gluten free; Tetti di spesa per celiaci

Grazie al Decreto Ministeriale del 10 agosto 2018, dal 1 gennaio 2019 si è resa effettiva la riduzione dei tetti di spesa per i celiaci, e dal 1 marzo, nonostante il ricorso al Tar del Lazio da parte della ditta ICA Srl, sono usciti dal Registro dei prodotti erogabili gli impanati e le farine monocereale. Ecco cosa sta succedendo in tema di spesa senza glutine, senza giri di parole. 

Il 1 Gennaio 2019, mentre amici e parenti ballavano a suon di Maracaibo, ponendo particolare enfasi su “ZAZA!”, 1 celiaco su 3 ‒ perché gli altri due erano già troppo sbronzi per rendersene conto ‒ dondolava accovacciato in un angolo, ripetendo a se stesso “… e ora come farò?”

2019: cos’è cambiato per i tetti di spesa?

Nonostante, in Italia, gli alimenti senza glutine restino gratuiti, la riduzione effettiva dei tetti di spesa per l’acquisto di prodotti erogabili dal Servizio Sanitario Nazionale non ci ha dato motivo di festeggiare e goderci, con tutto l’entusiasmo del caso, fuochi d’artificio e brindisi. Il Ministero della Salute ‒ su firma del Ministro Grillo ‒ , secondo la legge 123/05, ha operato l’aggiornamento dei limiti massimi di spesa calcolati a partire dai fabbisogni energetici medi, divisi per genere e fascia d’età, rapportati ai prezzi applicati nel solo canale farmaceutico. “ZAZA!” non è stato altro che il risuonare esatto e affilato dei tagli alla spesa pubblica, anche in tema di sanità e assistenza ai celiaci che, seppur garantita, ha visto una riduzione media del 19%. Nel vecchio DM del 2006 i tetti di spesa erano così suddivisi:

  • Da 6 mesi a 1 anno: 45€
  • Fino a 3 anni e mezzo: 62€
  • Fino a 10 anni: 94€
  • Età adulta: 99€ (donne) e 140€ (uomini)

Mentre, dal 1 gennaio, i nuovi tetti di spesa fanno riferimento a questa tabella, in cui anche le fasce d’età hanno subito una maggior suddivisione:

nuovi tetti di spesa 2019

Bisogna dire che un po’ ce l’aspettavamo perché se n’era parlato fin da maggio dello scorso anno e il decreto n.199 era pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale dal 28 agosto 2018. Dunque, dopo un primo, terribile, momento di sconforto, il celiaco non ancora sbronzo a sufficienza ha rimediato e si è unito al trenino di Capodanno mettendosi il cuore in pace, principalmente perché l’AIC (Associazione Italiana Celiachia) ha mediato affinché non venisse meno la garanzia sul 35% dell’apporto calorico giornaliero da carboidrati privi di glutine.

Il taglio ha permesso allo Stato un risparmio di circa 30 milioni di euro che costituiranno le risorse per i futuri diagnosticati. La celiachia è in crescita del 10% annuo e sono stimate 400mila nuove diagnosi a breve.

Dunque, da inizio anno, per noi quasi 200mila celiaci di fatto sono cambiate due cose:

  • il tetto di spesa, per cui toccherà fare qualche conto in più;
  • la dematerializzazione dei buoni cartacei in favore dell’uso esclusivo della Tessera Sanitaria tramite PIN fornito dalla Regione di residenza.

Il registro dei prodotti erogabili: cosa cambia dal 1 marzo 2019

Ovvero, hanno ucciso gli impanati, chi sia stato non si sa. Anzi, sì (grazie, Governo Conte).

Ma in fatto di spesa senza glutine, gli esercenti dei negozi specializzati, le PMI e il celiaco medio si sono alterati‒ almeno quanto Miguel che, di ritorno dalla Cordigliera, becca Zaza e Pedro sulle casse di nitroglicerina ‒ per un’altra questione: l’aggiornamento del Registro dei prodotti erogabili dal SSN.

Dal 1 marzo 2019 non rientrano più in questa categoria:

  • impanati
  • farine monocereale (costituite solo da cereali senza glutine)

È andata più o meno così: qualcuno  ‒ sempre su firma del Ministro Grillo ‒,  probabilmente durante una sessione del telefono senza fili, ha deciso quali alimenti dovessero essere erogati e quali no. Il problema è che né i celiaci, né le PMI operanti da anni nel settore sono stati invitati a partecipare al divertente pomeriggio di giochi. Quindi gli impanati e le farine monocereale, senza idonei periodi transitori di adeguamento, sono scomparsi dal Registro a seguito dello stesso DM del 10 agosto 2018. Il decreto, nello specifico, ha salvato queste 5 categorie erogabili:

  1. pane e affini, prodotti da forno salati
  2. pasta e affini, pizza e affini, piatti pronti a base di pasta
  3. preparati e basi pronte per dolci, pizza, pane, pasta e affini
  4. prodotti da forno e altri prodotti dolciari
  5. cereali per la prima colazione

A questo punto le PMI, non solo hanno accusato il colpo per essere state penalizzate nella vera e propria produzione, ma anche perché le industrie del mercato gluten free pare fossero state interpellate eccome, avvantaggiandosi sulla concorrenza. La ditta ICA Srl ha presentato ricorso al TAR del Lazio contro l’articolo 2 del DM del 10 agosto 2018 per l’esclusione dal Registro di categorie come gli impanati: l’azienda, infatti, da oltre 15 anni è specializzata in preparati di carne senza glutine, panati e non, con ampia scelta per i celiaci tra cotolette di pollo, involtini, cordon bleu, arancini e altre specialità alla siciliana. Così, il TAR ha disposto la “sospensione degli atti impugnati in parte qua fino all’udienza del 12 febbraio 2019” e invitato “le Regioni e Provincie Autonome, fino al 12 febbraio 2019, ai fini dell’erogabilità gratuita a carico del SSN dei alimenti senza glutine specificamente formulati per i celiaci, a sospendere l’efficacia del D.M. 10 agosto 2018, limitatamente all’articolo 2”.

Questa sospensione ha creato non poco scompiglio nella GDO e nelle rivendite al dettaglio. In parole povere, alcune attività continuavano a passarli come prodotti erogabili e altre invece no; risultato: non si è capito più niente per tre mesi. Comunque, dal 1 marzo scorso, tutto quanto è diventato realtà e la lotta contro titani di ICA Srl si è definitivamente conclusa con la nota inviata dal Ministero della Salute agli Assessorati Regionali alla Sanità “si deve ritenere nuovamente efficace il decreto sopra citato ‒ il DM del 10 agosto 2018 ‒ nella sua completezza”, successiva al rifiuto da parte del Tar del Lazio del ricorso presentato.

Ora, cosa potrebbe succedere? Soprattutto gli impanati, difficilmente verranno acquistati di tasca propria dai celiaci, quindi di rado compariranno nei negozi specializzati e verranno selezionati dalla GDO. Potrebbero diventare un tipo di prodotto che richiederebbe lavorazioni e tempo di produzione maggiore alle aziende del settore senza, tuttavia, guadagni adeguati, ergo potrebbero sparire dal commercio.

Perché i celiaci non li compreranno più? Per l’esorbitante costo dei prodotti senza glutine. Dal momento che non posso fare a meno della dieta gluten free e, proprio per questo motivo, ‒ fortunatamente ‒ ho un budget dedicato da spendere, perché mai dovrei pagare cifre da capogiro per acquistare prodotti non erogati, ma tuttavia indispensabili per una dieta varia ed equilibrata?

impanati

 

Oltretutto, perché un celiaco dovrebbe per forza saper cucinare e avere tempo, più di Zaza, Pedro, Miguel o chiunque altro, da investire in impanature varie? Tanto più che alcuni prodotti pronti sono stati risparmiati in nome della frenesia dei ritmi moderni; e qui, sarebbe interessante scoprire con che criterio sia stato stabilito che una lasagna sia più degna di un ruspante, dorato pollo o di un succulento arancino ‒ … e vaglielo a spiegare a un siciliano ‒.

Non è certo una questione di principio, ma di salute e trasparenza; due cose per cui è impossibile scendere a compromessi. La celiachia non è un capriccio, ma una malattia cronica per cui l’unica terapia è la dieta senza glutine e per questo motivo va tutelata, in primis, dalle istituzioni e dalla Pubblica Amministrazione, interpellando tutte le parti sociali coinvolte: dagli stessi celiaci, diretti interessati, alle aziende del settore.

commenti (5)

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  1. Avatar fabiusss ha detto:

    ” perché un celiaco dovrebbe per forza saper cucinare e avere tempo, più di Zaza, Pedro, Miguel o chiunque altro, da investire in impanature varie?”

    perché dispiace, ma è malato
    altro che impanature

    1. Avatar Rosa ha detto:

      “Mi dispiace, ma é malato, altro che impanature”: vedi che un celiaco non ha il colon irritabile o colite di alcun genere e le impanature /fritture le può mangiare benissimo. Inoltre i prodottti impanati, se proprio fosse una questione di calorie o altri fastidi, si possono fare anche al forno. Quando non si han le competenze , non dico mediche, non dico culinarie, ma solo pratiche é bene astenersi da commenti ridicoli. Lei non sa quante volte ho provato a fare le crocchette di patate glutenfree a casa e anche gli arancini e quando li cali in olio si spappolano come dovrebbe fare il cervello di chi ha disposto questa esclusione. Io sono una mamma che ha tempo di cucinare perché non lavoro ma quando lavoravo chi se lo sognava di mettersi ai fornelli per stare altre 2/3 ore a pasticciare !

  2. Avatar Nadia ha detto:

    Secondo me, il fatto che la celiachia costituisca un morbo e non una scelta, non è stato ben recepito. Io sono la mamma lavoratrice di una bambina di 7 anni che grazie ad una dieta priva di glutine ha finalmente risolto i problemi che si portava dietro da ben 6 anni. Ora, io in parte concordo con la scelta del ministro di abbassare i tetti di spesa, perché 94 euro x una bambina così piccola sono più di quanto realmente necessiti, ma perché il ministro mi vieti di acquistare determinati alimenti, per mia figlia fondamentali, ancora non mi è chiaro. Perché io, in possesso di un buono regionale x l erogazione di alimenti senza glutine, devo acquistare farina di riso o grano saraceno di “tasca mia”? Mi domando, una volta ricevuto il buono, seppur ridotto, a chi interessa se io prendo un pacco di farina monocereale o una confezione di pasta in più? Il ministro, e chi segue, ha idea di aver tolto alimenti indispensabili ai celiaci? Una volta erogato il buono,quelli diventano soldi miei e io dovrei essere libera di acquistare alimenti senza glutine, in negozi specializzati e basta, senza che nessuno dica nulla. Mi piacerebbe sapere se il ministro ha mai fatto un giro nei negozi specializzati e se sia a conoscenza dei prezzi che ci sono. Lo sa che un chilo di pane costa €9.99?Nelle prime Comunicazioni in merito ai tetti di spesa e alla limitazione degli alimenti acquistabili con i buoni, c era scritto che i celiaci non hanno bisogno di prodotti panati: bene lo dica lei ad una bambina di 7 anni che non può mangiare la cotoletta. Il prezzo per mezzo kg di pangrattato si aggira intorno ai 6 euro. Ministro, perché non ci dà la possibilità di effettuare i nostri acquisti nei supermercati, dove i prezzi si abbassano anche del 50%? E soprattutto perché lo Stato deve scegliere ciò che io posso acquistare con i”miei”soldi? Mi piacerebbe discuterne con la dott.ssa Grillo: lei è di Catania, io di Taormina, magari se viene in vacanza le offro una granita con brioche gluten free e poi le mostro il conto

    1. Avatar DANY ha detto:

      Concordo, mia figlia deve per forza mangiare pane e pasta sia a pranzo che a cena, e praticamente il mio buono di 56€ se ne va per questo, spendendo di tasca mia il resto proprio xché 4 merendine costano 5€ e lei non avevendo solo la celiachia da dover tenere sotto controllo ha bisogno anche di questo, fanno presto loro, io non vorrei nemmno i buoni ma la possibilità di prendere ciò che mi pare allo stesso prezzo di una merendina, pane, cotoletta o una qualsiasi cosa che dovrei comprare ugualmente se non lo fossi, ma qui hanno dei prezzi improponibili che senza buoni solo in pochi se lo possono permettere.

  3. Avatar Msimone ha detto:

    La celiachia in Italia è una gallina dalle uova d’oro per le industrie del settore che contando sulle esenzioni tengono i prezzi alti apposta. A parere mio l’ esenzione dovrebbe andare solo a chi sta sotto un certo reddito e solo la parte differenziale di prezzo rispetto al prodotto alimentare standard equivalente.