di Dario De Marco 11 Maggio 2021
chernobyl zona esclusione

Notizia bomba. Scusate: ma no, non per la battutaccia (cioè sì, anche). Il fatto è che qui le notizie sono almeno tre. La prima: a Chernobyl, all’interno della zona di esclusione, cioè quella più contaminata dopo l’incidente del 1986, si produce una vodka di mele (ma questo lo sapevate già). La seconda: la prima partita destinata al commercio di questo superalcolico è stata posta sotto sequestro dalle autorità. La terza: no, non è quello che credete, la radioattività non c’entra niente, è un inghippo burocratico di bolli e chissà cos’altro.

Dunque, andiamo con ordine. Dopo il disastro della centrale nucleare di Chernobyl, in quella che all’epoca era l’Unione Sovietica, una vasta area – per un raggio di circa 30 chilometri attorno al reattore – fu dichiarata zona di esclusione. Naturalmente venne evacuata da tutti gli abitanti, e sottoposta a divieto di qualsiasi attività umana. Tranne quella degli scienziati, che hanno continuato a studiarla, sia per monitorare la sicurezza del “sarcofago” che ha ingabbiato il reattore esploso, sia per misurale i livelli di radioattività della zona. Che nel corso degli anni è costantemente scesa, tanto da indurre gli studiosi a piantare delle colture sperimentali, in particolare cereali: che non sono risultati più contaminati della norma. In seguito, sempre allo scopo di mostrare al mondo la possibilità di tornare a coltivare nell’area, hanno iniziato a produrre una vodka.

Da lì, il passo è stato breve: il professor Jim Smith e alcuni colleghi ucraini tra cui Gennady Laptev, che ha lavorato nella zona sin dalle prime settimane dopo l’incidente, hanno costituito la Chernobyl Spirit Company. Il duplice scopo: oltre a rassicurare il pubblico sulla salubrità dell’area, supportare con i ricavati delle vendite le comunità locali, duramente colpite sia dalle radiazioni che dalle conseguenze economiche e sociali.

chernobyl zona esclusione

Due anni fa il primo assaggio del distillato, che con coraggioso black humor è stato battezzato Atomik. Nel frattempo gli scienziati/produttori hanno cambiato la ricetta: il liquore non è più realizzato dalla fermentazione dei cereali, ma delle mele, sempre coltivate da quelle parti, in un posto esterno alla zona di esclusione ma comunque sottoposto a forti restrizioni. E ora tutto era pronto per la messa in commercio effettiva: anzi, la prima partita era stata già spedita, nel Regno Unito. Si tratta in assoluto del primo prodotto commestibile proveniente dalla zona di esclusione. Ma è stata bloccata dalle autorità di Kiev. Come mai?

Proprio in queste ore si sta parlando di Chernobyl perché in maniera un po’ allarmistica molti giornali hanno dato la notizia di una ripresa di attività nucleare all’interno del reattore: si tratterebbe in realtà di un fenomeno assolutamente sotto controllo. Ma comunque la contaminazione non c’entra niente con la vodka Atomik: anche se le autorità non hanno dato una motivazione ufficiale, pare che sia una questione di bolli contraffatti relativi alle accise. Peccato che, ha detto Smith alla BBC, i bolli non sono stati contraffatti perché non ci sono: essendo le bottiglie destinate al mercato britannico, sono state pagate le accise del Regno Unito. Ci sarà qualche altro motivo che le autorità ucraine, come quelle sovietiche all’epoca, stanno cercando di tenere nascosto? Trentacinque anni dopo, Chernobyl non smette di essere un mistero. E con rammarico, il sito di Atomik annuncia di essere costretto a sospendere le vendite. Peccato, perché mi avevano detto che quella vodka era una bomba (scusate).