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Prorio sicuri che “Flavio al Velavevodetto rinfranca con i piatti che vorremmo sempre mangiare a Roma”?

Cosa succede nella testa di un gastrofanatico facilmente suggestionabile quando si imbatte nell’accorata segnalazione di un ristorante da parte di uno mostro sacro come Carlo Petrini, fondatore di Slow Food? E’ questa la domanda cui, con il vostro aiuto, vorrei provare a rispondere. Capita a tutti di seguire un consiglio dell’amico dal palato eccezionale o del critico di riferimento (capita perfino ai bravi giornalisti come Luca Zanini, che ieri sul Corriere Roma ha ripreso un pezzo del New York Times dove si parlava tra l’altro del ristorante romano Settembrini).

Quanto questo influisca, positivamente o negativamente, nel gustare la cucina di un locale è ciò di cui vorremo parlare.

Oggi la cavia sono io, per l’appunto, la fissata influenzabile e colma d’ammirazione. La penna come detto è di Carlo Petrini, guru indiscusso del mangiare Slow, il luogo dell’esperimento è Flavio al Velavevodetto, osteria romana in Via di Monte Testaccio 97 a Roma.

Cenni storici: Chef De Maio, il Flavio dell’insegna, lavorava nella nota osteria Da Felice a Testaccio,  come cuoco prima e socio poi. Due anni fa ha deciso di cominciare la sua avventura e ha rilevato questo locale portando con sé parte dei collaboratori.

Nel quartiere che di notte è animato da una movida giovanile spesso esagerata, Flavio al Velavevodetto rinfranca con i piatti che vorremmo sempre mangiare a Roma: amatriciana, gricia, polpette, carciofi, puntarelle e molto altro, tutto filologicamente eseguito“, scrive il Carlin e neanche finito di leggere, ho già chiamato e prenotato.

Il locale è molto particolare: “Ci sono due sale interne, con finestrelle che permettono di vedere i cocci di vecchie anfore che costituiscono lo scheletro del monte (monte dei Cocci, NdR) e fanno entrare le correnti d’ aria che ne percorrono le grotte: un’aria condizionata curiosissima, naturale e quindi anche sostenibile“. Mi guardo intorno e decido di astrarmi dalle parole del Guru: bello eh, per carità, solo che è tutto molto bianco, qualche piccola foto di cibo appesa al muro e niente altro. Da romana, l’osteria romana, me la immagino più colorata, più vivace.

Prima di cominciare ripasso uno dei comandamenti di Petrini: “Non trattare male chi lavora, ci sono giornate negative per tutti”, e me lo tatuo sul braccio anche se la storia del “menù a voce” contraria più di uno dei miei commensali: “Il personale di sala è molto informale e simpatico, elenca i piatti a voce ma il menu scritto si può ottenere“, mi dice Carlin e in effetti è un classico delle osterie: arriva il ragazzo carino con taccuino in mano, legge lentamente l’elenco dei piatti e, a volte, consiglia. Solo che nel menù che otteniamo a tavola non c’è corrispondenza con quasi nessuno dei piatti elencati e il motivo, ci spiega sempre lo stesso ragazzo, è che le pietanze cambiano in funzione della spesa.

Lo conferma il Presidente di Slow Food: “I piatti variano in base al mercato, Flavio ha grande attenzione per le produzioni locali (anche enologiche), in particolare per le verdure a foglia e le carni che tratta lui stesso, rifornendosi da una fattoria nella Maremma laziale”.  Raccolgo i commenti al tavolo: è unanime l’idea che una lavagna in sala o un foglio di carta aggiornato quotidianamente come fanno alcuni metterebbe d’accordo tutti: esigenze di cucina e pubblico che ama leggere e scegliere con calma.

Ordiniamo: una porzione intera e una mezza di amatriciana, una cacio e pepe, manzo all’olio per tre, un arrosto di maiale con patate, una porzione di verza ripassata e una di indivia alla romana. Dalla carta dei vini, abbastanza ricca e piuttosto coerente (ha detto l’esperto del nostro tavolo, tradito però da un’espressione poco soddisfatta), Asinone di Poliziano 2006 e, per chiudere, due dolci (torta di ricotta con ciliege), due caffè e un limoncello.

Realizzo che questo è il momento più difficile: valutare con estrema oggettività il gusto delle portate. Lo faccio non senza fatica, aiutandomi con i commenti meno condizionati del resto del gruppo: le porzioni dei primi sono più che generose e il gusto è quello che dovrebbe essere, niente di più, niente di meno. Qualcuno si lamenta: la Cacio e Pepe non dovrebbe essere fatta con l’olio, io mi astengo dal commentare e penso: lascia stare il Carlin, se ha detto “filologicamente eseguito”, vuol dire che filo logico c’è. Il Manzo non mi convince molto ed è un po’ insipido ma quello è un difetto soggettivo e d’esecuzione, magari casuale. Il resto è buono, certo nessuno cade dalla sedia, ma buono, con una punta d’ammirazione per verza e indivia.

Spendiamo 173 € in quattro, forse una decina di euro più di quanto ci aspettassimo.

Alla domanda: ci torneresti? rispondo che ho nel cuore altre osterie qui a Roma, ma potrebbe capitare, non lo escludo affatto. Il punto è che quando i consigli arrivano da una voce veramente autorevole le aspettattive si alzano di molto.

Ora tocca a voi: quanto influisce un parere autorevole sul vostro giudizio finale? Quanto può pregiudicare l’obiettività di una valutazione una voce che (per voi) conta?

[Fonti: Repubblica, Puntarella Rossa, Corriere Roma]

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98 commenti a Prorio sicuri che “Flavio al Velavevodetto rinfranca con i piatti che vorremmo sempre mangiare a Roma”?

  1. Secondo me, nel caso un posto sia stato raccomandato da qualcuno “autorevole”, può succedere facilmente quello che hai scritto nelle ultime righe: “Ci aspettavamo una decina di euro in meno”.
    Anche io condivido spesso questa sensazione che poi, analizzandola, corrisponde al fatto che, al posto consigliatoci dal guru del momento, diamo inconsciamente una sopravvalutazione innanzitutto monetaria, una specie di equazione “vale chi ce lo dice = vale la spesa del locale”.
    Spesso io rimango deluso, difficilmente mi capitano posti che mi stupiscano più di quelli che già conosco, ne faccio una questione di età e di testardaggine delle papille gustative ma, alla fin fine, vedo che tanti altri si trovano nella stessa situazione. Per questo, il parere autorevole lo ascolto sempre, se posso appena capita ci vado, ma la sensazione che non valesse poi quello che ho pagato mi rimane nella maggior parte dei casi e mi ci sono ormai rassegnato, non me ne faccio più un problema, altrimenti non ti muovi più dal solito giro vizioso e rischi di perdere quell’unico locale all’anno che apre e che è veramente all’altezza di essere inserito nel tuo giro e diventare anche lui un tuo “parere autorevole”, visto che poi siamo nella fantomatica elite dei palati buoni, che scrivono da qualche parte più o meno nota e a cui si rivolgono gli amici per avere qualche dritta per le loro uscite mangerecce…

  2. Ho già detto ciò che penso di questo locale nei commenti ad un post di Bonilli. D’accordo su tutta la linea Lorenza. Aggiungo che forse è uno di quei posti in cui quando vedono una combriccola come la nostra (palesemente giovane) credono di non dover dare il massimo. E non è bello fare uno sforzo economico per provare un nuovo ristorante, e andarsene via con l’amaro in bocca.
    Soprattutto pensando che la bettola più pulciosa in Alto Adige ti tratta coi guanti anche se prendi un caffè. Non so, ma ci vedo dei problemi di romanità. Comunque mi riservo di provarlo di nuovo, memore delle parole di Bonilli e di Carlin, e in totale buona fede.

  3. Concordo con Francesca.
    Se il guru di Slow si presenta in un ristorante penso che sarà difficile avere nel mio piatto la stessa cura e qualità che a lui è stata servita. Se fossi io lo chef in questione mi dannerei l’anima per dare il 200% nel piatto che gli devo servire. Se invece il commensale è anonimo, forse lo diventano anche i gusti nel piatto. Pensare di essere serviti tutti allo stesso modo è un’utopia.

  4. Concordo in pieno.
    Ho la netta sensazione, già dalla precedente esperienza di Felice, che la specialità del locale siano le relazioni pubbliche, altro che matriciane e cacio e pepe.
    Ho sempre trovato tutto molto ordinario (diciamo tutto tra il 6,5 e il 7) a prezzi medio/alti (si sforano i 40€ con estrema facilità).

    Ci ho messo la croce, tornerò solo quando sarò presidente di Slow Food.

    Osterie più buone e più economiche non mancano.

  5. Devo ammettere che la segnalazione di Petrini ha sorpreso anche me

    Io trovo il locale piacevole, ma niente di più. Promette molto e mantiene molto meno anche per un cliente come me che NON è “palesemente giovane” :-D
    Concordo con le impressioni di Lorenza e con i pareri successivi: trattoria nella quale, per carità, si mangia benino, ma in maniera piuttosto ordinaria. A questo punto molto meglio Felice

  6. Palesemente d’accordo sulle opinioni di Lorenza e Marco “pizzaman” Lungo.

    Fatta salva la buona fede di Petrini e Bonilli rimango dell’idea (a volte sperimentata di persona) che il personaggio “noto” riesca a trasmettere sia al personale di sala che alla brigata di cucina una marcia in più che il comune avventore non riceve.

    Intendiamoci, quello che ha sempre detto Raspellik è vero: nessun chef riuscirà a fare salti mortali di fronte all’arrivo del critico famoso, se la cucina è banale rimarrà banale.. ma nelle trattorie e ristoranti di fascia media si noterà molto di più la cura sia nel servizio che nei piatti ! per fare un esempio: l’omaggio a Monk di Bottura presentato a Paolo Marchi non differirà da quello presentato a un cliente qualsiasi mentre il mio risotto Pata Negra, liquirizia e calamaretti del Giuda Ballerino di Roma sarà forse più “tirato via” di quello offerto a Clara Barra.

    Su Felice ho la medesima opinione: cucina così così e prezzi medio-alti.

    • Da Felice, prezzi medio-alti soprattutto per quello che riguarda i secondi: 17 (diciasette) euro per una fettina panata, mi paiono francamente troppi. Detto questo, tra i due propendo per Felix.

          • @Leonardo: non era per te il commento, ma per Topho che specificava che la fettina panata costa 13 euri e non 17. La mia intenzione era di sottolineare che è comunque un prezzo altino.
            Mi pareva di aver inserito nella posizione giusta la risposta ma magari è impazzito tutto dopo.

          • Beh, se adesso consideriamo caro Felice, e caro un secondo a 13 euro nel centro di Roma, beh, non so proprio dove siete abituati a mangiare a Roma e spendere meno allo stesso livello

            Un secondo a 17 euro è caro, a 13 euro è assolutamente nella norma, anzi basso, per Roma. Quindi sì, secondo me cambia molto. Io in città posti di livello anche solo discreto con i secondi a 10 euro non ne conosco neanche uno. Accetto suggerimenti

          • D’accordo con Antonio. Quando si parla di costi capita spesso di leggere tanti interventi critici ma poi cala il silenzio se si chiedono alternative…
            Al di là dei costi assoluti Felice e Flavio rappresentano realtà difficili da superare in termini di qualità-prezzo per quel tipo di offerta e se ce ne sono in zone centrali di Roma ben vengano…ma si tirino fuori i nomi! :-)

            Relativamente alle aspettative, forse Lorenza le avevi settate troppo in alto. Rileggendo l’articolo di Repubblica magari più per il nome dell’autore che per il giudizio che ha dato al locale.
            “un posto che garantisse una piacevole e non caciarona convivialità, buoni piatti della solidissima tradizione locale, un luogo dove ripararsi per un paio d’ ore dal traffico e dal caos che sempre più attanagliano Roma”. Difficile dire il contrario, soprattutto quando il clima consente di sostare nel cortile o sulla terrazza.
            Da questo ad aspettarsi piatti che ti fanno “cadere dalla sedia” il passo ci sembra un po’ lungo…

  7. Essendo il responsabile della visita di Petrini da Flavio (mi chiamò un giorno in cui cercava una tavola in Testaccio) mi permetto di dire la mia.
    Per quanto interessante il tema posto da Lorenza, ovvero “quanto influisce un parere autorevole sul vostro giudizio finale” a me piacerebbe spostare l’attenzione su un altro tema che è: “quanto il giudizio finale (e vi prego lasciamo stare l’obiettività per una volta) viene determinato dal rapporto tra aspettative e risultato”? Bene, per la mia esperienza sostanzialmente la risposta è: all’80%, tanto che ho smesso di consigliare agli amici “il miglior locale” sostituendolo con “il ristorante giusto per te”. Sul discorso prezzo -evidentemente- Lorenza ha un punto di vista suo (che non metto in discussione) ma che è sicuramente di parte. 170 euro in quattro con una bottiglia che ne costa mediamente 50-60 al ristorante (e se è stata pagata meno significa che viene venduta davvero a prezzi bassi) significa aver pagato meno di 30euro a testa. Ovvero a Roma una cifra ormai rara, anche in osteria. E per questo Lorenza cerca (legittimamente) un locale meno caro. Obiettività? Secondo me no, piuttosto rispettabilissimo desiderio del cliente.

    Per quanto riguarda la recensione di Carlin credo che sia stato colto, di Flavio, un elemento di convivialità ed atmosfera che -accompagandosi ad una buona qualità media dei piatti- fa di questo posto un luogo vicino al concetto di osteria che gli è caro. E sono cose che trovo anche io. Tant’è che ci vado appena posso.

    Per quanto riguarda invece l’essere clienti “riconosciuti e importanti” credo che la cosa valga per Petrini così come -ormai, in molti luoghi- anche per Ciomei o Scuteri. Il problema non è questo. Se si è bravi critici si fa la tara e non ci si lascia prendere da facili entusiasmi. E’ proprio questo che dovrebbe differenziare un critico da un normale avventore. O no?

    • sarà, ma a me un posto che palesemente tratta Petrini, Ciomei, Scuteri o chiunque in maniera diversa da come tratta il signor Nessuno, puzza sempre. e infastidisce.
      se la qualità c’è e se si crede in ciò che si fa, non c’è bisogno di fare gli “speciali” per il critico di turno.

      • Come darti torto?
        Puzza tutta l’Italia, però, perché a me sembra che sia qualcosa che -aihmé- ci contraddistingue. La questione critici-avventori comuni mette semplicemente in luce un malcostume diffuso, che non appartiene ad una categoria ma al paese intero.
        E a volte ho l’impressione che sia tanto una questione di invidia più che di ricerca di onestà

        • certo Marco. puzza tutta l’Italia. ma questo non significa che non ci si debba sdegnare comunque. e poi uno coltiva a volte il poetico sogno che almeno quando c’è di mezzo un piacere sano e onesto come il cibo, certe cose possano a volte non accadere. ma tant’è.
          quanto all’invidia, Marco, guarda: sinceramente a Petrini e loro invidio soltanto il potersi permettere di cenare in milioni di posti diversi che io, col mio reddito di assistente di produzione, posso per ora solo immaginare.
          il pensare che il “popolino” invidia i vip è solo un altro specchio della decadenza del paese. c’è gente più intelligente, per fortuna.

          • Per me non è questione di vip e popolino, piuttosto di un cambio culturale profondo. quello in cui -ovunque e a tutti i livelli- i diritti siano diritti e il rispetto o la qualità non passino attraverso un consiglio, un amico o un titolo.
            Secondo me è da questo siamo molto lontani. Segno di decadenza, questo è sicuro, ma non di adesso…

        • L’una conseguente dell’alttra però. Invidioso del trattamento speciale perchè sei tal dei tali? Può succedere, ecco che si richiede onestà. Certo che in Italia “uguale per tutti” non è un concetto di facile assimilazione, ma da una parte è anche certo che chi viene trattato in modo “speciale” non ne farà mai un problema, a volte anzi un vanto, e in questo settore lo sono stati molti “critici” e pochi avventori. Malcostume certo, ma come se ne esce secondo lei?

        • si caro marco.
          puzza tutta l’italia e vero ma la facciamo puzzare noi italiani,poi scusa se mi permetto voi critici siete abituati a portare un locale alle stelle, e mandarlo a fare in c….. dopo tre giorni non ti dico i motivi…..
          io sono delle idea che le migliori recensioni le fanno i clienti.quelli veri.
          p.s. scusa per la parolaccia

    • Grazie per il commento, mi preme dire soltanto una cosa: abbiamo ordinato due primi e mezzo, quattro secondi e due dolci, vino escluso. Eravamo in quattro e quindi solo due di noi hanno fatto un pasto completo: spendere 30€ a testa mi sento ancora di confermare che è qualcosa di più di quanto in genere spendo per queste ordinazioni in una osteria romana, se pur di qualità. Ma come osservavi giustamente, il tema del post non è questi dieci euro in più o in meno ma le aspetttive che si creano. Per quanto riguarda il gioco della riconoscibilità del critico e la qualità che viene conseguentemente offerta rispetto a chi riconoscibile non è: molto interessante direi. vediamo cosa esce fuori
      L

    • e aggiungo ad onor del vero e perchè mi rendo conto che si può fraintendere: Flavio è il posto meno caro dove io abbia mangiato negli ultimi sei mesi, pizzerie a parte. Mentre c’è chi giustamente cerca posti poco costosi come parametro principale, io PURTROPPO PER LE MIE FINANZE non ne faccio mai una questione di prezzo ma di mia curiosità personale e di qualità, quindi non è corretto attriburimi il punto di vista di chi cerca locali meno costosi per il semplice fatto che non è così.

      • Anche a me però preme sottolineare che (aggiungendo i due contorni) un pasto di questo genere equivale a mangiare (a testa) primo e secondo e mezzo dolce. Perciò, vino e acqua inclusa il prezzo mi sembra piuttosto contenuto.

        Nello specifico si tratterebbe di primi sugli 8-11euro e secondi sui 13-15, il che mi sembra molto in linea con le osterie romane di qualità. Forse anche un prezzo un filo più basso della media. Non sarà forse stato il vino scelto (credo uno dei più cari della carta) a far percepire il conto più salato?

        • eheh ok: per essere precisi il vino costava 50€ quindi abbiamo speso 123€ esculundendo il vino ovvero 30€ a testa. La limata sul prezzo non era il tema del post ne voleva essere una polemica (si parla di 10€) è stata però l’impressione condivisa dal tavolo e quindi l’ho riportata.

  8. Una giornata storta appunto,non discriminiamo un locale sapendo che lo chef era prima cuoco in un altra situazione da tanti ritenuta ottimale.riguardo ai prezzi…..è stato detto che la cart è composta secondo la legge del mercato

  9. Per fortuna mia ho smesso da tempo di considerare il giudizio degli altri, guru o meno, su una questione talmente personale come il gusto. Frequento ristoranti e trattorie raccomandatemi dagli amici ma non mi siedo più a nessun tavolo con dei preconcetti.

  10. finito il Salone del Gusto, è finita la tregua tra Slow Food e Dissapore ;)
    e mi spiace che una giornalista che scrive anche sul Fatto Quotidiano non riporti con maggior dettaglio i fatti: è un po’ vago dire “173 euro in quattro”, senza almeno specificare quanto per il vino e quanto per il cibo (lo precisa dopo, solo nei commenti)

    • mi scuso con il tenente. Ora sono chiari i costi come da te precisato, nei commenti. Ti confesso che non ce li volevo proprio mettere all’inizio, ho pensato che in fondo questa non era una recensione e tanto meno i costi il punto chiave dell’articolo. Lo sono invece le aspettative create dalla influenza di pareri autorevoli. Cmq nessuna fine tregua con Slow Food, trovo Petrini un uomo straordinario e seguirò ancora i suoi consigli, sempre provando a mantenere un mio punto di vista personale sul ristorante in questione.

  11. Ho imparato negli anni che un parere (pseudo)autorevole non deve influire affatto sul mio giudizio finale, tantomeno sulla scelta del locale. Ho sviluppato un gusto personale che non mi tradisce e quindi mi è sufficiente.
    Di contro, molti pareri autorevoli (nel settore) sono spesso sopra le righe -pro o contro- per motivi che, sinceramente, da semplice cliente non mi interessano e non intendo approfondire.

    D’altra parte, se questo tipo di pareri fossero davvero in grado di influenzare anche quelli che mangiano “con la propia testa”, davanti all’Antica Pesa a Trastevere ultimamente dovrebbe esserci la fila di gastrofanatici.
    E invece non mi risulta. 8-)

  12. Complimenti bell’articolo e concordo in pieno con il commento di Francesca barreca. Vorrei fare una domanda: bolasco dice che il critico riesce a fare la tara ma come fa? Se a me critico arriva in tavola una pasta cotta alla perfezione, cosa faccio, suppongo che generalmente, per il cliente anonimo, nel 50 per cento dei casi arriverà più al dente e nell’altro 50 leggermente scotta?

  13. Ho iniziato a frequentare Felice tanti anni fa, perché sapevo che non ci avrei mai incontrato Bonilli, che allora era il mio direttore (Gambero Rosso) e che Felice una sera bloccò alla porta perché i critici gastronomici non gli stavano proprio simpatici. Visto che vedevo Bonilli tutto il giorno, spesso la sera cercavo un rifugio intimo fuori dalla Città del Gusto e Flavio mi accoglieva con simpatia. Quindi conosco Felice e il Ve l’avevo detto bene. Molto bene.

    La cucina delle osterie romane è sempre meno vera, meno interessante e sempre più cara.
    Quella di Flavio è invece una cucina vera, interessante e non cara, visto che nei trenta euro in questione lui mette oltre a una passione bella e genuina, una ricerca dei prodotti che in città è rara.
    L’olio della Cacio e pepe, eccessivo forse (non per me), è un olio buono (è quello di Pietro Coricelli) e questo per Roma è già un miracolo. C’è, come mi ha sempre raccontato Loredana, la cuoca, perché nella versione ebraica romanesca della Cacio e Pepe non c’era, ma in quella non giudaica sì. E poi a loro piaceva, senza fare troppe “filologie”, quindi lo aggiungono, solo un goccio a crudo in fase di mantecatura. Il Pecorino è di una cooperativa Sarda (Tenores) più dolce, non così salato come quello di Brunelli. Infine, aggiungo, che la selezione dei prodotti di Flavio e Loredana diventa quasi maniacale sulla carne che è sempre biologica (di un’azienda oltre raccordo sull’Ardeatina).
    Quando mangio da Flavio e spendo 30 euro, so tutto questo, so che il maialino bio è molto buono, so che il Ve l’avevo detto è un posto da tutelare perché vero, e mi basta.

    • tutta sta sfilza di nomi e congnomi (il pecorino di qua, l’olio di là) non è che garantisce il risultato di un piatto, ci può stare che uno non si trovi e leggendo i commenti in molti non si sono trovati, non era serata? boh, fatto sta che il fatto di sapere nel dettaglio quale sia il pedigree di un piatto non è sinonimo di maggiore autorevolezza nel giudizo.

      • se un cuoco fa ricerca, se conosce bene i produttori del tuo cibo e se propone una cucina a prezzi popolari, io apprezzo.
        Diciamo, che se percepisco o riconosco tutto questo, il mio giudizio parte da un piano diverso. Poi se il piatto arriva scotto, scomposto, acquoso, bruciato, mal realizzato, inutile o semplicemente cattivo… chiaramente lo giudico negativamente. Tutto questo non è mai successo da Flavio.

        Dell’autorevolezza del mio parere proprio non me ne frega niente.

      • d’accordo con Luca. il cuore che ci mettono non è in discussione, tra l’altro chi scrive ci tornerebbe ma altri commentatori no. Il punto è (secodo me) che un ristorante si valuta per quello che ti arriva nel piatto, non per la storia dietro ogni ingrediente. Quello diventa un valore se il piatto è eccellente, altrimenti è solo un elenco. In questa serie di commenti è uscita fuori la storia del critico e del cliente semplice. Entrambi vanno rispettati se non mossi da marchette varie nel giudicare, perchè le bocche sono tutte importanti, specialmente per un ristoratore. O almeno così dovrebbe essere.

    • l’olio di Coricelli si trova alla Conad a piazza Bottego (attaccato a Flavio) a 6 euro a bottiglia quando va male. francamente in un piatto da 10 euro in cui è usato solo “un goccio a crudo per la mantecatura” mi aspetterei qualcosa di meglio.

  14. “Quello che ti arriva nel piatto” è importante. Anzi è tutto, e io non ho detto mai il contrario. O meglio, viene prima di ogni cosa. Non a caso ho scritto che se c’è qualcosa che non va, il mio giudizio è sempre e cmq negativo.
    “La storia dietro ogni ingrediente” e soprattutto la ricerca dei prodotti però in una cucina di trattoria è molto.
    Nessuno ha parlato di eccellenze.

    Rispetto all’olio, sapere che costi 6 euro è importante e lo ignoravo.
    Calcolando che di solito su questa fascia di ristorazione siamo sull’olio di sansa, la leggo come un’ennesima conferma!

    :)

    • Ops, ho risposto nel punto sbagliato.

      Ripeto comunque:

      l’olio Pietro Coricelli costa 2,99€ al litro alla Coop (secondo il sempre affidabile Spesafacile…).
      Se la ricerca sulle materie prime è questa, ognuno può farsi la sua idea.

      Mi meraviglia molto, tuttavia, il fatto che una persona che lavora (o lavorava, non saprei) al Gambero Rosso non sappia che Pietro Coricelli è un marchio diffusissimo nella GDO e dal prezzo tutt’altro che elevato, e che consideri “un miracolo” il suo utilizzo in un locale come quello citato. Anche sul palato mi vengono dei dubbi a questo punto, ma li tengo per me.

      • Uff… nessuno ha parlato di “miracolo”!!!
        è pazzesco!! scrivere su questa chat ha sempre dei toni poco vicini al mio sentire, sempre accusativi.
        Comunque ricordo che stiamo parlando di una TRATTORIA, non di uno stellato, né di un posto gourmet.
        Non conoscevo quell’olio. Mea culpa.
        Non ci ho fatto una degustazione attenta con bicchierino blu e piattino ma sulla bruschetta mi era sembrato buono.

        Ammazza!

        • hai ragione. permettimi però di dirti che da come hai impostato il primo commento sembrava tu usassi quei nomi, (compreso il gambero rosso) per dare valore aggiunto al tuo giudizio e autorevolezza a quanto affermavi, se poi usi un nome di un olio che non conosci e qualcuno qui puntiglioso sottolinea che non è un grande olio, ci devi stare. Ad ogni modo, posso dire che grazie al tuo commento sto imparando un sacco di cose, quindi go on!

          • nessun valore aggiunto
            nessuna autorevolezza presunta
            per me il Gambero Rosso è stata un’esperienza professionale non un marchio per avvalorare quello che dico
            accetto tutte le critiche perché quell’olio non lo conosco
            domani lo cercherò all’Esselunga
            ziao

        • Io non accuso nessuno.
          Vai al commento 15 e vedi che di miracolo ne hai parlato.
          Anzi, ti facilito l’opera:

          “L’olio della Cacio e pepe, eccessivo forse (non per me), è un olio buono (è quello di Pietro Coricelli) e questo per Roma è già un miracolo.”

          Cordialmente,

          Tuo incivile.

          • Una curiosità: ma qualcuno questo famoso olio lo ha mai assaggiato? Magari è buono, con un ottimo rapporto qualità/prezzo, e potrebbe essere una buona dritta. Non vorrei che passasse l’idea che qualsiasi cosa, per essere buona, debba per forza costare tanto

          • oddio. Mai assaggiato. Ma un’EVO da 4 euro/litro al pubblico (anche immaginando i 2,99 per la bottiglia da 70 ..)……
            perlomeno non è un prodotto che da un “valore aggiunto” al piatto
            è un po’ come la breasola IGP fatta con il cugino brasiliano dello zebù …. o “l’aceto balsamico” della peperlizia ..

          • Rispondo ad Antonio Scuteri:

            Lungi da me l’idea che sia buono solo ciò che è costoso.
            Nulla da dire sulla dignità di quell’olio, ci mancherebbe.
            Volevo solo sottolineare che l’acquisto di prodotti facilmente reperibili nella GDO non può certo essere chiamato “ricerca sulla materia prima”.

        • Non sapevo fosse una chat. A parte questo, è una trattoria. Quindi? Vale tutto? No. Olio buono o cattivo conta, se poi usato non correttamente è peggio in tutti e due i casi. Ricerca della materia prima? Anche questo a priori non è un valore, lo è nel loro utilizzo. Io ho mangiato una cacio e pepe in cui l’olio è rimasto a foderare il piatto. La cottura della pasta mia e quella dell’amatriciana del mio commensale era “sorpassata”, e sapeva poco di amatriciana. Sui secondi di carne posso dire che erano buoni, tengo presente che è una trattoria, ed erano coerenti con quello. Non ho sentito quella “maniacale” ricerca tale da lasciarmi un giudizio al riguardo. Il servizio è stato efficiente. Ma una cosa la devo dire. Il menu a voce che predomina su quello scritto non si può più sentire. Alla richiesta dello scritto è stato risposto che lo dovevano avere per legge, ma contava quello che avrebbe spegato a voce. Per legge devi esporre/fornire il menù con i piatti e relativi prezzi e tutto quello incluso o escluso nel pasto. Poi se hai tre piatti chissenefrega. Ma averne uno con 8 antipasti 10 primi e 10 secondi e a voce elencarne tre per tipo no. Trattoria o non trattoria.

          • Quanta moda. Quante mode.

            Ma gli esseri umani non cambiano. Restano furbacchioni.
            Dopo il tempo del sifone e della spuma, della passatina e della cremina, quando centinaia di locali si riciclarono improvvisandosi tutti Adrìa della montagna der sapone…
            Dopo il tempo del menu coi piatti dai titoli poetici e lunghi quanto un’ode di Carducci…
            …è arrivata l’era del giovane chef appassionato ed entusiasta. Della maniacale ricerca della materia prima.
            Della riscoperta di erbette infestanti che continuano a crescere spontanee negli orticelli; solo che visto che sono state riscoperte archeologicamente, mò costano quanto la maschera funeraria di Tuthankamon: e vai di borragine, ortica e ramolaccio!!
            Dell’elenco di pseudoproduttori sconosciuti e proprio per questo in grado di intimidire il cliente, certo di essere profondamente ignorante. E quindi in difetto. Mi raccontava un amico che, a cena in un rinomato locale della costiera amalfitana, chiese al cameriere spiegazioni su un piatto: “LE triglie di Peppe al cartoccio col NOSTRO olio…e piripì e piripò…”.
            E il cameriere serenamente rispose “Niente, dottò. Chill’ è Peppe, ‘o pescatore cu’ la barchetta che la mattina ci porta quello che ha preso…”

            Passano. Le mode passano.
            Le brutte abitudini, come il menu recitato a voce, invece restano. Chissà perchè. 8-)

  15. le aspettative deludono in amore, figuriamoci in trattoria!
    Diciamo che le guide cartacee o on line e i consigli dei “critici di riferimento” andrebbero valutati laicamente, con piglio illuministico. Mai dar troppa fiducia. Io, per esempio, diffido anche di me stesso. Ogni tanto mi chiedo: ma sei davvero obiettivo? non è che dipendi troppo dai tuoi gusti? Non è che sei subalterno alle tue ossessioni? Non è che il Gambero o Dissapore ti hanno manipolato il palato? Una sana diffidenza calmiera le aspettative e ti rende più liscia la pelle.
    Detto questo, a distanza di un annetto dalla recensione, il mio giudizio su Flavio resta positivo. Anche se le visite successive mi hanno lasciato qualche perplessità sulla cucina, che difficilmente raggiunge punte eccelse. Insomma, un posto piacevole, gradevole più di altri, senza essere imperdibile. Il maggior fascino della trattoria resta l’atmosfera, mentre i prezzi mi sembrano in linea con un locale del genere.
    PS. Viva sempre il Carlìn, però io non mi fido mai fino in fondo dei locali da lui recensiti, per i motivi noti: la sua barbetta riconoscibilissima, che gli fa ottenere un trattamento di superfavore, e gli inevitabili rapporti di amicizia e di lavoro che intrattiene con i ristoratori, che possono indurlo involontariamente a non essere del tutto obiettivo.
    Essere sconosciuti e anonimi, per certe cose, è ancora un bel vantaggio (certo, non ti fanno il maxisconto a fine pasto…)

  16. I° volta che scrivo qui

    buonasera ai competenti e simpatici contributori di questo dissapore, in cui torno spesso perché c’è da imparare e per mettere a fuoco i gusti delle persone in materia di alimentazione.
    Di professione faccio l’albergatore in quel di Rimini e fra i miei compiti c’è quello di dirigere la cucina :stabilisco i menu, faccio gli acquisti e controllo qualità e quantità del prodotto e spesso metto le mani in pasta ( quando c’è da preparare le lasagne al forno, la pizza e la piada)

    Volevo dire la mia sull’olio evo Coricelli di cui quest’estate ho usato 48 litri approfittando di una promozione alla metro a 2.60 euro + iva.
    Del Coricelli ho visto in commercio dove vado io la versione base e la versione” Fruttato granclasse”, che costa ben di più.

    Siccome di solito nelle coop costa di più degli altri oli evo base, mi aspettavo un prodotto più fine e per questo l’ho fatto usare solamente per cucinare . Da usare a crudo e al buffet delle insalate ho usato altre marche più gradevoli secondo me.

    Per nella caccia agli sconti compare p. es il Nobile della Carapelli

    Detto questo volevo intervenire sul tema della cena all’osteria Velavevodetto.
    Togliendo 60 euro di vino ci sono voluti 113 euro per
    due primi piatti e mezzo
    quattro secondi (che mi pare di capire non siano cucinati espressi ma facenti parte della linea del giorno)

    due contorni
    due dolci

  17. I° volta che scrivo qui

    buonasera ai competenti e simpatici contributori di questo dissapore, in cui torno spesso perché c’è da imparare e di cui mi servo anche mettere a fuoco i gusti delle persone in materia di alimentazione.
    Di professione faccio l’albergatore in quel di Rimini e fra i miei compiti c’è quello di dirigere la cucina :stabilisco i menu, faccio gli acquisti e controllo qualità e quantità del prodotto e spesso metto le mani in pasta ( quando c’è da preparare le lasagne al forno, la pizza e la piada)

    Volevo dire la mia sull’olio evo Coricelli di cui quest’estate ho usato 48 litri approfittando di una promozione alla metro a 2.60 euro + iva.
    Del Coricelli ho visto in commercio dove vado io la versione base e la versione” Fruttato granclasse”, che costa ben di più.

    Siccome di solito nelle coop il Pietro Coricelli costa di più degli altri oli evo base, mi aspettavo un prodotto più fine della media.
    Invece questo l’ho fatto usare solamente per cucinare . Da usare a crudo e al buffet delle insalate ho usato altre marche più gradevoli secondo me.

    Quando nella caccia agli sconti mi compare p. es. il Nobile della Carapelli me lo piglio , come anche il Delizia che trovo spesso in promozione e sono tutti e due molto molto meglio a crudo.

    Detto questo volevo intervenire sul tema della cena all’osteria Velavevodetto.
    Togliendo diciamo 60 euro di vino ci sono voluti 113 euro per
    due primi piatti e mezzo di esecuzione non straordinariamente difficile
    +quattro secondi (che mi pare di capire non siano cucinati espressi ma facenti parte della linea del giorno)
    +due contorni
    +due dolci
    Se la trattoria è piena questo oste campa tranquillo

  18. 123 euro ipotizzando primo a 10 euro, contorno a 5 euro e dolce a 7 euro, si va a 40 eurini tondi tondi a persona, più 15 di vino e caffè fanno 55 a cranio,
    tutto questo per la precisione
    ad altri giudicare la correttezza del rapporto qualità/prezzo.

    • Una bottiglia da 50 diviso 4 è 12,50€. I primi da Flavio credo stiano ad 8. Non hai messo i secondi. Credo tra 13 e 15. Dolci a 7 mi pare eccessivo per una fetta di torta. Solo due caffè. Un limoncello. Per la precisione.

      • DIVIDI 123 EURO PER QUELLO CHE HANNO MANGIATO E VENGONO FUORI I PREZZI,
        LA MATEMATICA E’ SEMPLICE
        PROVIAMO A FARE UN’ IPOTESI;
        4 coperti x 2 euro = 8
        2 primi x 10 euro = 20
        mezzo primo x 7 euro
        4 secondi x 16 euro = 64
        2 contorni x 5 euro = 10
        2 dolci x 7 euro = 14
        dovrebbe fare 123 euro, quindi da quello che leggo per mangiare lì servono 40 euro più i beveraggi.

        e non stò dicendo che sono pochi oppure tanti,
        sto dicendo che sono 40

  19. Buona sera,
    sono un distributore all’ingrosso di prodotti alimentari nella zona di Roma Centro. Sappiate che tutti i ristoranti di Roma Centro di un certo livello e in particolare quelli che si trovano a Testaccio utilizzano per la Cacio e Pepe un olio denominato fruttato, che alcuni di voi hanno descritto precedentemente.
    Per quanto riguarda l’azienda Coricelli, di cui siamo anche noi distributori da anni, insieme ovviamente ad altri marchi, sono presenti sul mercato molti prodotti, vi prego di visitare il sito web http://www.coricelli.com, per verificare quali. Ovviamente ci sono prodotti di fascia bassa e prodotti di fascia alta, che non troviamo sui scaffali delle Coop e dei supermercati. Tra questi troviamo appunto il fruttato.
    Probabilmente Flavio utilizza anche lui questo, per verificarlo basta andare a degustare voi il piatto in questione e magari chiedere a lui stesso.

    Stefano

    • Ciao Maurizio e Gianlu63,

      vi devo ricordare che purtroppo siamo in Italia, dove i Supermercati riescono ( non è compito mio sapere come ..) a scontare un prodotto del 45% e da qui apriremmo discussioni esterne a questo forum e che possono divenire pericolose e inoltre non sono neanche di mio interesse …
      Io pure sono socio Coop e ci compero di tutto pur vendendo prodotti alimentari all’ingrosso!
      Comunque olio di tipo fruttato si trova ai supermercati a 7 euro a bottiglia o più (quando non è in offerta) visto anche oggi alla Conad di un altra marca … non ho mai visto il Coricelli ma se lo dici ti credo.

      Inoltre vi faccio una domanda quanto dovrebbe costare / o meglio si dovrebbe pagare un olio per fare una cacio e pepe, e di che livello dovrebbe essere, quando in questo piatto l’olio serve solo per fare la famosa cremina e DEVE essere usato in minima parte ( secondo alcuni teorici non dovrebbe neanche essere aggiunto …) ?

      Io andrei invece a verificare l’ingrediente principe del piatto che dovrebbe essere il cacio, ovvero il pecorino piuttosto che l’olio …

      Per quanto mi riguarda il fruttato o olii di simile livello o gusto vanno benissimo per una CACIO e pepe e onore a Flavio che li utilizza, se è come si dice nel forum ( ritorno al punto di cui sopra andateci e magiate una cacio e pepe e poi chiedetegli quali ingredienti utilizza). Altri utilizzano per cucinare i famosi mischioni magari aggiungendo alle pietanze insieme all’olio extravergine magari quello di colza e vallo a capire a meno che non sei un esperto di olio!

      Grazie ragazzi e buona serata e buona cacio e pepe

      :-)

      • non è certo uno scandalo usare lo stesso olio che si trova alla coop o in autogrill, ma non sono certo daccordo con te quando lo definisci ingrediente di poco conto e sopratutto non si deve parlare, come in qualche post, di attenta ricerca sulla materia prima, se poi si usa un comunissimo evo,
        oltre che il cacio, sarei anche curioso di sapere che pasta e che pepe usa, un ristorante che fa attenta ricercaulla materia prima

        • Appunto. La “discussione” sull’olio nasce dalla citazione di una marca come “qualificante” del ristorante.
          Con lo stesso effetto finale ottenibile “qualificando” una pizzeria che abbina le sue squisite pizze (frutto di lavorazione amorevole sotto il chiaro di luna)
          alla Peroni …
          in offerta alla Coop 70 cent la bottiglia da 66 cl)

  20. Ciao Gianlu63,
    una risposta veloce … che richiede risposte puntuali e veloci….

    1) Ma tu ci sei andato mai a mangiare da Flavio ?
    2) Se si come hai trovato la pasta cacio e pepe ?
    3) mi rispondi al quesito quale olio reputi degno di una cacio e pepe ?
    4) Secondo te gli altri ristoranti di quella fascia cosa utilizzano ?

    Grazie e buona giornata

    • <scusa ma credevo di essere stato chiaro nei miei commenti, ci riprovo:

      Punto 1: nei post precedenti qualcuno sosteneva che da Flavio si mangiava con 30 euro, io ho corretto portando un eventuale conto per un pasto completo a 40 euro più i vini, tutto questo estrapolato dai post in cui si parlava del conto,
      quindi, pur non capendo la domanda, mai stato da Flavio.

      Punto 2: solitamente non mangio la cacio e pepe al ristorante,
      credo che la semplicità della ricetta richieda un'altissima qualità e selezione dei prodotti, quindi me la faccio a casa e mi accontento. l'ultima versione che ho provato, Maccheroni conforti, parmigiano vacche rosse 36 mesi e pecorino di pienza media stagionatura, pepe nero comune macinato fresco, il tutto in cestino di parmigiano. P.S. io l'olio ce lo metto, (il mio)

      Punto 3: purtroppo essendo uno che se lo produce in proprio, sono abbastanza fissato sull'olio, considero doveroso che un ristorante legato al territorio, che fa un'attente ricerca sulle materie prime, debba usare un olio di produzione locale e artigianale, anche se non necessariamente DOP IGP.

      Punto 4: cosa vuoi che ti dica, se vado in trattoria/osteria e spendo circa 55 euro per mangiare, se mi mettono in tavola l'olio corticelli non mi scandalizzo, ma posso ipotizzare che anche tutto il resto sia stato acquistato con la medesima "cura"

      - vorrei però che fosse chiarissimo che sono entrato nell'argomento olio, perchè qualcuno nei post precedenti ha sostenuto che da Flavio fanno un'attenta ricerca della materia prima, usando l'olio corticelli, quindi ho solo criticato quello che mi sembrava una evidente contraddizione.

      quindi non ho parlato ne della cucina di Flavio, ne tantomeno della sua cacio e pepe e neppure del rapporto qualità prezzo del suo ristorante, come avrei potuto..

      un saluto
      Gianluca Giuntoli

  21. Ma son l’unico che pensa che una persona “così carismatica” come Petrini dovrebbe evitare di dare giudizi e consigli, e in fin dei conti fare pubblicità, come in questo caso?

  22. Pingback: Trattorie: una specie in via d’estinzione? Noi abbiamo fatto un giro per Roma… « Tavole Romane

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