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Se avete saputo di una certa polemica intorno a Bruno Vespa, il vino Primitivo con l’Amarone, discutibile blend fattosi brand, Masi e i Consorzi imbizzarriti, ma stavate guardando la Maratona Mentana e seguire la crisi di Governo vi sembrava meno complesso, ecco l’articolo che fa per voi. Il vino-di-vespa-gate spiegato bene, con le nostre immancabili opinioni. 

È stato presentato la scorsa settimana in quel di Cortina d’Ampezzo, Terregiunte – vino d’Italia, il nuovo progetto enologico nato niente popò di meno che da Sandro Boscaini, patron di Masi Agricola e Bruno Vespa proprietario di Futura 14, nota ai più come Vespa Vignaioli per Passione.

La regia enologica è affidata a Riccardo Cotarella, enologo di fama internazionale e presidente di Assoenologi e Andrea Dal Cin, Direttore Enologico in Masi dal 2002. Insomma, gli ingredienti per un racconto avvincente sembrano esserci tutti. Ma veniamo al vino.

Che cos’è Terregiunte?

Il vino è stato presentato come un assemblaggio del “Costasera” Amarone DOCG di Masi e del “Raccontami”, Primitivo di Manduria DOC di Vespa. Secondo quanto riportato dal Sole 24Ore le uve sono vinificate nei rispettivi territori, i vini vengono assemblati successivamente, prima della fermentazione malolattica, che quindi avviene come “Terregiunte”, a cui segue un periodo di affinamento in legno e poi in bottiglia.

Legalmente è un “vino rosso“, categoria che ha sostituito il vecchio “Vino da Tavola“, dato che non può rientrare in nessuna denominazione geografica e ovviamente nemmeno nei vini varietali.

È proprio il Brunone nazionale a raccontare la genesi del sodalizio su WineNews: “Un progetto unico, nato da una mia vecchia idea di far sposare due vini, da due regioni lontanissime che hanno tante affinità, ad esempio l’appassimento, e quando ne ho parlato con Riccardo Cotarella abbiamo pensato subito al numero uno, Sandro Boscaini, che si è subito entusiasmato al progetto. Gli enologi hanno lavorato in parallelo sull’annata 2016, che a novembre sarà pronta per andare sul mercato. È un progetto straordinario, “benedetto” dai due presidenti di Regione, Luca Zaia e Michele Emiliano, perché in tempi di autonomia è un bel segnale unitario da parte di due Regioni tanto diverse, unite per portare nel mondo il vino d’Italia”.

Tutto molto bello Vespa, ci piace il tuo entusiasmo, ma dov’è il tuo plastico quando serve? Perché siamo assaliti da dubbi di varia natura.

Primitivo nell’ Amarone: lo stiamo dicendo a voce alta?

Per comprendere lo scalpore suscitato dal vino di Bruno Vespa e Masi, è bene che conosciate una delle tante indicibli consuetudini dell’enomondo: una di quelle cose che, si sa, accadono per fare economia, ma che non dovrebbero accadere e ci si guarda bene dal dire a voce alta.

I chiacchiericci sul fatto che (in passato, sia ben chiaro..mica succede ancora) intere cisterne di Primitivo raggiungessero il Veneto come vini da taglio per sua maestà l’Amarone sono di pubblico dominio.

Quindi mi sono strofinata gli occhi leggendo le dichiarazioni di Sandro Boscaini in merito al progetto: “Non è nuovo l’incontro del vino veneto con quello pugliese: senza scomodare gli anni in cui era ammesso il taglio, può essere la soluzione per il grande vino italiano. In effetti, il vino pugliese ha sempre aiutato i vini del nord, anche se oggi ce n’è meno bisogno

Ha sempre aiutato? Ce n’è meno bisogno?! Ma soprattutto, abbiamo sdoganato la cosa con candore?

Stiamo trasformando una brutta “tradizione” in un brand?

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Un brillante produttore di vino si esprime sulla vicenda

La comunicazione un filino fuorviante

Di tutte le opinioni contrastanti lette, certamente la questione non opinabile e più seria è legata alla comunicazione per il lancio del megablend tra Primitivo e Amarone. Vale la pena ricordare che quando si assemblano due vini a denominazione di origine, come in questo caso, ciò che si ottiene è tipo il Tavernello XY, un vino rosso o bianco insomma (Tavernello delux in questo caso, 100 euro a bottiglia).

Non sono ammesse identificazioni geografiche di alcun tipo, come ci ricorda il professore di Diritto dell’Università di Scienze Gastronomiche Michele Antonio Fino, in questa disamina puntale sulla vicenda.

Se quindi nella comunicazione si fa riferimento a denominazioni di origine, si è violata una disposizione di legge. Sulle schede, ora corrette, il riferimento alle denominazioni era in bella vista.

Sulla violazione si sono espressi entrambi i consorzi di tutela. Cito testualmente il comunicato diramato dal consorzio veronese:

Il Consorzio tutela vini della Valpolicella ritiene non corretta e quindi irrispettosa delle regole la gestione della comunicazione adottata dalle aziende Masi Agricola e Futura 14 in occasione del lancio, nei giorni scorsi, del vino da tavola ‘Terregiunte’. Secondo il Consorzio le norme comunitarie vigenti vietano infatti di fare menzione a zone o prodotti a denominazione di origine accostate a vini senza alcun riferimento geografico, non solo in etichetta ma in tutti i canali media utilizzati. Questa norma è stata ad avviso del Consorzio ampiamente disattesa dalle aziende in questione nelle comunicazioni ufficiali rilasciate a mezzo sito (www.terregiunte.it), nelle schede tecniche e nei comunicati stampa forniti ai media in occasione della presentazione del prodotto, dove Amarone della Valpolicella Docg e Primitivo di Manduria Doc appaiono puntuali – assieme alle zone di origine – recando nei confronti degli utenti confusione e cattiva informazione e conferendo al vino da tavola un’immagine diversa dalla realtà. Nello stigmatizzare il fatto e rimandando, come di dovere, l’esame agli organi competenti, il Cda del Consorzio tiene inoltre a puntualizzare come tra l’altro non si possa nemmeno parlare di Amarone per un prodotto solamente vinificato, in quanto non ha concluso il processo di certificazione come Docg. Sorprende infine come questa comunicazione inopportuna sia stata pianificata e realizzata da professionisti e imprenditori di comprovata esperienza. Per tutto ciò si invitano gli organismi di controllo del ministero delle Politiche Agricole a un necessario approfondimento”.

Sorprende anche noi in effetti, errori di questo tipo potrebbe farli quel mio cugggino uscito con 80 da Scienze della Comunicazione, non certo aziende di questo calibro. A pensar male verrebbe da chiedersi se la cosa non sia stata orchestrata volutamente così, tanto per sollevare un polverone mediatico, con la convinzione che oltre alla tirata d’orecchi (e alla conseguente correzione di siti e schede tecniche), non ci sarebbero state conseguenze.

Le lungimiranti politiche atte a promuovere il territorio

Parecchi si sono espressi sulla vicenda. Tra i molti detrattori ci sono anche chiavi di lettura più possibiliste, tipo quella di Angelo Peretti, che vede nel declassamento e nello svincolarsi da questa o quella denominazione la nascita di nuove frontiere “soprattutto – come in Francia – da parte di coloro che si sentono stretti dentro ai confini delle menzioni geografiche e dei loro disciplinari”.

Vendendo com’è stata gestita la cosa ho qualche dubbio sul fatto che fosse questo lo spirito che ha animato la genesi del progetto.

I miei due centesimi ve li lascio qui, a corollario di tutto il malloppo sulla vicenda. E lo faccio dal mio punto di osservazione, dal mio campanile veronese insomma. Sono evidentemente tempi un po’ grigi per la denominazione Veneta. Tema che in parte avevamo già affrontato qualche tempo fa proprio su questi schermi, parlando della nouvelle vague dell’Amarone. Identità confusa e prezzi in calo sono segnali che meriterebbero riflessioni illuminate e azioni corali,  non certo markettate mal pensate. Le perdonerei a mio cuggino, un pò meno ad un’azienda che ha un ruolo di spicco nella denominazione.

[fonti: WineNews, Intravino, Iternet Gourmet]

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