C’era una volta Burton-upon-Trent, una tranquilla cittadina dello Staffordshire dove l’acqua scorre attraverso spessi strati di gesso e dona alla birra quel tipico effluvio solforoso, quasi d’uovo, che i mastri birrai locali chiamano affettuosamente “Burton snatch”. Una zona vocata alla birrificazione fin dall’undicesimo secolo grazie all’attività monastica, e che è arrivata a contare oltre trenta birrifici nel suo periodo d’oro. Tra questi svettava Marston’s, fondato nel 1834 da John Marston e trasferito nel celebre impianto di Shobnall Road nel 1898, diventando uno dei pilastri storici del patrimonio britannico delle cask ale, le tipiche birre rifermentate in fusto e poi servite con la classica spillatura a pompa, senza l’ausilio di CO2, una delle meraviglie del mondo birrario per gli appassionati.
Tutto bellissimo e affascinante, ma a quanto pare non sufficientemente profittevole, facendo di Marston’s la vittima sacrificale delle tradizioni brassicole sull’altare dei conti, ed è solo l’ultimo dei birrifici caduti per mano di un colpevole comune, in quello che in Inghilterra è stato già battezzato con un nome decisamente eloquente: “Tour of destruction”, il tour della distruzione.
Il tour della distruzione di Carlsberg
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Nel mese di ottobre del 2026, il gigante danese Carlsberg Britvic ha infatti annunciato il piano di chiudere lo storico birrificio Marston’s di Burton entro l’estate del 2027, insieme alla principale struttura logistica situata nello stesso sito, in un’operazione che mette a rischio circa 310 posti di lavoro e cancella quasi due secoli di produzione continua. Per giustificare l’ennesimo colpo d’ascia inflitto alla storia brassicola del Regno Unito, l’amministratore delegato di Carlsberg Britvic, Paul Davies, si appoggia ai freddi numeri: “Sono molto consapevole che questa notizia sarà giunta come uno shock per i colleghi, poiché riconosco che l’impatto di questa proposta è significativo. Sebbene rimaniamo orgogliosi del ruolo che abbiamo svolto nel sostenere e investire nella categoria della ale in generale, la cruda realtà è che i volumi di cask ale nel Regno Unito si sono più che dimezzati in meno di un decennio e questa tendenza sembra destinata a continuare in tutto il Regno Unito”.
La storia è sempre la stessa: la colpa non è certo di chi smantella gli impianti, bensì dei consumatori che hanno la pessima abitudine di bere meno ale tradizionale, come se certi gruppi multinazionali non avessero la forza almeno per tentare campagne di comunicazione a sostegno di queste produzioni. Sempre Davies chiarisce come funziona: “È mio compito garantire che il portafoglio multi-bevanda di Carlsberg Britvic sia focalizzato dove si trovano i consumatori oggi e dove la domanda dei clienti sta crescendo. Detto questo, i marchi di ale più piccoli sono molto amati da consumatori selezionati e faremo tutto il possibile per garantire che prosperino sotto una proprietà più specializzata o locale in futuro”. Traducendo dal linguaggio corporate: le lager e le bibite gassate portano i profitti, mentre i marchi storici regionali come Pedigree, Bass, Wainwright o Old Empire IPA possono pure cercarsi una nuova casa o finire dimenticati.
L’elogio funebre condito di stima professionale nei confronti dei lavoratori destinati al licenziamento o alla ricollocazione non migliora certo la posizione del CEO: “La Marston’s Brewery, la sua storia e la sua eredità a Burton upon Trent sono iconiche, e i nostri team lì sono veri esperti di birre. La loro abilità, maestria e conoscenza hanno plasmato il settore per generazioni, proprio come i nostri team di logistica hanno sempre fornito un servizio clienti esemplare. Questa iniziativa, quindi, non è assolutamente un riflesso di nessuno dei nostri collaboratori, e verrà fatto ogni sforzo per aiutarli attraverso questo periodo di incertezza”.
La reazione degli appassionati e delle comunità locali non si è fatta attendere ed è stata tutt’altro che morbida, e la definizione di “Tour of destruction” per la strategia recente del gigante danese nel Regno Unito sembra perfettamente calzante, considerando che negli ultimi anni la multinazionale ha già chiuso o ceduto una serie impressionante di birrifici storici, tra cui Jennings nel Lake District, Wychwood, Ringwood, London Fields e lo storico birrificio Banks’s a Wolverhampton, chiuso nel 2025 spostando la produzione proprio a Burton, per poi chiudere oggi pure Burton. Senza dimenticare lo smantellamento dei celebri Burton Unions,storico sistema di fermentazione in botti di legno risalenti al diciannovesimo secolo, impiegato proprio nello stabilimento di Marston’s.
Anche l’associazione dei consumatori di birra CAMRA ha espresso un’indignazione feroce. Il presidente Ash Corbett-Collins, cresciuto proprio a Burton, non le manda a dire: “Questo annuncio è un’assoluta vergogna, e l’ultima di una serie di azioni che dimostrano quanto poco si curino della nostra eredità brassicola o dei bevitori della nazione”. Alle sue parole hanno fatto eco i rappresentanti politici locali dello Staffordshire. Martin Murray, leader del consiglio della contea, ha affermato: “Per noi perdere questa eredità mi ha addolorato molto personalmente”. Anche Philip White, capo dell’opposizione conservatrice nello stesso ente, sottolinea come “La decisione significa che Marston’s Pedigree e Bass Ale non saranno più prodotte a Burton. Dobbiamo fare tutto il possibile per cercare di invertire questa decisione e prenderci cura di tutti i lavoratori e delle loro famiglie”.
Mentre la società di gestione dei pub Marston’s PLC rimane un’entità completamente separata con oltre milletrecento locali ed è del tutto estranea a questa chiusura, Carlsberg Britvic terrà per sé soltanto pochi marchi prioritari come Hobgoblin, McEwan’s e Brooklyn. Un pezzo di storia di una delle capitali brassicole britanniche della birra viene così sacrificata sull’altare dell’efficienza e delle bibite di massa, confermando ancora una volta che le produzioni artigianali sono totalmente incompatibili con la gestione manageriale dei grandi gruppi, per cui secoli di fermentazioni in botti di legno non hanno nessun fascino rispetto a un efficiente portafoglio di bevande standardizzate, sempre spiegando al pubblico che la tradizione è semplicemente passata di moda. Da noi è stata Birra del Borgo a farne le spese, ma il tour della distruzione non è certo finito.
