Le iscrizioni ufficiali nei registri delle Indicazioni Geografiche Protette suscitano di solito poco entusiasmo tra il pubblico e i consumatori di quanto le dichiarazioni trionfalistiche di consorzi e burocrati non lascino ad intendere ogni volta che qualche nuovo prodotto gastronomico -la cui qualità e rilevanza storica non discutiamo certamente- entra in quel novero. A volte però è l’occasione per poter parlare di produzioni interessanti che vale la pena riportare agli onori della cronaca, ed è decisamente il caso della recentissima, nuova IGP delle Flemish Red Ale, storiche birre ambrate e acide Fiandre Occidentali. Una birra dall’identità unica, che lo storico e scrittore birrario Michael Jackson arrivò a definire “il Borgogna del Belgio”, parente in termini sensoriali delle Oud Bruin.
Questa novità si aggiunge a un ristretto numero di Indicazioni Geografiche sulla birra, di cui 7 sono tedesche, 4 della Repubblica Ceca, ed è la prima belga, contando che quella di un altro stile acido, le Gueuze, è una STG, indicazione legata al metodo produttivo e non al territorio.
Le Flemish Red secondo il disciplinare
La nuova tutela stabilisce che la produzione, la maturazione in legno e il blend possano avvenire solo in una ristretta area della provincia delle Fiandre Occidentali, precisamente negli arrondissement di Roeselare, Tielt e Kortrijk, oltre ai comuni di Kortemark e Ichtegem, ed è stata promossa dall’associazione di produttori HORARB (Hoge Raad voor het Authentiek Vlaams Roodbruin bier), tra i quali figura Rodenbach, sinonimo dello stile. Dal punto di vista degli ingredienti, il malto d’orzo deve costituire almeno il 60% della ricetta, mentre il resto può includere zuccheri fermentescibili, cereali crudi come mais, frumento, spelta o segale, ed altri malti, mentre l’uso del luppolo è volutamente limitato per mantenere l’amaro sotto i 15 EBU, evitando che contrasti con l’acidità caratteristica.
Ciò che definisce davvero lo stile è però il suo singolare processo di fermentazione mista, in cui classici lieviti da alta fermentazione -Saccharomyces- e ceppi selvaggi -Brettanomyces- lavorano in simbiosi con batteri lattici e acetici. Elemento cardine della sua produzione è la prolungata maturazione, che varia da diversi mesi fino a due anni, all’interno di imponenti tini di rovere, i foeder, nei quali l’interazione tra la microflora del legno e la birra sviluppa un profilo acido profondo e complesso. Il risultato finale viene poi magistralmente bilanciato attraverso un blend di birre mature e acide con lotti più giovani, che possono essere aggiunti fino a un 75% del totale.
Le Flemish Red (o Flanders Red Ale) rappresentano uno stile inconfondibile anche agli occhi (e al palato) del bevitore più inesperto, con il loro caratteristico colore rossastro-marrone dai riflessi rubino e il profilo aromatico dominato da un’intensa ed elegante acidità fruttata, impreziosita dal passaggio in botte, con grandi variabili a seconda della maturità, in cui la freschezza dell’acido lattico e le sfumature balsamiche dell’acido acetico si integrano con la dolcezza dei malti caramellati. Per farvi una cultura sui classici, non potete prescindere dall’assaggio di Rodenbach, magari nelle versioni Grand Cru o Vintage, maturata almeno due anni in botte, o la Cuvée Des Jacobins della Brasserie Vanderghinste, ma esistono anche esempi più recenti come la XII di SOSAB, Science Of Sour Ale Brewing, birrificio fondato nel 2016 proprio nelle Fiandre.
La Flemish Red in Italia
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Una scena birraria vivace come quella italiana, e fortemente influenzata -almeno agli inizi- dal Belgio, non poteva che confrontarsi anche con uno stile così complesso e caratteristico, e in questi trent’anni di vita del movimento sono stati prodotti dei piccoli capolavori, ormai introvabili, che faranno scendere una lacrimuccia agli appassionati della prima ora.
Birre come la Barriquée Sour di Panil, la Lale del birrificio Loverbeer con aggiunta di ciliegie hanno tracciato la strada in maniera eccellente, ma sono purtroppo ora fuori mercato, così come i birrifici che ne hanno dato i natali.
Potete provare, invece, la Flemish Red della barricaia del Birrifcio Menaresta, ottimo produttore di Carate Brianza, la St. Julienbach del Birrificio Clandestino, riferimento livornese, o la Abruxensis Flemish del birrificio Opperbacco. Variazione sullo stile, letteralmente, la Scires di Birrificio Italiano. Chiaramente, essendo prodotte in Italia, non possono fregiarsi della menzione IGP.
Insomma, per una birra che nel 900 ha rischiato di scomparire travolta da guerre mondiali e dall’affermazione delle lager commerciali, questo riconoscimento sembra un traguardo meritato, sperando che sempre più appassionati la vogliano (ri)scoprire.
