Rocce a picco sul mare, alture bruciate dal sole che odorano di sandalo e foglia di fico, km di muretti in pietra lavica murata a secco per proteggere strutture e coltivazioni, e vigne. Se la sintesi è una rappresentazione verosimile del paesaggio pantesco, è proprio la vite a dominare la scena in alcune zone. L’uva dell’isola è indiscutibilmente lo Zibibbo – nome locale del Moscato d’Alessandria – un vitigno aromatico a bacca bianca che ha reso noto il territorio isolano grazie a un nettare chiamato Passito di Pantelleria, protagonista di questo racconto.
La storia, il territorio
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Sono radici profonde quelle in cui affonda la storia di questo vino. È del 200 a.C. uno scritto un cui Magone, generale cartaginese, descrive la produzione dell’antesignano del Passito di Pantelleria. Secondo alcuni autori il nome Zibibbo sarebbe da ricondurre a Capo Zebib (in Africa) e risalirebbe alla dominazione Araba. Un altro possibile etimo è la parola araba Zaibib che significa “uva essiccata”. Quel che è certo è che il vitigno -e il vino a denominazione inserito all’interno della Doc Pantelleria- è legato indissolubilmente al territorio.
Temperature estive africane e assenza di piogge aggravata dai venti continui sono il leitmotiv climatico dell’isola. Proprio la ventosità, spesso impetuosa, spinse i viticoltori a mettere al riparo le viti dalle folate, collocandole in conche scavate nel suolo di terra lavica. Così adagiati i tralci si intrecciano e i grappoli guadagnano prossimità al terreno. Il calore topico del grappolo è preservato e si amplifica, e gli acini aumentano la concentrazione zuccherina.
Si chiama alberello, dal 2014 è parte dei patrimoni immateriali dell’Unesco ed è la forma d’allevamento che caratterizza il paesaggio pantesco. Analogamente ad un essere vivente che adatta il proprio organismo alle condizioni climatiche del luogo in cui si trova per non soccombere, è risultata essere la più adatta, quella che meglio resiste alle avversità climatiche.
La operazioni in vigna sono per lo più manuali. In tal senso anche il contadino pantesco è da considerare una razza che ha saputo resistere strenuamente agli eventi avversi, da preservare quindi proprio per il suo legame con le secolari tradizioni vitivinicole del luogo.
La produzione
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Inserita dal 1971 all’interno della DOC Pantelleria, la versione Passito è prodotta da uve Zibibbo, unico vitigno concesso dal disciplinare, coltivate e trasformare all’interno del solo territorio isolano.
Tutte le fasi di produzione devono avvenire sull’isola (fatta eccezione per l’imbottigliamento, ma solo per quelle aziende che ne fanno richiesta e “dimostrino di avere eseguito l’imbottigliamento di tali vini da almeno 1 anno prima dell’entrata in vigore del disciplinare”).
Per le uve è previsto “in tutto o in parte ad appassimento al sole”, che tradotto significa che per fregiarmi della denominazione posso appassire tutte le uve prima di vinificarle, o appassirne solo una parte che poi aggiungerò al mosto (quindi prima della fermentazione) ottenuto da uve fresche vendemmiate nella stessa annata.
L’appassimento può avvenire in pianta (più raro) o disponendo i grappoli su stenditoi (consuetudine) per un periodo che varia da 1 a 4 settimane. Quanto e come dipende dalle condizioni climatiche e dall’approccio produttivo. La vendemmia inizia solitamente a partire da metà Agosto, per poi proseguire nelle zone più fresche fino a Settembre. Le uve che maturano più precocemente sono solitamente quelle destinate ad appassimento. Stese in luoghi soleggiati, ben areati e girate più volte al fine di ottenere una disidratazione omogenea e scongiurare attacchi fungini e fermentazioni indesiderate, subiscono una riduzione in peso in alcuni casi significativa (anche del 75%) e una concentrazione zuccherina variabile dal 25 al 55%. Raggiunta la concentrazione ottimale l’uva passita viene sgranata manualmente e vinificata, o aggiunta appunto al mosto precedentemente refrigerato e poi vinificata.
La fermentazione ha tempi estremamente variabili (1-2 mesi), molto dipende dal grado zuccherino delle uve. Terminata questa fase si svina, si tolgono insomma vinacce e fecce più grossolane si prosegue con un periodo di affinamento, anche in questo caso estremamente variabile nei modi e nei tempi in funzione della filosofia produttiva. C’è chi usa legno e chi solo acciaio, chi esce prima e chi affina per parecchi anni. Il disciplinare impone di non immettere al consumo prima del 1° luglio dell’anno successivo alla vendemmia. Il prodotto finito deve avere almeno il 14% di alcol svolto (e 20% di potenziale).
Tre produttori da provare
De Bartoli
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Marco De Bartoli è considerato un’istituzione Marsalese. Nel ’78 subentrò alla madre nella conduzione del baglio Samperi -in un momento storico in cui il Marsala era in completo declino- e divenne promotore di quella che potremmo definire la nouvelle vague enoica marsalese (ma anche siciliana). Se pensi a quel territorio, all’identità e dignità che sta faticosamente riconquistando non puoi non pensare a lui.
Ma sto divagando, lo so. Il punto è che l’azienda De Bartoli, oggi guidata dai figli, ha acquistato negli anni ’80 cantina e vigne a Pantelleria, contrada Bukkuram per la precisione. E proprio qui, oltre a due versioni secche di Zibibbo, produce due passiti. Il Bukkuram e il Padre della Vigna. Entrambi prodotti con una parte di uve passite e mosto fresco, entrambi affinati in legno. Il Padre della Vigna è una riserva prodotta in annate particolarmente felici per cui è previsto un affinamento più lungo in legno (circa 3 anni) e una maggiore percentuale di uva passita (50%).
Salvatore Ferrandes
Si attraversa il parco nazionale, ci si avvicina alla sponda est dell’isola e dalla contrada di Kamma ci si inerpica in direzione della contrada Mueggen basso. Un po’ di sterrato dopo la strada asfaltata e ancora un ciottolato sconnesso che sale ripido verso il dammuso Ferrandes. In questa antica abitazione – oggi riadattata anche a cantina- vi accoglierà Salvatore Ferrandes, vignaiolo di origini spagnole tra i più talentuosi interpreti del pantesco Passito. 2,7 ettari di superficie coltivata solo a Zibibbo da cui ricava circa 5.000 bottiglie di uno dei nettari più ricercati della tipologia.
Appassimento tradizionale anche in questo caso: l’uva non avviene appassita in pianta ma successivamente alla vendemmia. I grappoli più idonei vengono lasciati essiccare al sole su graticci a ridosso di muri in pietra lavica per 2 o 3 settimane. Niente legno ma affinamento in tini di acciaio inox per un minimo di 12 mesi. Approccio rispettoso in vigna e cantina per una chicca quasi introvabile.
Murana
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Vignaioli panteschi da sei generazioni, l’azienda nasce negli anni ’70 per volere di Salvatore Murana. I vigneti secolari si snodano oggi su una superficie di circa 17 ettari in località dell’isola diverse per condizioni climatiche e geologiche: Martingana, Gadir, Mueggen, Khamma, Coste, Ghirlanda e Barone.
Tra le referenze proposte dall’azienda anche cinque passiti, tre cru e due blend (tra cui il Creato ’83, frutto della vinificazione delle migliori selezioni di uve Zibibbo di diverse annate, blendate in fase di imbottigliamento, il cui invecchiamento medio superava i 15 anni di età).
Gli abbinamenti
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Un compendio sulle frutte a pasta gialla, mature e appassite, ma anche agrumi canditi, fichi, datteri, cacao e in alcuni casi sentori balsamici. I passiti di razza hanno nasi complessi e cangianti, mai monocorde. Il sorso è ovviamente dolce, mitigato nelle espressioni più riuscite da una buona freschezza (vedi alla voce acidità) e gradazione alcolica che non stordisce. È un sorso corposo, lungo, moderatamente caldo. Un abbraccio.
Cosa abbinare al Passito di Pantelleria? I vini dolci si abbinano ai dolci, così reciterebbe il vecchio adagio del corso di degustazione enoica xy. Corretto, ci mancherebbe, ma un filo noiosetto. Quindi se è vero che godrete con della burrosa pasticceria secca, dolci lievitati e crostate con una o più delle frutte elencate qui sopra, avrete più sollazzo palatale con formaggi stagionati, magari erborinati e piccanti. Abbiamo dolcezza, intensità aromatica e struttura sufficienti a placare caci cazzuti insomma, non siate timidi.
Io però vi suggerisco anche l’azzardo, magari preferendo le versioni meno evolute e strutturate tra quelle segnalate, e giocando sulle temperature di servizio. Vino fresco (mettiamo l’accento sulla freschezza e mettiamo un po’ in sordina la dolcezza) da accompagnare ad uno spaghettone o busiata con un sugo di sarde essiccate del lago d’Iseo o acciughe sott’olio, uva passa (devo dirvi quale?), pinoli, spolverata di pan grattato tostato in padella e zest di limone. Il finocchietto non lo metterei ma fate voi. Poi mi direte.
[Immagini di Stefania Pompele e De Bartoli]