Tutti noi siamo ben consapevoli di quanto il Prosecco sia per l’Italia un traino economico di massiccia potenza. Il nostro spumante più famoso riscuote simpatie in Italia e all’estero poiché è accattivante per molti palati, specialmente i meno sofisticati, è discretamente economico e può essere utilizzato nella mixology senza che frange di sommelier protestino battendo il tastevin sul tavolo.
Il rovescio di questa medaglia è che, in giro per il mondo, il Prosecco vanta numerosi tentativi d’imitazione. In fondo si capisce come la sua diffusione globale possa ingolosire chi, fraudolentemente, procede ad etichettare il proprio sparkling wine come Prosecco, per la gioia degli uffici legali dei Consorzi di Tutela.
Eppure, in barba alle leggi dell’Unione Europea di protezione delle Indicazioni Geografiche, ci sono dei Paesi che hanno sempre proceduto dritte per la loro strada, come ad esempio l’Australia o il Brasile. Da decenni questi Paesi producono e imbottigliano Prosecco, certo non con i nostri volumi, ma comunque in considerevole quantità.
Ebbene, ogni protesta dei Consorzi di Tutela è sempre risultata vana, dato che le diverse giurisdizioni potevano anche non dialogare fra loro. Questo fino al momento attuale, con accordi commerciali che stanno intervenendo sulla questione: quello sancito lo scorso 24 marzo tra Unione Europea e Australia e quello che entrerà in vigore a maggio tra UE e Mercosur.
Il Prosecco in Australia
Il Prosecco australiano di Dalzotto WinesIl caso australiano è forse il più emblematico: il Prosecco australiano ha dei volumi produttivi notevoli, sebbene non comparabili al nostro Prosecco. Si parla di circa 8-10 milioni di bottiglie prodotte ogni anno, con volumi quasi quintuplicati nell’ultima quindicina di anni, e viene prodotto quasi esclusivamente nella King Valley, zona piuttosto fresca del sud dell’Australia, nei pressi di Melbourne.
Come ci siano finite in Australia delle barbatelle di uva glera potrebbe essere un dubbio da romanzo giallo, ma noi sappiamo molto bene come quello italiano sia un popolo, tra le altre cose, di trasmigratori. E ai tempi delle grandi emigrazioni l’uva del Prosecco si chiamava ancora prosecco, mica glera.
Il colpaccio del consorzio del Prosecco è stato riuscire ad estendere i propri confini dal piccolo areale confinato in provincia di Treviso a quasi tutto il Veneto e tutto il Friuli Venezia-Giulia, fino ad incorporare il quartiere triestino di Prosecco.
Questo perché? Perché, dato che l’UE non protegge il nome della cultivar ma solo la sua indicazione geografica distintiva, noi diciamo che Prosecco è una zona geografica dove questo spumante veniva tradizionalmente prodotto e all’uva prosecco cambieremo il nome in glera. Nel 2009 la magata riesce (che poi l’UE ci aveva appena tolto, in favore dei magiari, il diritto di utilizzare il nome Tocai per il vino e per l’uva da cui lo si otteneva, uva che da allora chiamiamo Friulano; meritavamo soddisfazione) e in Europa nessun altro può più sfruttare il nome Prosecco per godere dei benefici commerciali.
In Europa, appunto. Perché di tutta questa storia gli australiani se ne sono egregiamente infischiati. Il loro pensiero, legittimo tra l’altro, è stato: i veneti che si installarono qui da noi hanno piantato barbatelle di uva prosecco; dunque possiamo chiamare il vino prodotto con quell’uva Prosecco. Inoltre, il riconoscimento di un termine come Indicazione Geografica in una giurisdizione non significa che lo stesso termine sia riconosciuto automaticamente come IG in un’altra giurisdizione.
Per cui gli australiani hanno continuato a produrre ed imbottigliare il loro Prosecco e a venderlo anche all’estero, soprattutto in Nuova Zelanda, Singapore, Hong Kong e Regno Unito. Per quest’ultimo, va detto, che anche dopo la Brexit Sua Maestà ha mantenuto la protezione delle DOP europee, pertanto il Prosecco australiano in Regno Unito non può far riferimento al nome del nostro spumante ma deve essere etichettato in maniera generica.
L’accordo firmato lo scorso 24 marzo tra UE e Australia, tra le molte cose, prevede il riconoscimento e la protezione di molte IG europee, tra cui il Prosecco. Questo accordo non vieta affatto agli australiani di produrre ed etichettare il loro vino come Prosecco, ma semplicemente, dopo un periodo di transizione di dieci anni dalla firma, mette le ganasce all’export: se ve lo bevete in Australia potete continuare a chiamarlo Prosecco; se lo vendete all’estero dovrete chiamarlo diversamente. Non sarà una vittoria schiacciante ma è comunque un buon risultato portato a casa dal Consorzio di Tutela del Prosecco DOC.
Il Prosecco in Brasile

Il caso del Prosecco australiano è praticamente la replica di quanto ratificato con i recenti accordi EU-Mercosur, con la differenza che questi, grazie a trattative durate decenni, sono riusciti a proteggere in maniera più consistente le IG europee.
Parlando di Prosecco, in Brasile lo si produce da svariati anni nello stato del Rio Grande do Sul, principalmente in una città che già dal nome suggerisce un qualche remoto legame con la cultura italiana: la città si chiama Garibaldi, con il suo Prosecco Garibaldi che è, al netto del contesto enologico locale, uno spumante piuttosto famoso in Brasile. Resta il nodo dell'”italian sounding” che però, analogamente per il caso australiano, affonda le radici direttamente nel nostro Paese a causa delle masse di emigranti che portarono le barbatelle di uva prosecco di casa propria nella terra della samba.
Gli accordi UE-Mercosur, come dicevamo, sono andati a proteggere in maniera più consistente le IG europee e, nel caso del Prosecco, l’accordo riconosce il termine come IG italiana e non potrà essere più utilizzato in Brasile o negli altri Paesi sudamericani firmatari nemmeno per il mercato interno.
Va detto che l’accordo ha una fase di phasing out, in cui il termine potrà continuare ad essere utilizzato (dieci anni per il Brasile, cinque anni per Argentina e Paraguay dove pure si vinifica uva prosecco) nell’attesa che i vari attori del comparto vinicolo sudamericano si riorganizzino. Resta un ulteriore rafforzamento delle IG italiane in generale e, in particolare, della più redditizia delle nostre denominazioni d’origine.
