Cuy! Ho mangiato il porcellino d’India arrosto in Perù e vi dico com’è

Il Cuy, o meglio il porcellino d’India – per non dire topo – mangiato arrosto in Perù per doveroso rito turistico e raccontato per filo e per segno.  Nel rapporto con le attrazioni turistiche le persone si dividono in tre tipi. Quello le che rifugge considerandole volgari svaghi per le masse. Quello che ci si […]

cuy, porellino d'india, topo arrosto

Il Cuy, o meglio il porcellino d’India – per non dire topo – mangiato arrosto in Perù per doveroso rito turistico e raccontato per filo e per segno. 

Nel rapporto con le attrazioni turistiche le persone si dividono in tre tipi. Quello le che rifugge considerandole volgari svaghi per le masse. Quello che ci si butta a capofitto. Quello che ci finisce inconsapevolmente, tipo arriva a Pisa e dice “minchia ragazzi, ma sto male o quella torre pende di brutto?”. Io faccio parte del Secondo Tipo: quando vado in una località sconosciuta mi fiondo sulle robe arcinote. Penso sempre: se son famose ci sarà un perché (in più invecchiando ho sempre più paura di diventare uno snob, quindi piuttosto che evitare un’attrazione pop finisco ai gonfiabili del centro commerciale).

Tutto ciò per dire che appena sbarco a Cuzco, l’altroieri, come primo obiettivo mi pongo il cuy. Ricordando infatti l’adorabile reportage peruviano “Manuale di sopravvivenza amazzonica per signorine di città” (EDT) – della ben nota ai lettori di Dissapore Sara Porro – so che il porcellino d’India arrosto è la specialità più celebre dell’ex capitale Inca sulle Ande.

Il cuy – in inglese “Guinea Pig” – mi intriga: in fin dei conti se si chiama “porcellino” non potrà che essere buono. E poi lo trovo sfidante il giusto: sarà una sorta di topone? Inoltre qui è davvero un’icona: memore delle parole di Porro, entro nell’opulenta cattedrale cittadina e in fondo a destra c’è un enorme dipinto, un’ultima cena, in cui Gesù sta per compartir con i discepoli…. esatto, un cuy. Al centro del quadro c’è un vassoio e sopra questo, a gambe all’aria, un bel porcellino arrostito. Che meraviglioso caso di sincretismo al quadrato: Gesù è bello ed eburneo come lo volevo i conquistadores ma ha una dieta 100% inca.

Insomma: la voglia di cuy è alle stelle e pure benedetta. Così entrò in un mercatino e chiedo a una signora “dove lo trovo il cuy?” E quella: “in tutti i ristoranti turistici!” Ma io sono un turista, fa per me! Dunque mi getto su Tripavisor che in quando a luoghi massivi non lo batte nessuno. E TA mi raccomanda Kusikuy Restaurante che ha 266 recensioni tutte positive e pure “kuy” nel nome: Kusikuy, arrivo!

cuy, porellino d'india, topo arrosto

Ed eccomi quindi seduto da Kusikuy che come ristorante turistico, a essere onesti, merita la cintura nera terzo dan. Eleganza occidentale, ferro battuto che fa sempre tipico, lucine cangianti che rendono magica l’atmosfera, pietra a vista ché in fin dei conti siamo sopra i 3000 metri, menù direttamente in inglese senza ipocriti bilinguismi.

Il cuy c’è. Costa 70 sol che sono circa 18 euro e qui è una cifra piuttosto importante, ma questo non frena il mio spirito indomito. Lo ordino arrostito (ci sarebbe anche fritto) e sarà accompagnato da un peperone ripieno e da crocchette di patate. Molto bene. Sorseggio una birra Cusquena e dopo un quarto d’ora arriva lui, l’idolo del turista, il porcellino.

“Eccolo per la foto” mi dice il cameriere intendendo che me lo impresta un istante tutto intero perché così è telegenico, ma poi avranno cura di decapitarlo e farmelo a pezzi. L’impiattamento è la gioia del turista: il porcellino sembra una nutria arrosto e in testa gli hanno messo per cappellino mezzo pomodoro con impiantato un mazzetto di una cosa che sembra menta, proprio come i celebri copricapi inca. In bocca ha un peperone e in generale una posizione aerodinamica, come se fosse lì lì per saltare una siepe e ritrovare vita e libertà.

cuy, porellino d'india, topo arrosto

cuy, porellino d'india, topo arrosto

Fatta la foto e riavutolo in quattro quarti il cameriere mi dice “si mangia con le mani!”, ma non ce ne sarebbe stato bisogno, considerato che è una sorta di polletto. Io lo mangio. E non mi dispiace. Diciamo che sembra carne di coniglio con la cotenna del porceddu. Ha una consistenza piuttosto molliccia (almeno quello che ho mangiato io) che può risultare un poco fastidiosa a chi preferisca le carni più sode, ma capisco che per secoli sia stato un piatto succulento per gente, come noi, che era abituata a mangiar prevalentemente patate.

Comunque sia me lo divoro, e con lui il mais a lato (qui il mais è davvero una cosa buona), l’ottimo peperone ripieno di carne, le crocchette, le salsine piccanti (qui anche il peperoncino è davvero una cosa molto buona) che sgrassano.

Esco soddisfatto del cuy e di me stesso: il rito turistico è esperito.

Potrebbe interessarti anche