Stai a vedere che adesso dobbiamo scusarci con il ministro Francesco Lollobrigida. Ricordate l’ottimismo diffuso lo scorso ottobre, quando il ministro affermava che Trump ci aveva paradossalmente fatto un favore con i dazi, poiché a noi li aveva imposti del 15% ma al Sudafrica addirittura al 30%? Be’, qualcuno pare abbia davvero tratto giovamento dalle tariffe statunitensi: si tratta del vino canadese. Questo significa innanzitutto che noi non dobbiamo scusarci noi con il ministro (cosa credevate?), e in seconda analisi che i dazi statunitensi hanno dato al comparto vinicolo del Canada uno slancio concreto e misurabile.
Il ruolo del Canada nel mondo del vino

Va detto che il Canada non ha mai primeggiato nell’enologia mondiale: è oltre il ventesimo posto tra i Paesi produttori, con circa 13.000 ettari coltivati a uva da vino, più o meno la superficie vitata dell’Umbria in uno Stato grande 33 volte l’Italia. La quasi totalità della produzione è concentrata in due province: la principale è l’Ontario, con oltre il 50% degli ettari vitati, concentrati prevalentemente nella Niagara Peninsula; l’altra è la British Columbia, seconda area per estensione con circa il 33% degli ettari vitati canadesi, concentrati soprattutto nella Okanagan Valley.
Altre regioni minoritarie sono il Québec e la Nuova Scozia, con produzioni marginali. Un ultimo dato: il Canada conta all’incirca 850 cantine; in Toscana ce ne sono oltre 12.000, in Piemonte oltre 33.000.
Il Canada è noto al mondo del vino quasi esclusivamente per la produzione degli Ice Wine, quegli spettacolari nettari ricavati da uve che dopo la maturazione vengono lasciati appesi alle viti a temperature glaciali. La vendemmia avviene solitamente in inverno e a temperature di molto sotto lo zero. In questo modo, all’atto della pressatura, parte dell’acqua congelata dell’acino resta nella pressa, ottenendo un mosto fiore altamente concentrato in zuccheri ed acidi. Il mosto, ottenuto prevalentemente da uve riesling e vidal blanc, viene poi fermentato ed affinato, arrivando ad ottenere quella splendida tipologia di vini dolci che chi ha avuto la fortuna di assaggiare almeno una volta non può più cancellare dalla memoria.
Dal punto di vista dei consumi, i vini più apprezzati in Canada sono i rossi d’ispirazione bordolese, con predilezione per il Cabernet Sauvignon, mentre tra i bianchi sono apprezzati vini a base chardonnay, uva più coltivata in Canada, o pinot grigio, e quest’ultimo ci vede protagonisti con l’export dei nostri Pinot Grigio del Triveneto. Trend positivo ha assunto il consumo canadese di vini a base pinot nero, uva che va per la maggiore sui terreni dell’Okanagan Valley ma che non può competere con l’allure dei vini di Borgogna, tuttora assai apprezzati dai locali (e sai che fatica).
Il paradosso dei dazi di Trump
Tutto ciò per dire che i canadesi apprezzavano assai bere vini non prodotti da loro: l’80% dei loro consumi enologici proveniva dall’estero, di cui il 10-15% dal loro tracotante confinante meridionale. Questo fino allo scorso 4 marzo 2025, quando Trump ufficializzò i dazi sulle merci provenienti dal Canada. In tutta risposta, i canadesi hanno anzitutto applicato tariffe doganali del 25% nei confronti di merci statunitensi.
Successivamente, gli accordi commerciali tra i due paesi hanno fatto sì che, al di là dei continui sproloqui di Trump, circa il 90% dei beni scambiati tra i due Paesi sia oggi esente da dazi. Eppure, gli antipatici dazi imposti dall’ingombrante vicino hanno scatenato da subito un moto di patriottismo nei cuori dei canadesi, che li ha portati a privilegiare il consumo dei prodotti nazionali. Forse ricorderete tutti le immagini dei supermercati canadesi con gli scaffali dedicati ai vini statunitensi desolatamente vuoti.
Questa tendenza si è manifestata con fulgore nei numeri di vendita del vino canadese con un’evidente crescita, e ciò nonostante il calo dei consumi di bevande alcoliche in generale. Si parla di oltre il 50% di vendite in più per i vini provenienti dalle regioni di Ontario e Québec, e circa il 20% in più per quelli provenienti da Nuova Scozia e British Columbia. Pare anche che, abbandonati i vini statunitensi al loro destino (il calo delle esportazioni in Canada è stato di molto oltre il 90% nei mesi successivi all’applicazione dei dazi), i canadesi siano stati incuriositi anche dai vini di altre nazioni, soprattutto dai vini cileni, australiani e argentini, esemplari che in linea generale ricalcano il modello statunitense di winemaking, che altro non è che il modello di Bordeaux portato all’estremo.
Per cui i canadesi hanno scoperto che i vini che gli aggradano non devono per forza importarli dagli USA, ma possono tranquillamente trovarli a casa loro o comunque in giro per il mondo (e chissà che non siano anche fatti meglio). E c’è anche un ultimo dato, forse il più interessante: ricordate quel 10-15% dell’import di vino in Canada che proveniva dagli USA? Bene, per gli USA il Canada rappresentava una fetta importantissima dell’export di vino, con un sonoro 36%. Ma da marzo tutto ciò è cambiato: i vini statunitensi sono scomparsi dai radar in Canada, perdendo così un terzo abbondante delle loro esportazioni. E dunque, ragionandoci un momento l’unica cosa davvero certa è che, dal punto di vista enologico, Trump con i suoi dazi ha sicuramente danneggiato un Paese: il suo.

