di Anna Silveri 19 Settembre 2017

Non è stato un infarto a uccidere in pochi minuti Giuseppe Agodi, 70 anni, e ieri, cioè due settimane più tardi, la moglie Lorenza Frigatti, 69 anni, ma un’erba velenosa raccolta in montagna, scambiata per zafferano e usata per condire un risotto.

Quando la donna è arrivata all’ospedale di Piove di Sacco, dopo aver riscontrato i sintomi dell’avvelenamento, i medici hanno chiesto alla Procura di Padova di disporre l’autopsia del marito, morto poco prima.

E dall’esame del medico legale è risultato che a causare la morte di Agodi è stata proprio la colchicina, un’erba velenosa nota come “zafferano bastardo” e pericolosa per il fiore rosa-violaceo molto simile a quello dello zafferano.

La coppia di Cona, in provincia di Venezia, stava trascorrendo alcuni giorni di vacanza a Folgaria, in Trentino, e aveva raccolto l’erba durante una camminata nei boschi decidendo poi di usarla come condimento per il risotto.

La colchicina, pianta che fiorisce tra agosto e settembre e cresce spontanea nei prati, per lo più ai margini dei boschi, si trova nelle zone alpine e prealpine, fino ai 2000 metri. È rara sugli Appennini.

Non vanno toccati fiore e pianta perché il solo contatto può causare danni alla pelle, l’avvelenamento invece è mortale e ha un effetto quasi immediato, i sintomi sono bruciore alla gola, dolori gastrici, crampi e sudori freddi e può portare alla morte per insufficienza respiratoria o collasso cardiocircolatorio.

Il Corriere ha chiesto a Fabio Firenzuoli, Responsabile del Cerfit, Centro di riferimento per la Fitoterapia all’ospedale Careggi di Firenze, quali sono le principali differenze tra i due fiori.

“Il fiore colchico è superdotato, ha 6 stami, gli organi sessuali appunto, mentre lo zafferano ne ha solo 3. E quando invece è in foglia non dimenticate che può essere scambiato per Aglio ursino. Il consiglio è evitare di raccogliere piante, se non si conoscono alla perfezione”.

[Crediti | Link: Corriere.it]