
fabio di rienzo: allora....da dove comincio....

- Questo posto mi inquieta.
-Ti avevo spiegato che sarebbe stato un ristorante diverso dal solito.
-Sì, ma mi inquieta lo stesso. Perché le sedie hanno gli schienali così alti? E perché ci sono tre bicchieri sul tavolo?
-Senti, lo so che sei un po’ a disagio, ma te l’ho promesso, ne vale la pena! Leggi il menu, dai: Momenti Bruciati, non ti sembra un titolo che promette bene?
- Sì, sì, però … oh, ma chi è quello che viene verso di noi?
- Il sommelier del ristorante Marconi.
- Il cosa?
Massimo ci racconta della sua passione per i vini naturali, quelli che uno impara ad apprezzare vivendo fra gli Appennini, quelli che ti vengono sempre regalati da qualche contadino per Natale: è il loro sapore quello che ritroviamo nel bicchiere. Il discorso prosegue su biodinamico, amore per le nostre colline e vini più armonici e raffinati che però quel gusto che ti rimanda dritto dritto al territorio da cui provengono l’hanno perso.
- Accidenti, però. Questo pignoletto è davvero buono. Ha un sapore così …
- Intenso? Robusto? Schietto?
- Io avrei detto di vino-vino, ma sei tu quella brava con gli aggettivi.
- No, mi sa che stavolta il punto l’hai centrato meglio tu.

Finalmente si comincia. Arriva una battuta di oca cruda, dolce quanto basta e quanto basta contrastata dal tè nero affumicato nella salsa. Si prosegue con il polpo, morbidissimo: il finocchietto selvatico rende meno aggressivi la cottura alla brace e l’olio al carbone.
- Questa faraona era … era incredibile, te lo giuro. Una faraona al fumo con dei cipollotti stufati, devo ammettere che non mi ispirava, e invece stavano proprio bene insieme. Si bilanciavano, ecco.
- Hai detto veramente si bilanciavano?

I maccheroni, i maccheroni! Fuori, sugo di ostriche crude; dentro, anguilla affumicata. Se dovessi dire che sapore ha il mare, direi sicuramente questo. Segue un coniglio alla cenere con carote di Polignano portato dalla chef in persona, Aurora Mazzucchelli.
-Non me la sarei mai aspettata così, sai? E’ disarmante. Hai sentito quanto ci mette a preparare ogni piatto? E sa da dove viene ogni ingrediente!
-Persone così ti fanno davvero capire che “passione per la cucina” non è solo un bello slogan ma è qualcosa di tangibile, vero? Si ricorda di ogni sapore.
-Dici che dopo torna a salutarci?

Arriva il dolce: lo guardo, e mi sento sciogliere. La panna cotta in centro è avvolta da una nuvola rosa e opulenta al pepe di Tasmania, il tutto decorato da un piccolo macaron lillà di fianco a una ciliegia sfavillante. Vorrei farlo vedere a tutti quelli che mi hanno sempre detto che l’aspetto di un piatto non conta, che si mangia con la bocca e non con gli occhi, e urlare “Guarda, GUARDA!”.
Il pranzo è finito, ci salutano i macarons, minuscoli e deliziosi, arrivati con il caffè.
- Sai una cosa?
- Eh.
- I motivi per cui mi hai voluto portare qui oggi, anche se io non volevo …
- Eh.
- Tutti i tuoi discorsi sul cibo come cultura, tutte quelle cose che mi dici sempre e che io, bè, non è che ascolto molto …
- EH.
- Forse adesso ho capito.
Al di là dell’aggettivo giusto, della metafora giusta, della difficoltà di trasformare una sensazione in parole (evitando l’effetto scopiazzatura sempre alle porte, quando ci si avvicina a parole come intenso, netto, deciso); al di là di quella meravigliosa avventura che è sentirsi raccontare la genesi di un piatto, da quando è nato come idea alla sua creazione fino, ovviamente, a quando finisce nella tua bocca; al di là di un pranzo – e questo forse è l’unico aggettivo non inflazionato – semplicemente buono, buonissimo, ogni ingrediente in perfetto equilibrio con l’altro.
Al di là di tutto questo, quello che più rimane è altro: è mostrare a qualcuno che cucina non significa solo la recensione o il ristorante elegante, ma anche impegno, fatica, conoscenza; è pensare che, la prossima volta che prenderà una forchetta in mano, quel qualcuno guarderà il piatto in modo diverso.
[Crediti | Link: Ristorante Marconi, immagini: Alchimia del gusto]
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il Pignoletto era quello di San Vito?
O di quel pazzo di Alberto Tedeschi? (nel qual caso sapere l’annata fa la differenza: riduzioni, ossidazioni, ogni annata una storia a sè).
Complimenti Giorgia, hai descritto perfettamente, e con splendido equilibrio narrativo, qualcosa di sempre bellissimo: suscitare la scoperta, assistere allo stupore, modificare l’approccio.
Che recensione tremendamente manierosa, fastidiosa quasi!
E poi alla fne come si direbbe a Roma “Si vabbè ma il conto”?
Ecco, dopo tutto questo orgasmo su quanto erano belli a vedersi i piatti, su quanto le sedie avevano gli schienali alti – e consiglio sempre questo link:
http://www.facebook.com/pages/Grande-Capo-Estiqaatsi/30353126723
- su quanto la cucina il cuoco blah blah, a quanto ammontava il conto?
L.
Il mondo è bello perchè è vario…
A me il post è piaciuto assai, pensa.
P.S.: Mi sono posto lo stesso dubbio riguardo ai prezzi, ho cliccato sul link al ristorante comodamente messo in cima al post e… zacchete, li ho trovati!
Adeguàti, anzi bassotti, pensavo di più…
i prezzi sono in linea col tipo di ristorante
ma trovare ancora 4 euro di coperto nel menù …….
grida vendetta…
sul web ormai tutti si lamentano del coperto ma io sinceramente non ho ancora trovato un ristorante, tra quelli che solitamente frequento (non stellati), partendo dall’estremo sud all’estremo nord italico, in cui non si paga il coperto.
per cui, non capisco perchè sul web ci sia sempre tutto questo stupore per il coperto….bho’…
Nella regione lazio è vietato.
A Roma io non ricordo un ristorante che non fosse uno scannatoio per turisti con il coperto sul menù.
forse allora riguarda solo il lazio, perchè dalla puglia all’abruzzo alle marche all’emilia alla lombardia al trentino al veneto io ho sempre trovato il coperto da pagare, praticamente ovunque.
Piccola specificazione che mi permetto di fare in quanto diretta interessata! Questa NON è una recensione, è semplicemente un pezzo che ho scritto sulla mia esperienza al Marconi e con cui ho partecipato al concorso di scrittura gastronomica delle Settimane del Gusto di Slow Food. Proprio per questo non ho scritto il conto – che comunque era sessantacinque euro, un’offerta particolare che il ristorante proponeva ai giovani di meno di 26 anni proprio in occasione delle Settimane del Gusto.
e gia’ cara giorgia, attenzione ai maniaci del conto, faticano a fare un click in piu’
bel racconto, si forse un pelo sussiegoso ma in fondo chissenefrega ? a me rimane la voglia di andarci, a te probailmente una bella sensazione per averci mangiato
quindi, ancora, ben fatto !
Aurora e Massimo in primis sono degli amici, dunque, non posso essere obiettivo. Posso solo testimoniare la loro passione per l’alta ristorazione e il loro grande coraggio di rivoluzionare il ristorante del padre che di coperti ne faceva a centinaia. Hanno preferito la qualità alla quantità in una città che nonostante la forte cultura gastronomica fatica a riconoscere questo tipo di locale. Con piacere questa avventura migliora di anno in anno (ci vado molto spesso, anche con la Confraternita delle Franche Forchette) grazie alla sempre migliore cucina di Aurora e alle scelte ragionate in materia di vino di Massimo.
Sono proprio contento che a loro (vanno inclusi, sorella, moglie, padre, insomma tutta la famiglia) venga dedicato un post su Dissapore.
Complimenti!!!
Bene brava Giorgia pezzo originale e ben scritto,bravi a Massima ed Aurora, ogni giorno più bravi ed attenti alle grandi materie prime, un ristorante da provare, un piccolo ma immenso viaggio gastronomico. Ciao Lido