di Nunzia Clemente 17 Marzo 2016
grana padano

Nella lotta infinita ma indomita che combattiamo ogni giorno contro gli scandali alimentari c’è un’altra parola da mandare a memoria: a-f-l-a-t-o-s-s-i-n-a.

Ha a che fare con le 7.000 forme che a giugno sarebbero diventate Grana Padano, sequestrate dall’Agenzia di Tutela della Salute di Brescia in 5 caseifici dislocati tra bassa bresciana e Lago di Garda, con trenta persone iscritte nel registro degli indagati per i reati di adulterazione e contraffazione di sostanze alimentari.

Hai voglia a rassicurare i consumatori del formaggio italiano Dop più venduto all’estero –come fa oggi il Consorzio Grana Padano– che nessuna di quelle 7.000 forme è in commercio, che sono tutte stoccate nei magazzini in attesa dei controlli sanitari. Il timore di un brusco calo delle vendite nelle prossime settimane è tangibile.

Il motivo del sequestro è proprio lei, la temibile aflatossina B1.

L’aflatossina è una tossina prodotta da due specie di Aspergillus, fungo che ama il clima caldo e umido. I suoi effetti sono noti fin dal 1993, anno in cui l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro ha inserito la micotossina nel Gruppo 1: il più pericoloso.

Il caso delle forme che sarebbero diventate Grana Padano se non fosse stata scoperta la contaminazione, riguarda il latte delle vacche che hanno mangiato mais locale, contaminato dalla tossina diffusasi in poche ore a causa dell’estate poco piovosa e molto calda.

In altre parole: se il mais attaccato dall’aflatossina viene raccolto e usato per alimentare le mucche, il fungo si accumula nell’animale e la contaminazione viene trasferita al latte. Da questo poi a tutti i frutti della lavorazione, come ad esempio il formaggio.

Qualche allevatore, per non sprecare quel latte in tempi resi difficili dalla crisi economica, l’ha consegnato all cooperativa di riferimento invece di buttarlo. Oppure, ipotesi peggiore ma comunque realistica: qualche caseificio ha comprato quel latte a prezzi vantaggiosi e lo ha diluito con il latte buono.

I livelli di aflatossina trovati nei caseifici del bresciano sono alle stelle: in un caso il latte presentava valori 160 volte superiore al massimo consentito dalla legge.

[Crediti | link: Next Quotidiano, EFSA Europe]