di Jacopo Cossater 19 Febbraio 2020
vino

La notizia è di qualche giorno fa: nell’ultima revisione della lista delle merci colpite da dazi da parte degli USA, quella del 14 febbraio, non compare il vino né prodotti dell’agroalimentare italiano che non fossero già interessati da questa particolare disputa commerciale. Una buona notizia, anche alla luce dei tanti allarmismi che erano circolati nelle settimane precedenti, voci di corridoio che erano addirittura arrivate a ipotizzare l’applicazione di un dazio del 100% sul valore di alcune merci.

Perché l’Italia deve pagare dei dazi agli Stati Uniti

I dazi sono strumenti di cui si dotano gli stati sovrani per proteggere alcuni beni prodotti all’interno dei propri confini, servono infatti ad alzare i prezzi di quelli importati in modo da favorire i prodotti locali, che in questo modo riescono a stare sul mercato, a sopravvivere alla concorrenza con tutto quello che questo comporta in termini di ricaduta economica e occupazionale. Non è questo però il caso: i dazi che sono entrati in vigore durante lo scorso mese di ottobre, e che erano oggetto di revisione in queste settimane, sono la conseguenza di una violazione da parte dell’Unione Europea delle regole del WTO, l’Organizzazione mondiale del commercio.

Con una sentenza dello scorso settembre e a partire da una disputa iniziata nel 2004 l’Unione Europea è stata giudicata colpevole di aver finanziato in modo illegittimo, con aiuti di stato, la compagnia aerospaziale Airbus (in particolare i 4 stati facenti parte del suo consorzio: Francia, Germania, Spagna e Regno Unito), danneggiando così la sua principale concorrente, la statunitense Boeing. Per questo motivo gli Stati Uniti sono stati autorizzati a imporre dazi per un importo complessivo di 7,5 miliardi di dollari, cosa che puntualmente è avvenuta nel mese di ottobre quando l’Amministrazione USA ha pubblicato la lista dei beni che da quel momento sarebbero stati sottoposti a “tariffe”.

Come i dazi hanno colpito i prodotti UE, da ottobre 2019

Fra i prodotti italiani coinvolti, con un dazio del 25%, si potevano trovare formaggi (dal Parmigiano Reggiano al Pecorino Romano fino al Provolone), frutta, carne, molluschi ma non vino e olio, settori che più di altri vivono di esportazioni e che vedono gli Stati Uniti come primo mercato, dopo quello nazionale: ben 1,5 miliardi di euro il valore dell’export del vino italiano annuo negli USA, per un totale europeo che sfiora i 4,5 miliardi. La lista dei prodotti che dal mese di ottobre hanno visto imporre o aumentare i dazi è molto lunga e non ha a che fare solo con l’agroalimentare, dal tessile britannico alla manifattura tedesca non c’è settore che in qualche modo non sia rimasto coinvolto da quella che il New York Times ha definito come la più grande rappresaglia commerciale che gli Stati Uniti abbiano mai intrapreso.

Nella lista di ottobre e sempre con un dazio del 25% il vino francese, spagnolo, tedesco e britannico, oltre al whisky scozzese, il whiskey irlandese e un certo numero di distillati e liquori europei. L’effetto è stato immediato, o quasi: durante i mesi di novembre e di dicembre l’export di vino francese negli USA è calato del 40% rispetto agli stessi mesi dell’anno precedente. Cédric Coubris, vice presidente dei Vignerons indépendants, ha recentemente dichiarato che solo i suoi associati hanno perso circa 22 milioni di euro di esportazioni negli USA, cifra destinata ad aumentare fino a 110 milioni nel 2020.

Dazi sul vino: perché la questione rimane aperta

Con la decisione dello scorso 14 febbraio gran parte dei dazi che erano stati applicati a ottobre sono rimasti invariati, se non per un piccolo aumento su alcuni componenti destinati proprio all’industria aerospaziale. Un risultato reso possibile sia dalle tante pressioni negli stessi Stati Uniti da parte di un’industria che occupa centinaia di migliaia di persone che, per quello che riguarda l’Italia, anche dallo straordinario movimento di opinione scaturito da una petizione online che a oggi sfiora le 20.000 firme: lo scorso 4 gennaio Marilena Barbera, vignaiola siciliana, insieme a un pugno di altri colleghi supportati da Michele Antonio Fino dell’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, ha iniziato a raccogliere quelle firme che poi avrebbe fisicamente portato all’attenzione della Ministra delle politiche agricole Teresa Bellanova per cercare di smuovere dal basso quella pressione politica in difesa del Made in Italy che sembrava tardare ad arrivare. Missione compiuta.

Se da una parte c’è da festeggiare dall’altra quella dei dazi del vino rimane una grande incognita. La lista redatta dall’United States Trade Representative (USTR) è soggetta a revisioni periodiche, ogni 180 giorni, 6 mesi. Un periodo di tempo piuttosto breve per una questione che è destinata a rimanere piuttosto fluida, specie alla luce delle grandi pressioni che il Governo francese eserciterà nei prossimi mesi nei confronti sia dell’Unione Europea che dell’Amministrazione Trump. Se i dazi sono infatti qui per restare, almeno fino al raggiungimento di quei 7,5 miliardi di dollari “incriminati”, le decisioni su quali prodotti coinvolgere e quali no possono cambiare piuttosto velocemente, in base alle opportunità del momento.