di ieri sera ho subito pensato alla “strana” immediata replica per Raspellik e sul fatto che l’attacco sia stato subito sventato.

      Franco, niente niente il nostro primo pensiero per l’entrata in campo della Mondadori ha un fondo di verità ?

    • Concordo sul fatto che Raspelli ha scritto, di sicuro è stato nel ristorante. Non capisco il fatto che lo chef in questione abbia nel sito, in bella evidenza, proprio una recensione di raspelli, tutt’altra che negativa.

  17. avatar Paolo Guido

    La faccenda delle primedonne a scrocco è un falso problema. Le guide contano anche sui collaboratori incogniti, che visitano i locali prima o dopo il critico barone. Ci si aspetta che la scheda della singola guida rifletta anche le differenze riscontrate tra le visite. Raspelli proverà il meglio e troverà pure l’accoglienza più fastosa e perfino la toilette pulita: l’evento gratificherà entrambi, barone e chef, con scambio di omaggi, più o meno servili. Ma il risultato, in un contesto etico e civile, terrà conto di come sarà stato trattato l’ultimo dei collaboratori incogniti.
    O no?

  18. avatar Maurizio

    Forse un buona parte del problema è da imputare alla mancanza, totale, di preparazione dei “critico”. Negli States, visto che citi la Ruth Reichl, sono persone preparatissime, spesso hanno conseguito titoli pertinenti, (tipo la C.I.A ma quella di N.Y.) hanno fatto gavetta dall’altra parte, cioè la nostra. Da noi ancora siamo al “faidate”, con le sedie bel salde sotto il sedere, per cui a noi ristoratori che magari ci garba quello che facciamo, ci informiamo, “sacrifichiamo” vacanze per incontrare, cercare prodotti e produttori, facciamo corsi, siamo obbligati a conoscere il galateo e quant’altro, ci capita di dover essere giudicati da uno che non sa neanche tenere le posate in mano, che giudica per “fashion”, molte volte apre il portafoglio stile Miami Vice, con ben in mostra il “tesserino” e in ultima analisi ultimamente c’è anche una componente come dire politistica. Bene fà Ziliani a dare a Cesare, cioè Raspelli, quello che è di Cesare, anche se non gli piace il tipo, ma forse il Raspelli è uno dei pochi Gourmet rimasti in giro. Stile era quello di Gault e Millot, del Gambero in abbinamento al Manifesto, del Raspelli. Li mi ci riconosco appieno.
    Ancora, per evitare “sospetti” si potrebbe lasciare al ristoratore la possibilità di chiedere di essere recensito, inviando dei vaucher al critico, alla guida e alla fine del pranzo sono presentati alla cassa. E magari visitare il ristorante più di una volta. Chi lavora sa che capita un giornata cosi e cosi e magari è proprio quella in cui arriva il critico. Una sorta di appello, in modo di dare una valutazione il più possibile vicina alla realtà. Le guide sono ancora un veicolo utile, per tutti. Soltanto avrebbero bisogno di una aggiustatina. In stile 2009.

  19. avatar Maurizio di Enotria

    scusate la firma: Maurizio di Enotria

  20. avatar enzo vizzari

    In sintesi:
    -dopo oltre trent’anni di militanza, in Italia e all’estero, mi è praticamente impossibile non essere ricconosciuto e rifiuto l’idea grottesca del travestimento;
    -in genere (ma non sempre: in certi casi mi sentirei un po’ coglione) prenoto o faccio prenotare con nome di fantasia;
    -ho la certezza che a me, ovunque, venga dato lo scampo di seria A, anche quando in frigo ce ne sono di seria B e C…
    -…ma poichè questo avviene dappertutto ho imparato a far la tara, guardando e ascoltando – con una buona dose di maleducazione – ciò che avviene agli altri tavoli;
    -idem per il servizio e le altre varie attenzioni;
    -ho la presunzione di aver imparato a distinguere il “buono vero” dalle improvvisazioni, dai teatrini, dalle ammoine;
    -pago, e se è il caso insisto per pagare, il conto, che peraltro mi è rimborsato dall’azienda;
    -mi capita di accettare l’omaggio dell’aperitivo o di un vino;
    -quando mi accorgo di non essere riconosciuto, non uso la carta di credito ma pago in contanti, guardandomi bene dal presentarmi;
    -in alcuni casi (e posso fare nomi e cognomi) mi è proprio impossibile pagare: sono casi in cui il ristoratore ha la certezza che non sono “comprabile” con un pranzo;
    -dichiaro apertis verbis che mi reputo corruttibile, ma a un prezzo talmente alto che non ho ancora trovato nessuno che abbia tentato di corrompermi;
    -sino a prova contraria, ritengo che quest’ultima considerazione valga per coloro che lavorano con me;
    -sbaglio molto perchè lavoro molto; è noto tutti che nel nostro mondo c’era una sola persona che non sbagliava mai, ma ha cambiato mestiere e ora guadagna molto ma molto più di tutti noi critici.

  21. E quando hai Bonilli e Bolasco in due tavoli diversi (successo a fine gennaio) che dovevo fare : )

  22. avatar Gianni B

    C’è differenza tra la recensione di un ristorante e di un disco. Per scrivere la prima, il critico musicale che ha ricevuto il cd gratuitamente, ascolta la stessa musica di chi compra la sua copia nel negozio. Collaborando in passato con la guida dell’Espresso, ho visto la disparità di trattamento rispetto agli altri avventori, nel cibo e nel servizio. Almeno nella mia zona di competenza

  23. avatar enzo vizzari

    Appunto: l’importante è rendersene conto e trarne le conseguenze, per esempio facendo ripetere la visita.

  24. notizia letta proprio oggi sul sito dell’Eco di Bergamo: fugge dal ristorante in bici per non pagare il conto
    http://www.ecodibergamo.it/stories/Cronaca/71096_fugge_in_bici_per_non_pagare_il_ristorante_ma_finisce_in_manette/
    Prima che Striscia la notizia ci imbastisca sopra uno scoop é bene precisare che non si trattava né di un critico gastronomico, né di un ispettore di qualche guida…

  25. avatar fabrizio scarpato

    In linea di massima mi sembra si sia parlato del “dopo”, cioè di quando un critico, un ispettore, un collaboratore, in una sorta di scala gerarchica, si è già seduto al tavolo, anzi, meglio, di quando si alza per pagare o salutare.
    Mi interesserebbe sapere qualcosa del “prima”, cioè quali sono i criteri per cui una persona viene contatatto per collaborare a una guida. Non mi interessa il discorso della preparazione, del curriculum, che, immagino, siano in ogni caso considerati, ma delle motivazioni e delle attitudini del collaboratore: perchè se fa parte della foltissima schiera di coloro che pensano che fare il critico comporti ” bélin, si mangia a ufo”, credo che prima o poi la sua carriera si interromperà bruscamente. Se invece fa parte della meno folta compagnia di coloro che pensano “bello, posso provare e conoscere, rimborsato, tanti posti nuovi” immagino sarà più apprezzato, almeno come fornitore di dati, di valutazioni, perchè poi scrivere e raccontare, come piace a me, è molto più difficile e ce ne corre.
    Insomma credo che la logica del sospetto che attanaglia il mondo enogastronomico e non solo, abbia pochi appigli nell’ambito della guide, e se ce ne sono stati penso siano stati ben piallati via, non fosse altro per manifesta stupidità.
    Mi piace pensare che i critici e i loro collaboratori appartengano alla seconda categoria, quella degli appassionati e che anche il più umile tra loro potrà sicuramente dire di essersi almeno divertito.

  26. avatar gumbo chicken

    Più che altro secondo me l’incognito di per sé non garantisce in alcun modo che la recensione, la critica, il giudizio o il voto siano più obiettivi.
    Ci sono un’infinità di variabili esterne che possono essere assolutamente casuali e fuorvianti. E anche un’infinità di modi di interpretare e leggere ogni evento capitato in quella circostanza, differenze di gusti e sensibilità, preferenze e filtri personali che possono portare persone diverse presenti nello stesso luogo lo stesso giorno a conclusioni completamente differenti.

    Tutti sembrano fare soltanto caso al trattamento di favore che i ristoratori potrebbero concedere per interessi personali a un critico (e in realtà anche a qualunque recensore non professionista che scatti foto, parli del proprio blog di recensioni, faccia domande o commenti che lasciano trapelare che si parlerà pubblicamente di loro).

    Invece anche il cliente qualunque, nei locali di qualunque livello, riceve un trattamento diverso se è sconosciuto, conosciuto, frequentatore abituale, chiacchierone o taciturno, sorridente o scazzato, in sintonia con il posto oppure no. Non parlo di standard di servizio, parlo di semplici rapporti umani – non siamo mica dei robot!! Intendo dire: nessuno al mondo ci può dire in anticipo come sarà esattamente quell’esperienza per noi. Quindi l’incognito ha alcuni vantaggi, ma…fino a un certo punto!
    Per me è molto molto molto più importante l’abilità di osservare ogni dettaglio con attenzione, percepire e cogliere le sfumature, raccontare l’esperienza attraverso tutti i sensi – senza dare per scontato di essere in grado di valutare tutto al volo in modo assolutamente oggettivo (cosa secondo me impossibile).

  27. L’obbiettivita nel giudizio non ci sarà sino a quando esisterà l’uomo e di questo ne sono più che sicuro…..
    per chi parla di ristoratori che sono abili nel riconoscere i clienti se ispettori o meno consiglierei una maggiore attenzione nelle cazzate che spara e scrive…
    per il resto si dovrebbe fare una riunione o tavola rotonda per parlarne meglio è troppo complesso …
    la legge è uguale per tutti e la differenza la fà il potere… è magari la stessa cosa detta in modo più pratico…
    essere criticato è una grande responsabilità … io penso che sia giusto che qualcuno abbia i suoi meriti anche oltre alle sue possibilità, ma non si dimentichi chi sà cosa ha fàtto e cosa è… la guida significa guidare la gente non i propri capricci… mi riferisco in generale, nella maggior parte degli ispettori questo lo trovato onesto , ispettori non veri me ne sono capitati credo un pò a tutti, ho trovato l’intervento di striscia esagerato ma per alcune cose ha ragione, io mi sento onesto dinanzi al mio cliente…

  28. Dimenticavo se qualcosa magari non si capisce potete domandare e vi spiego.
    PS: Bernardi mi ha detto di essere più chiaro e obbedisco del resto è difficile tradurre dal siciliano al italiano….

    • avatar gumbo chicken

      Io non ho capito cosa intendi con “io penso che sia giusto che qualcuno abbia i suoi meriti anche oltre alle sue possibilità, ma non si dimentichi chi sà cosa ha fàtto e cosa è”?
      E chi sono gli ispettori “non veri”? Quelli che si spacciano per ispettori e non lo sono oppure persone false, o che approfittano, ricattano ecc?

  29. Signor Chicken Gumbo, quando un’ispettore non è vero, si capisce da come parla e si esprime , siccome vivo nel mondo da poco , ma, ho capito parecchio, capisco molto veloce, spiegarglielo dovrebbe essere un ristoratore per capire mi scusi….
    quando si fanno le valutazioni seduti a tavolino nel pianeta in qualsiasi campo hanno vinto sempre le aree più sviluppate economicamente, è il mondo che và cosi, anche se i vinti non sono bravi come quelli che vincono ogni giorno con i clienti-compratori e vivono al margine economico della sopravvivenza aziendale, non avranno mai gli stessi punti, l’errore sta nello stare attenti a non bacchettare chi vive al margine economico-aziendale per capricci personali e questo è capitato tante volte a me….e di questo il buonismo va messo tra le natiche perchè si trasforma in politica…credo di averle risposto troppo anche perchè non la conosco non vorrei prendermi delle confidenze senza conoscere…
    ci sono ristoratori che hanno ingiuriato, e maltrattato clienti ispettori di guide , addirittura alcuni ispettori sono stati al punto di non volere più andare a visitare quei ristoranti e sono ancora li super osannati(non mi chieda nomi perchè li sapete già tutti)… il cliente paga, vero! chi compra di più và in prima fila… non esiste la legge uguale per tutti penso come Guzzanti nell’imitazione di padre Pizzarro…Sà perchè a casa mia sono tutti uguali?? perchè pagano tutti uguale…. ma se io fossi in una grande città nascerebbero i super-clienti..

    • avatar gumbo chicken

      Bé io ho fatto le domande perché c’era scritto di chiedere se volevamo chiarimenti! Ho capito, è un discorso lungo e complicato – grazie delle spiegazioni aggiuntive, va bene così (io non sono ristoratore e neanche critico e neanche “signor”, lo so che non si può sapere dal soprannome, mi chiamo Gisella!)

  30. Vede ? meglio chiamarsi con un nome vero…..Lei non è forse diventata un’opinion nel momento che è dentro? un pò di chiarimenti li ha avuti comunque …io sono vero e onesto, ogni mia scelta sò cosa mi succederà nel mio lavoro… quando io ho messo il menù a 70 euro senza nessun riconoscimento e Nino Graziano che rispetto tanto, lo aveva a 58 con due stelle….Nino amichevolmente mi disse che non sei nessuno per mettere quei prezzi,
    io però volevo vivere in sicilia, avere la migliore qualità di prodotti di cui ne ho una conoscenza eviscerale, pagare la gente, le tasse, e avere una vita degna di un comune cittadino italiano che lavora, non in Russia… questa è la verità l’esistere domani nel proprio territorio e dove si vuole…
    Salve Gisella.

    • avatar gumbo chicken

      Sì, mi rendo conto che ci siano sfide e situazioni più difficili di altre, anche se non sono del settore.
      Comunque non saprei dire se sono un opinion, non ci ho mai pensato. Io in questo ambiente chiacchiero un po’ come passatempo, oltre a cercare di mangiare meglio che posso. Non avevo scritto il nome solo perché di solito mi sanno identificare meglio come gumbo chicken – quasi nessuno si ricorda il mio vero nome perché non conosco molta gente di persona.

      • è che il nickname è molto 1.0.

        *si attira un tot di contumelie*

      • avatar gumbo chicken

        Sinceramente…1.0 o 2.0…non vedo perché dovrei adeguarmi. Ne usavo uno anche per suonare e scrivere di musica fuori dal web, perché mi diverte. E poi a me non piace che tutti sappiano tutti gli affari miei. Inoltre, dato che in passato qualche personaggio incrociato sul web che poi che mi telefonava ossessivamente c’è stato, preferisco non essere troppo reperibile per chiunque – ma solo a chi va a me!

  31. avatar Carlo Cambi

    Vorrei sapere da Vizzari come si mangia da Roadhouse, la catena di bisteccherie del Gruppo Cremonini.

  32. Scusa Carlo, ti dispiacerebbe essere più preciso? Io credo di aver capito a cosa ti riferisci, i nostri lettori magari no.

  33. avatar Carlo Cambi

    Semplicemente che nella Guida dell’Espresso, se non sbaglio, compaiono anche segnalazioni e recensioni di questi locali. Io non ho nulla contro le catene, ma mi chiedo; perché quella di Cemonini sì e, tanto per dirne una, McDonald no? E aggiungo: nel giudicare Roadhouse (che pure compare senza voto in guida) sono stati seguiti gli stessi criteri usati per giudicare Don Alfonso? Un’ulteriore considerazione: è noto a tutti, credo, che del gruppo Cremonini fa parte anche la Marr che è uno dei più cospicui fornitori dei ristoranti italiani. Mi pare un cortocircuito che avrebbe bisogno di una qualche spiegazione. Anche perché il target di Bottura – lo cito perché è lo chef che maggiormente è stato tirato in ballo , secondo me a sproposito, in questa querelle – non è precisamente, credo, quello delle bisteccherie e dunque non vedo come una guida che esprime giudizi e recensisce i ristoranti di maggior caratura debba occuparsi di catene di ristorazione collettiva. Non è vietato, certo, ma è , almeno per me, anomalo. In altri blog Vizzari – la cui competenza come gastronomo e anche come manager editoriale e dunque giustamente preoccupato della diffusione e dei fatturati delle pubblicazioni che dirige è fuor di dubbio – spiega come egli valuti i ristoranti solo dalla proposta di cucina. Ne devo dedurre che le bisteccherie di Cremonini sono il massimo della ristorazione collettiva visto che sono le uniche citate. E vorrei sapere da colui il quale ha inserito i locali in guida – non avendo mai pranzato da Roadhouse, ma ripromettendomi di farlo – se questa mia deduzione è corretta. Tutto qua. Sapete in tempi di crisi si cerca di spendere un po’ meno per mangiare fuori e l’autorevole parere di un critico è sempre confortante. Perché tutti – chi più chi meno – teniamo famiglia.

  34. avatar Giuseppe Merra

    Ma è di questo che sta parlando. sig. Cambi?
    http://blog.gamberorosso.it/archiviokelablu/node/1141

  35. avatar alfredo

    Buongiorno a tutti, dunque per criticare qualcosa ,specialmente un ristorante, con tutto quello che comporta la definizione ristorante e dei vari tipi di ristorante, bisogna valutare le componenti del ristorante, quindi per fare un’analisi, bisogna prima di tutto aver collaborato, lavorato, magari gestito un ristorante, insomma: non si può essere solamente un laureato o peggio un giornalaio per giudicare un artigiano dei fornelli o un grande chef! Ma bisogna almeno “masticare” il lavoro che si sta criticando. Ciao.

  36. avatar Carlo Cambi

    Sì signor Merra si tratta di quello. E’ solo una constatazione, niente di più, ma neanche niente di meno. Di constatazioni come quella, se si vuole, se ne possono fare molte altre… ad esempio discutendo di marketing. Il che non vuol dire che non sia lecito. Ci mancherebbe. E’ solo che forse le cose vanno un po’ relativizzate: i giudizi, i concorsi, i punteggi. Vede si discute molto della critica d’arte, di quella musicale accostandola a quella gastronomica. Tutte le considerazioni svolte hanno legittimità, ma resta un fatto: quando ci si occupa di cibo entra in ballo Feurbach che ci ricorda: “Siamo ciò che mangiamo”. Con tutte le considerazioni di tipo salutistico, culturale, antropologico, economico che ne conseguono. Non vorrei che in Italia dove si producono – talvolta – ottime mozzarelle la bufala diventasse il piatto e la prassi nazionale. Dunque secondo me il critico gastronomico – e io di mestiere faccio solo il cronista – ha qualche obbligo di trasparenza in più per due ordini di motivi: perché il suo messaggio incide su un bisogno incomprimibile che è il nutrirsi, perché il suo messaggio condiziona in modo immediato tanto il facitore quanto il fruitore di cucina. Non così è, a parere mio, per la critica applicata ad altre attività umane.

  37. avatar Giuseppe Merra

    Mi sta dicendo che Vizzari, consigliandomi la catena Roadhouse mi ha consigliato dei prodotti alimentari scadenti? C’è qualcosa che Vizzari ha omesso nella sua recensione?

  38. avatar Carlo Cambi

    Non le sto affatto dicendo questo. Anche perché non essendo mai andato da Roadhouse non saprei proprio dirle se ci sono state delle omissioni. Constato solo che essendoci in Italia molte catene che fanno ristorazione collettiva non riesco a capire perché l’Espresso abbia scelto quella e solo quella. Per quanto riguarda la recensione posso solo qui “copiainccollarle” quella che riguarda il Roadhouse di Rozzano vicino a Milano comparsa sul sito Appunti di Gola: “Precipitato nella notte incombente di un modesto lunedì d’ottobre, mi rassegno a svoltare nel parcheggio molto razionalistico del Roadhouse, non senza un filo di pregiudizio.Poi t’accolgono efficienti sulla porta, le ragazze con la teeshirt rossa, e ti accompagnano al tavolino piccolino tutto pulito tutto in ordine. E tutto l’armamentario texmex, a partire dai secchielli d’arachidi e i nachos che arrivano by-the-way.
    Ordino la bistecca più succulenta, 340 grammi di controfiletto eccetera: ma non serve ricordare, ci sono le foto. Certo il coltello che arriva è impressionante, una specie di machete da thugs di Sarawak: peccato non tagli. Il ribeye arriva velocemente, con un’insalata immancabilmente decorata dal perfido mais. E’ morbidissimo: ma ahimè dal sapore timido e introverso. Ineluttabile invece l’inconfondibile aroma di piastra rovente e di grasso vulcanizzato, digestione da anaconda acclusa. L’organizzazione è efficiente, se ami il sottofondo bluegrass jingle jangle, le seimila tv accese a volume spento e le ragazze ciondolanti a pancia scoperta. Noi, noi no.” Ecco vorrei capire da Vizzari come si concilia il discettare sulle cotture di Iaccarino, di Bottura, il narrare gli ingredienti Uliassi, il duettare sul servizio di Pinchiorri con il dare rilievo per 13 volte (tante sono le città dove è presente Roadhouse) alla catena di bisteccherie del Gruppo Cremonini. Ma ripeto si può fare di tutto. Magari aggiungendo: a cura del servizio PR della Manzoni.

  39. avatar Giuseppe Merra

    Come si conciliano le diverse recensioni magari glielo spiegherà Vizzari in persona. Io mi limito ad osservare che la ristorazione italiana non è fatta di quei soliti 4 o 5 nomi, ma di migliaia di ristoranti. Lei lo sa bene perchè la sua guida è piena zeppa di trattorie sotto i 30 euro: non sono ristoranti anche questi?

    • avatar alfredo

      Signor Merra, non può paragonare le tante “trattorie sotto i 30 euro” come dice lei con una catena stile tex mex. Ciao Merra e apra gli occhi!

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