di Dario De Marco 29 Novembre 2020
Cuscus; marsupiale

Qual è stato il primo animale addomesticato dall’uomo? Sono i dubbi che non ti fanno dormire la notte, lo so, soprattutto di questi tempi. E lo so, i più smart tra voi hanno già pensato: ma che domande, ovviamente il cane. Già, il cane, o meglio ancora il lupo, o per essere più precisi l’antenato comune – e ora estinto – del cane e del lupo. I quali infatti sono cugini, anzi fratelli, perché geneticamente uguali, anche se guardando un carlino non si direbbe. Quindici, ventimila anni fa, o prima ancora: canidi affamati e gregari si saranno avvicinati sempre più a un gruppo di umani attorno al fuoco, ma senza aggredirli, ricavandone qualche boccone di scarto e offrendo poi in cambio un decisivo aiuto nella caccia, e forse negli scontri con altri gruppi.

Ma stiamo andando fuori strada. Allora, riformulo: qual è stato il primo animale addomesticato dall’uomo a scopi alimentari? Direttamente alimentari, s’intende: per mangiarne le carni, berne il latte. La capra, la pecora, poi il maiale; solo dopo verranno mucche e galline – le api sono un caso a parte. Questo è quello che si sa, quello che tutti abbiamo creduto finora. Ma la storia potrebbe essere diversa.

L’agricoltura non è un’invenzione

La prima svolta nella storia dell’uomo – o l’ultima davvero rilevante, secondo un altro punto di vista – è stata l’invenzione dell’agricoltura, anche detta rivoluzione del neolitico. La narrazione corrente dice: tra 12 e 10 mila anni fa, vari gruppi di homo sapiens in varie parti del mondo cominciano a coltivare estesi appezzamenti di terra con vari tipi di cereali (orzo, grano, riso, mais). Questo comporta il passaggio da un tipo di vita nomade a un tipo stanziale; da una società tendenzialmente egualitaria a una organizzazione diversificata e gerarchica; e in definitiva a tutte le cose molto brutte e molto belle che riconosciamo come tipiche della nostra specie, dalla guerra allo sport, dalla schiavitù alla prosperità economica, dal patriarcato alla letteratura, dalle religioni organizzate alla disuguaglianza istituzionale, dal sistema pensionistico alle zeppole di San Giuseppe.

Questa è la teoria standard, comunemente accettata, sostenuta da scienziati e divulgatori. Ma è una visione che ultimamente viene posta in discussione, aggredita da più lati. Il compianto David Graeber aveva messo insieme un po’ di teorie in materia, soprattutto per dimostrare che la tendenza alla disuguaglianza non è una spinta univoca e necessaria nella storia umana: non è che prima eravamo pochi, uguali e felici, e ora siamo tanti, disuguali e arrabbiati – però vuoi mettere, possiamo ordinare il sushi con l’app. Anche prima della cosiddetta invenzione dell’agricoltura, gli essere umani potevano riunirsi in gruppi di migliaia di persone e edificare “città temporanee”, farsi la guerra e commerciare, costruire relazioni complesse e squilibrate. E anche dopo, non è che la trasformazione sia stata così rapida, uniforme, inevitabile (non voglio introdurre la controversa questione delle società matriarcali ma sì, alludo proprio a quelle).

D’altro canto, considerando l’aspetto più strettamente alimentare, e guardando l’altro capo della rivoluzione neolitica, cioè non l’output ma l’input, non come ne siamo usciti ma come ci siamo entrati, bisogna immaginare le cose in modo altrettanto progressivo. Cioè, non è che da un giorno all’altro, mentre prima andavamo in giro ad ammazzare mammut e raccogliere bacche e radici, ci siamo messi ad arare, irrigare e seminare pianure infinite. La domesticazione dei cereali, così come dei legumi e di altri tipi di piante, è stato un processo lento e progressivo, partito probabilmente con la raccolta di piante spontanee, proseguito con la pulizia dei campi che favoriva la seguente inseminazione, poi con la selezione inconsapevole delle varietà più comode da raccogliere, e terminato con la comprensione dei rapporti causa-effetto e con la gestione diretta. 

L’agricoltura insomma non è un’invenzione, come il grammofono o touch screen, ma un processo, un continum. La stessa cosa si deve supporre per la domesticazione degli animali, che ha portato alla nascita dell’allevamento. Non è che le capre e le pecore un giorno erano allo stato selvaggio e il giorno dopo sono state catturate e riunite in greggi. E allora, cos’è successo? La storia di un piccolo marsupiale dall’altra parte del mondo può aiutarci a capirlo.

Cuscus, l’animale addomesticato 20.000 anni fa

Il cuscus – generi Spilocuscus e Phalanger – è un marsupiale erbivoro diffuso tra la Nuova Guinea, l’Australia e le isole della Melanesia. È parente dell’opossum, assomiglia un po’ a un gatto e un po’ a una scimmia, ha una coda con cui si aggrappa ai rami degli alberi e delle zampe che ricordano in maniera inquietante delle mani di uomo. È stato per lungo tempo, ed è ancora, un animale centrale nella vita di molte popolazioni e tribù locali: fonte di proteine e animaletto da compagnia, usato per la pelliccia e per i denti, animale totemico. Soprattutto nelle piccole isole, dove per ragioni biologiche non c’è fauna di grandi dimensioni, dal cuscus è dipesa spesso la sopravvivenza dell’uomo.

Shimona Kealy è una ricercatrice australiana che studiando gli spostamenti delle popolazioni ancestrali nelle grandi e piccole isole di quella fetta di mondo, ha fatto una interessante scoperta relativa proprio al cuscus. Ne parla la sezione gastronomica di Atlas Obscura, una fonte costante di delizie. Kealy si è accorta che la presenza di questi animali è stranamente pervasiva, anche nelle isole più piccole. E soprattutto è recente in maniera sospettosa: come nel caso di un’isola vulcanica la cui flora e fauna sono state completamente distrutte da un’eruzione 400 anni fa. Anche se supponiamo che in tempi remoti, con i livelli del mare più bassi, molte di quelle che oggi sono isole fossero un tempo collegate da lingue di terra, la diffusione del cuscus non può essere stata spontanea. C’è la mano dell’uomo, insomma.  

Ipotesi dello studio è che un comportamento del genere sia stato molto frequente anche in passato: ipotesi che sembra suggerita da ritrovamenti archeologici (in sedimenti databili 20.000 anni fa) e dimostrata dalle analisi genetiche, in particolare basate sul DNA mitocondriale, di varie specie di cuscus. In pratica i popoli primitivi, in grado di spostarsi via mare anche per lunghi tratti, avrebbero portato con sé nelle isole che colonizzavano alcuni esemplari di cuscus, per poi lasciarli liberi di riprodursi nell’ambiente, e in seguito usarli come riserva proteica di facile prelevamento. Si può parlare di allevamento? Tecnicamente no. Si può parlare di caccia allo stato puro? Neanche. È quella fase di passaggio, quella via di mezzo che dicevamo prima. E che viene confermata da altri ritrovamenti in altre zone del mondo: pare che i nostri antenati facessero cose simili con i cinghiali, da Cipro al Giappone.

La cosa più interessante, e che risponde alla domanda che ci facevamo all’inizio, è che questi comportamenti risalgono a migliaia di anni prima della rivoluzione neolitica – che comunque non è avvenuta a tutte le latitudini contemporaneamente. E questo ci fa guardare con un altro occhio, ancora una volta, al cacciatore-raccoglitore del paleolitico: non più il buon selvaggio che vive allo stato brado, preleva dall’ambiente solo ciò che gli serve giorno per giorno e non si cura del domani; non il tizio un po’ ingenuotto, in simbiosi con la natura circostante, che non è in grado di accumulare, come invece farà la previdente formichina del neolitico. Al contrario, un tipo di persona molto intelligente, in grado di gestire a distanza una specie invasiva come il cuscus, e di modificare l’ambiente, in maniera light ma non meno vantaggiosa.

Insomma il cuscus sarebbe il primo animale addomesticato dall’uomo, se facciamo passare una definizione ampia e progressiva di allevamento. Che poi, dopo questa storia, ci sia venuta voglia o meno di assaggiare carne di marsupiale è – come diceva un mio amico, non ho mai capito se scherzando o no – un altro paio di mani.