Il vino dei Castelli ha una sua associazione (e fa sul serio)

Nasce l'associazione VVL - Vignaioli del Vulcano Laziale - nel tentativo di rivalutare il vino dei Castelli Romani. La faccenda ha della credibilità e i produttori coinvolti hanno in comune una visione contemporanea del vino.

Il vino dei Castelli ha una sua associazione (e fa sul serio)

Proveremo a non usare espressioni come ‘vulcanica iniziativa’ o ‘fermento di idee’, ma la notizia che undici vignaioli dei Castelli Romani abbiano deciso di unirsi in associazione assume una più che discreta importanza. La nascita del sodalizio denominato VVL – Vignaioli del Vulcano Laziale è stata celebrata lo scorso 11 maggio a Roma, ma è già da tempo che gli undici vignaioli si scambiano pareri e visioni sulla viticoltura di una delle zone più nobili d’Italia, sebbene attualmente in stato di quiescenza (come il Vulcano Laziale, del resto).

Per dare qualche cenno storico, i documenti individuano già nel V secolo a.C. un’affermata attività di viticoltura nella zona definita Castelli Romani, più precisamente nell’area del Tuscolo: in età romana l’area era una delle principali fornitrici di vino dell’Urbe. Dopo una fase di contrazione nell’alto Medioevo, il settore rifiorì tra Rinascimento ed età moderna grazie alle proprietà ecclesiastiche e nobiliari (ancora oggi il Sacro Eremo Tuscolano degli Eremiti Camaldolesi di Montecorona produce un gran Frascati Superiore DOCG).

Una successiva forte espansione, tra la fine dell’Ottocento e il secondo dopoguerra, fu favorita dalla vicinanza al mercato romano e dalla produzione di grandi quantità di vino sfuso. Il periodo di massima fama e di maggiori volumi si colloca tra gli anni Cinquanta e Settanta del Novecento, quando il Frascati era uno dei vini bianchi italiani più conosciuti e i Castelli Romani rappresentavano una delle aree vitate più estese del Lazio.

Alfredo Sannibale, l’ultimo bottaio dei Castelli Romani Alfredo Sannibale, l’ultimo bottaio dei Castelli Romani

Poi però arrivarono gli anni Settanta, con un lento ma inesorabile abbandono delle vigne, in molti casi poi fagocitate dall’espansione edilizia dell’area metropolitana di Roma che ancora oggi fatica ad arrestarsi. In aggiunta, il gusto generale per il vino è andato evolvendosi al contrario della produzione locale, rimasta ancorata al concetto di “più si produce, più si vende”.

Ciò ha portato all’associazione del nome ‘Castelli Romani’ e ‘Frascati’ con produzioni di massa non sempre di elevata qualità, cosa che perdura nonostante la conquista per il Frascati Superiore della DOCG da quasi due decenni.

Date le premesse, ci sta che una schiera di vignaioli abbia avuto voglia di riscattare il nome del proprio territorio. Collante del gruppo è stata Ilaria Giardini, sommelier ed enotecaria impegnata nel valorizzare le perle dell’enologia locale, a vocazione territoriale storicamente bianchista.

Al progetto ha contribuito anche Matteo Giansanti, laureato in Beni Culturali e profondo conoscitore del patrimonio locale, che ha rafforzato questa lettura con una prospettiva più storica e culturale del territorio. Perché tutto parte dal territorio: i VVL intendono superare i confini amministrativi o i dettami dei vari disciplinari per riconoscersi invece attraverso la matrice geologica comune: il Grande Vulcano Laziale e i suoi suoli, cui aggiungere le differenze date da esposizioni, altitudini e microclimi. I versanti poi non sono tutti uguali: sul versante sud, più vicino al mare, i vini tendono a essere più caldi e materici; su quello nord, più interno e alto, emergono profili più tesi e verticali. Nel mezzo cambiano la tessitura dei terreni, la ventilazione e, conseguentemente, anche i tempi di maturazione dell’uva.

Questa carrellata di variabili ha dunque un diretto impatto sul vino prodotto. E dà da riflettere il fatto che un’associazione di singoli vignaioli tenti di convogliare un cono di luce sui Castelli Romani andando oltre i dettami dei vari disciplinari, tanto è vero che su undici cantine una sola imbottiglia un vino a denominazione di origine: tutti gli altri sono etichettati come Lazio IGT, quando non come vino generico.

La riflessione va dunque indirizzata proprio sul ruolo dei consorzi di tutela, non solo di questo areale, poverelli, ma di tutta Italia: in tanti oggi decidono di non rivendicare una denominazione d’origine in etichetta pur avendone tutti i diritti. I disciplinari del vino nacquero per tutelare la qualità del prodotto, combattere le frodi commerciali e proteggere l’identità territoriale delle diverse regioni vinicole.

Oggi invece vengono criticati da molti vignaioli come non sufficientemente rappresentativi del singolo territorio, con criteri di selezione formali e generici che si adattano ai vini sia di piccoli vignaioli che delle grandi cantine; criteri che spesso sono anche causa di bocciature per non conformità organolettica dei campioni di alcuni produttori naturali (che poi, con criteri gustativi come ad esempio “secco, fine, tipico e vellutato” la fantasia vola libera come carta velina in un tornado). Per cui ecco che i vignaioli bypassano i consorzi di tutela e le loro DOC per provare a valorizzare il proprio territorio riunendosi in piccole frange e dandosi delle proprie regole.

L’approccio “naturale” dei Vignaioli del Vulcano Laziale

Per i VVL di fondamentale importanza è il rispetto del suolo: tutti i vignaioli utilizzano in vigna un approccio biologico, quando non biodinamico. Altro aspetto che li accomuna è la spontaneità della fermentazione: volessimo incasellarli, potremmo dire che sono dei produttori di vino naturale, ma l’etichetta oramai appare superata, tanto che nessuno di loro si dichiara tale, preferendo più il termine ‘artigiano’.

Noi abbiamo provato i loro vini lo scorso 14 giugno all’evento Tralci Vulcanici, presso il Parco archeologico del Monte Tuscolo. Ecco, diciamo che qualche rifinitura organolettica su alcuni vini andrebbe ancora attuata, ma si tratta di un lavoro più di cesello che di sgorbia. Oltretutto, c’erano anche alcuni esemplari splendidi per finezza e intensità (però, signori vignaioli, del Vulcano Laziale come del resto d’Italia, ve lo si chiede per favore: la smettiamo definitivamente con la macerazione delle uve bianche, che non è più epoca?).

Allo stesso tempo, dobbiamo anche sottolineare che già si percepisce il lavoro in grande coesione di questi vignaioli: i vini restituiscono tutti le doti del suolo vulcanico, con sapidità in evidenza ma mai soverchiante. Altra cosa rintracciabile nell’assaggio è il versante di provenienza della vigna, ognuno dei quali ha impresso mirabilmente al vino le proprie caratteristiche. Non resta che elencare, facendo loro gli auguri, i nomi delle aziende che si sono imbarcate in quest’impresa di riportare nuovamente sulla cresta dell’onda il vino dei Castelli Romani: Azienda Agricola Farina, Il Sambuco, Marco Colicchio, Colleformica, Simone Pulcini, Liane, La Torretta, Cantina Terracanta, I Chicchi, Emiliano Fini e Mattei Wines.