di Dario De Marco 2 Dicembre 2020
Become a Beefatarian

No vabbè. L’Unione Europea ne ha combinata un’altra, una che non ci si crede. Hai voglia a dichiararti europeista convinto, questi fanno di tutto per mettere alla prova le tue convinzioni (tra l’altro, fa ridere ma anche riflettere: ormai definirsi europeista è come dirsi comunista, devi sempre mettere le mani avanti sottolinenando l’abisso tra l’idea e la sua applicazione pratica, l’europeismo reale). Che hanno creato, stavolta, gli amici di Bruxelles? Ma niente di che: hanno finanziato la campagna Become a Beefatarian per convincere le persone a mangiare carne di mucca.

Fai un respiro profondo e rileggi: l’UE ha speso dei soldi. Un botto di soldi. (Nostri.) Per dirci di consumare serenamente carne. Rossa. 

È tutto nero su bianco, sul sito della Commissione. Il progetto si chiama “Proud of EU beef”, è un programma triennale rivolto tanto ai consumatori che ai giornalisti come agli operatori economici della filiera, ed è ideato da due grandi organizzazioni di settore, la spagnola Organizacion Interprofesional Agroalimentaria de Carne de Vacuno-PROVACUNO, e la belga Agence wallonne pour la promotion d’une agriculture de qualité. Costa 4 milioni e mezzo di euro in tutto, l’Unione ne finanzia 3,6 milioni, quasi l’80%.

Lo scopo, leggiamo dal sito, è “not only to highlighting the benefits of the product but to make the consumer feel identified and supported in its choice regarding it. Consumer behaviour may lead to a refusal to eat meat due to the multiple types of information presented nowadays, but even so those consumers who choose to eat red meat should feel at ease should they wish to reaffirm their choice for this product”. Traducendo alla buona: non solo sottolineare i benefici del prodotto ma far sentire il consumatore supportato nella sua scelta, perché il bombardamento di informazioni oggigiorno potrebbe portare la gente a rifiutare la carne, mentre chi la mangia dovrebbe sentirsi tranquillo nel riaffermare la sua preferenza.

In questi giorni sta girando un video, se non lo abbiamo visto è perché le nazioni target sono Spagna, Belgio, Francia, Germania e Portogallo; ovvero i paesi delle due organizzazioni promotrici, più quelli confinanti e di maggior esportazione. Become a beefatarian, diventa carnetariano. Guarda, ti dici, guarda prima di giudicare.

Niente, è peggio di quanto temessi. Allegri barbecue, ristoranti dall’atmosfera cozy, cucine professionali scintillanti, mucche felici al pascolo, tipi cool, giovani, soprattutto donne. Il testo fa un po’ il verso al famoso If di Kipling:

Se ti commuovi al suono della bistecca che sfrigola sulla griglia, sei un vero carnetariano.
Se hai una dieta bilanciata, e non esiti a ordinare un contorno di bistecca per i tuoi asparagi, sei un vero carnetariano.
Se supporti l’allevamento sostenibile scegliendo carne di bovino europeo, sei un vero carnetariano.
Diventa carnetariano: e naturalmente, un vero carnetariano mangia anche insalata.

Allora: veramente dobbiamo ribadire in motivi per cui la carne bovina fa male agli uomini, agli animali, al pianeta? Così alla rinfusa: deforestazione, produzione di gas serra, riduzione della biodiversità, sottrazione di habitat alle specie selvatiche, possibilità di spillover e pandemie, malattie cardiocircolatorie, sofferenza per gli animali, land grabbing, sfruttamento dei lavoratori, inefficienza economica nel rapporto energia investita/calorie prodotte.

E lo sappiamo, che eliminare tutta la carne dalla faccia della terra non è una soluzione, e non salverebbe il mondo. Non è una soluzione praticabile, convincere miliardi di persone a diventare vegetariane. E non funzionerebbe neanche in teoria: la terra coltivabile che abbiamo semplicemente non basta. Ma qui non stiamo parlando di azzerare o piuttosto ridurre il consumo di carne. Stiamo parlando di aumentarlo, al limite di lasciarlo così com’è.

La buona notizia, se vogliamo trovarne una, è che se si muovono due colossi vuol dire che qualcosa sta veramente cambiando, non solo nella percezione e nella bolla degli hipster ma nei consumi profondi, qualcosa che ha messo il pepe al culo ai produttori di carne: quelli direttamene coinvolti sono sempre i primi a saperle le cose, un po’ come la Philip Morris che lo aveva visto da 50 anni, il futuro delle sigarette.

Quindi, gli industriali spagnoli e belgi hanno tutto il diritto a tirare l’acqua al loro mulino, a tentare di limitare i danni. Ma l’Unione Europea? Certo l’UE aiuta e tutela i propri coltivatori e allevatori, è nata per quello, ricordiamolo, e ancora oggi la maggior fetta del bilancio è dedicata all’agroalimentare. Protegge i produttori europei, ma a che prezzo? Ovvero, chi c’è sull’altro piatto della bilancia? Ai produttori si contrappongono i consumatori, all’Europa il resto del mondo: favorendo i primi, si danneggiano i secondi, semplice. Si ricade un’altra volta in quel colonialismo climatico e alimentare che abbiamo evidenziato parlando di Green Deal e PAC: facciamo i sostenibili con la salute degli altri, ma prima o poi l’onda arriva anche da noi.

Eh no, si dirà, tutelare i produttori europei non vuol dire danneggiare i consumatori, anzi: se la carne che mangiamo proviene da allevamenti certificati che usano metodi sostenibili e privilegiano razze bovine locali e la qualità e il km zero e il territorio e bla bla. E poi appunto si invita a una dieta bilanciata, addirittura a mangiare insalata. Sì ma, parliamoci chiaro, nessuno ordina davvero una ribeye come contorno a un piattone di asparagi, a meno che non sia Dan Barber in persona a imporglielo. Se si voleva spingere il consumo moderato e consapevole di carne, si faceva in un altro modo. Qui, il messaggio che passa – semplificato, ma un pubblicitario lo sa – è: tranquillo, mangia pure tutta la carne rossa che vuoi.

D’altra parte, lasciando perdere lo spot e tornando alle motivazioni profonde del progetto triennale, lo scopo dichiarato è proprio quello: “I consumatori che comprano carne rossa devono potersi sentire a proprio agio se hanno il desiderio di ribadire la propria preferenza alimentare”,  devono essere “identificati e supportati”.

Qui, consapevolmente o meno, si applica una strategia retorica tipica del populismo, che si potrebbe definire ribellione della maggioranza. Si eleva l’hype a pensiero dominante e poi ci si scaglia contro da una posizione chi si dichiara come minoritaria e oppressa, ma che invece è ancora saldamente di maggioranza, tradizionalmente e conservativamente di maggioranza. È un po’ come succede con il politicamente corretto, che è nato l’altroieri e ha già rotto le palle, è già DITTATURA!1!!1!. Ebbene vi voglio informare di un fatto: qualsiasi cosa si dica o si faccia nella vostra bolla, lì fuori è ancora pieno di gente che dice ne*ro e usa gay come insulto, che picchia la moglie o comunque ritiene giusto che in casa faccia tutto lei, che pensa che al sud si mangi bene ma si lavori poco. È ancora pieno di gente che guarda solo la TV, e non Lundini ma la D’Urso, è ancora pieno di gente che compra carne tutti i giorni, a prezzi inferiori a quelli di un cavolfiore e proveniente da chi sa dove. Sentiamo davvero la necessità di confortare, rassicurare, coccolare queste persone?

Per non parlare del nome: c’era davvero bisogno di un nome? Ok che “onnivoro consapevole”, come dice Pollan, non è così catchy. Ok che ne sentiamo di ogni, rispetto alle scelte alimentari: da pescetariano a flexitarian, da crudista a seagan (è l’ultima  che ho imparato: non mangiano formaggio e uova come i vegan, però mangiano pesce – e le uova di pesce?). E a parte la tenerezza che può fare beefatarian con le sue assonanze buffe, tra rastafari e Captain Beefheart.

Però, e di nuovo, attribuire un’etichetta da categoria minoritaria a quello che di fatto è il comportamento mainstream, non sarà una specie di appropriazione culturale?

La speranza residua, paradossalmente, sta proprio nel sentimento di sovranimso antieuropeo che attraversa il continente. Mangiate più carne, è l’Europa che ce lo chiede? Magari è la volta buona che diventiamo tutti vegetariani. 

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