di Nunzia Clemente 31 Agosto 2016

«I negoziati con gli Usa sono de facto falliti, perché noi europei non ci vogliamo assoggettare alle richieste americane. Le cose su questo fronte non si stanno muovendo». .

Queste le conclusioni del vice-cancelliere e Ministro dell’Economia tedesco Sigmar Gabriel, conclusione che sembrava ovvia a molti osservatori internazionali, data la lunghezza delle trattative, che si prolungano ormai dal 2013,  e non essendo stato trovato alcun accordo su nemmeno uno dei 27 punti  totali considerati dal Trattato.

Il TTIP  (Transatlantic Trade and Investment Partnership), o “Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti”,  è un accordo commerciale tra  Stati Uniti e Europa che avrebbe dovuto agevolare l’integrazione e gli scambi tra mercato europeo e statunitense attraverso il totale annullamento o anche la significativa riduzione di barriere di tipo economico, quali i dazi, e barriere non tariffarie, vale a dire ostacoli di tipo legislativo e burocratico.

L’obiettivo era incentivare la libera circolazione delle merci in entrambi i territori, a favore delle esportazioni e   importazioni di prodotti appartenenti al settore agroalimentare tra i due Paesi.

Purtroppo però, le condizioni a cui dovrebbero sottostare i prodotti europei  secondo le disposizioni previste in tale trattato non sono considerate favorevoli al mercato stesso, e anzi, spesso addirittura dannose.

Diminuirebbero drasticamente, per esempio, i prodotti tutelati col marchio DOP e DOC, in Europa attualmente 1500 e che scenderebbero, con il TTIP, a sole 200 tipologie, mentre verrebbe incentivata la pratica equivoca  dell’Italian Sounding, che prevede l’immissione sul mercato di prodotti con nomi che ricordano vagamente l’originale italiano, con relativi danni conseguenti per l’economia italiana ed europea.

Rischi analoghi inoltre per prodotti come manzo, pollami e suini: l’ingresso massiccio di queste carni nel mercato europeo porterebbe a una modifica delle norme di sicurezza alimentari presenti nel nostro continente, attualmente molto più stringenti delle norme statunitensi, con evidente vantaggio dei prodotti d’oltreoceano, senza contare, inoltre, l’impiego massiccio di ormoni della crescita nei suini allevati nel territorio statunitense, dosi che vanno ben oltre i limiti consentiti dall’Unione Europea.

Oltre la Germania, anche la Francia ha espresso forti dubbi sull’effettiva utilità dei concordati, dichiarandoli ‘unilaterali’ e completamente a favore degli Stati Uniti.

Entrambi gli Stati  inoltre si trovano in clima pre elettorale, con conseguente stagnazione, da parte dei governi uscenti, di ogni iniziativa politica ed economica di rilievo.

La medesima situazione si rileva oltretutto negli Stati Uniti: entrambi i canditati alla Casa  Bianca  si sono infatti dichiarati apertamente contrari alla felice conclusione dell’accordo, considerato dall’opinione pubblica americana come potenzialmente pericoloso e lesivo per l’occupazione della working class americana e quindi certamente non ben visto a fini elettorali sia da parte repubblicana che democratica.

Poche chance quindi per il TTIP, a cui la congiuntura economica sfavorevole, il clima politico pre elettorale nonché i tempi di negoziazione estremamente dilatati, a partire dal 2013,  hanno preparato il terreno a uno dei più grandi fallimenti politici in materia economica dell’ultimo decennio.

[Crediti | Link: Dissapore, Il Sole 24 Ore]