Birra Tripel: gli stili spiegati bene

Ci eravamo salutati con una blond ale nel bicchiere, un tepore adorabile di fine estate e la speranza di scivolare nell’autunno senza troppi traumi. Vi ritrovo oggi con le mani intorpidite dal freddo e un Ottobre che si crede Novembre. Disagio.

Ma dove c’è disagio La birra artigianale spiegata bene – rubrica di Dissapore che vi porta a zonzo tra gli stili di birra – accorre in soccorso. Alzo l’asticella di alcol e opulenza per parlarvi di Tripel, certa che vi porterà quel tepore e joie de vivre necessari per dimenticare meteoropatie e qualsivoglia turbe.

La storia della birra Tripel

tripel

Binomio di storica attualità, quello che lega le attività monastiche alla produzione di birra (ne abbiamo testimonianza già dal VI sec.).

Un bene comune che, in tempi di epidemie da reti idriche malsane, rispondeva alla necessità di poter disporre di bevande più salubri dell’acqua. E se la pratica storicamente aveva più a che fare con questo tipo di impellenza, gli studi e le innovazioni non passavano certo in secondo piano.

Tutt’altro, i monasteri furono vere fucine di talenti liquidi. Per scoprire quelli delle tripel facciamo un balzo in avanti nella storia e ci fermiamo agli inizi del secolo scorso, quando in Belgio facevano capolino le prime birre chiare, le stesse che, come abbiamo già accennato, avrebbero modificato i consumi interni anni dopo.

È il 1934 quando l’abbazia trappista di Westmalle, modificando la ricetta della sua birra più *forte, lancia la prima tripel chiara sotto la guida di Hendrik Verlinden, ingegnere birrario da anni consulente dell’abbazia, considerato il padre di questo stile. Nasce così uno tra i prodotti più amati e imitati delle produzioni Trappiste.

Imitazioni che negli anni hanno minacciato la sopravvivenza di queste abbazie tanto da rendere necessarie azioni che ne tutelassero la veridicità e i principi fondanti.

birra tripel

L’Associazione Internazionale Trappista nasce (anni ’90) proprio con lo scopo di informare il consumatore, tutelare questi prodotti e di fatto garantire il sostentamento dei monasteri le cui attività non perseguono fini di lucro ma sono legate appunto alla mera sopravvivenza e all’opera caritatevole.

Per chi se lo stesse chiedendo, ‘Trappista’ non indica il nome di una birra e nemmeno uno stile, ma l’appartenenza a un ordine religioso che oggi tutela i suoi prodotti (cercate il marchio esagonale ‘Authentic Trappist Product‘ sulle etichette).

È altrettanto vero però che le birre Trappiste hanno fatto scuola e il continuo imitare e ispirarci a queste produzioni le ha canonizzate a stili (così sia).

[*Era consuetudine produrre diverse tipologie di birra, alcune più semplici e leggere adatte al consumo quotidiano e altre più forti e alcoliche. Per distinguere i prodotti si era soliti contrassegnare le botti con una o più X in funzione dell’alcolicità. Le 3 X di una tripel indicavano appunto una birra forte. E no, non c’è il triplo malto dentro].

Le caratteristiche della birra Tripel

tripel birra

Che si tratti di tripel Trappista o di birra che si ispira a ciò che oggi consideriamo stile, dovrebbe esprimersi nel bicchiere all’incirca così:

ASPETTO: schiuma bianca, abbondante, persistente e pannosa. Nel bicchiere avete una bevanda di colore giallo/dorato carico, talvolta aranciato, di buona limpidezza.

AL NASO: opulenza e intensità sono entrambi azzeccati per riassumere la composita gamma di aromi che annovera un lungo elenco di richiami alla frutta (frutta a pasta gialla, matura e appassita), alle spezie e al pepe (sia sempre lode ai lieviti e al loro meraviglioso lavoro) e più in sordina aromi di luppolo. Non mancano note etiliche, sentori da ricondurre al malto, allo zucchero caramellato, richiami al miele.

IN BOCCA: ingresso di tenue dolcezza, il corpo e l’alcol sostenuta sono alleggeriti dalla carbonazione elevata (le bolle, il CO2) e dal lungo ed elegante finale moderatamente amaro. Nelle versioni più riuscite l’alcol (7,5 – 9,5% vol.) si nasconde a tal punto da non averne quasi percezione, fino a quando i suoi effetti non piegheranno in su gli angoli delle labbra.

Le migliori birre Tripel artigianali in Italia

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Anche in Italia si trovano golose interpretazioni ispirate allo stile. I prezzi, come sempre riferiti alla vendita al dettaglio e online (esclusa la somministrazione), oscillano dai 3,60 – ai 5,0 € nel formato da 0,33 cl.

Tripel Extraomnes 

L’amore del mastro birraio Schigi per il Belgio è noto ai più. Lo troverete anche qui.

La Rocca Manerba Brewery 

Fossi in voi assaggerei anche questa, sì.

Gran Cru – Toccalmatto 

Naso ampio e intenso come da copione, alcolicità sostenuta e finale secchissimo. Pericolosa.

Triple Maltus Faber 

Si omaggia lo stile anche in casa Maltus Faber.

Filo Forte Birra Pasturana 

Anche Pasturana ci propone la sua versione.

Fuoco Birra dell’Eremo 

Ci si ispira allo stile anche in quel di Assisi.

Platinum Croce di Malto 

Croce di Malto ci invita a celebrare il Natale, che si sa, quando arriva arriva.

Fortemalto Birrificio Svevo 

È a Modugno (BA) l’interpretazione del Birrificio Svevo.

Caliban Endorama 

Da assaggiare anche l’interpretazione di Simone Casiraghi che (mi pare di ricordare) non lesina sull’amaro.

E come dimenticare l’unica Trappista italiana, la birra prodotta nel nonastero delle Tre Fontane è una Tripel sui generis, arricchita con eucalipto (uno dei simboli dell’abbazia).

Basteranno per alienarsi fino al prossimo racconto? Nel caso suggeritemi rinforzi.

Stefania Pompele Stefania Pompele

26 Ottobre 2016

commenti (2)

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  1. Avatar Orval87 ha detto:

    Uno dei pochi articoli italiani dove si accenna all’origine del nome in relazione alle “X”, complimenti.
    Aggiungo che questo sistema di usare X, XX o XXX ha origine in periodo medioevale, quando molti “fratelli” erano illetterati, quindi quello era un facile modo di riconoscere il contenuto delle botti, e più tardi XX divenne “Dubbel” e XXX divenne “Tripel” appunto, quando Westmalle utilizzò questa designazione per alcune sue birre commercializzate, dando origine a questa denominazione.
    In altre abbazie invece usavano i titoli gerarchici clericali per denominare le birre in base al loro tenore alcolico: Abt, Pater, Prior, ad esempio St. Bernardus usa ancora tale denominazione.
    Sulle Tripel, le mie preferite sono la Westmalle appunto, la Tripel Karmeliet, la De Dolle Dulle Teve e la St. Berbardus.