di Lucia Bargione 1 Dicembre 2015
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La fusione tra il gruppo sudafricano SabMiller, secondo produttore di birra del mondo (tra i marchi: Foster, Peroni, Nastro Azzurro e Pilsner Urquell), che ha accettato l’offerta d’acquisto da 90 miliardi di euro lanciata dal leader mondiale, l’anglo-belga AB InBev (tra i marchi: Beck’s, Budweiser, Corona e Stella Artois) introduce un curioso paradosso.

Una birra su tre bevuta nel mondo proviene da un solo birrificio.

Sull’operazione, da cui è nato un colosso con capitale superiore ai 250 miliardi, devono ancora esprimersi le autorità per la concorrenza e, come ha anticipato l’edizione domenicale del Times di Londra, SABMiller starebbe vagliando la possibile vendita di due tra i marchi più noti nel suo portafoglio per attenuare le perplessità del garante sull’acquisizione.

Le vittime designate sono marchi storici: l’olandese Grolsch e l’italiana Peroni

Nata a Vigevano nel 1846, dal 2003 nell’orbita di SabMiller, Peroni nel 2014 ha prodotto 4,93 milioni di ettolitri utilizzando i tre stabilimenti di Roma, Bari e Padova. Una ventina i prodotti: oltre a quelli della casa madre anche Raffo (Taranto), Wührer (fondata a Brescia) e Pilsner Urquell (Praga), con vendite in ben 70 paesi del mondo.

La dismissione consentirebbe a Ab InBev di ridurre il debito da 75 miliardi di dollari contratto per finanziare la fusione, confermando anche la fiducia del produttore belga in un portafoglio che vanta Budweiser, Stella Artois e Corona, tutti marchi capaci di generare volumi di vendita superiori rispetto a Peroni e Grolsch (Bud è arrivata alla bella cifra di 44 milioni di ettolitri l’anno).

Confermata anche dal Financial Times, la vendita di Peroni troverebbe molti concorrenti interessati.

I primi nomi che si fanno appartengono a discreti colossi del mondo birrario come gli olandesi di Heineken, gli americani di Molson Coors e gli irlandesi di C&C.

[Crediti | Link: Corriere, Milano Finanza]