Lo Champagne sta per cambiare per sempre?

Una piccola modifica al disciplinare dello Champagne potrebbe cambiare radicalmente il vino più famoso del mondo così come lo conosciamo. Le ragioni favorevoli e contrarie.

Lo Champagne sta per cambiare per sempre?

Lo Champagne potrebbe non essere più lo stesso, tra qualche anno. E tutto per una decisione presa dal Syndicat des vignerons della zona di produzione del vino più famoso al mondo: il 29 luglio 2021 questo ente che riunisce i produttori e che tra quelli che controllano la filiera e il disciplinare, ha votato a favore dell’introduzione delle Vignes semi larges (VSL). Questo a cascata potrebbe portare a una serie di conseguenze enormi, e non del tutto prevedibili. Almeno stando alle voci critiche rispetto a questa strada. Ma di cosa si tratta? Un fatto tecnico, ma con risvolti economici e gastronomici.

È una questione studiata e dibattuta da decenni, che può essere spiegata così: attualmente i vignaioli possono piantare i filari di viti a una distanza massima di un metro e mezzo, di fatto tutti stanno tra il 1,20 mt e il 1,30 mt. Il nuovo regolamento ammetterebbe filari a distanza di 2 o 2,2 metri, molto di più. L’approvazione necessita ulteriori passaggi, da ultimo quello dell’Institut National de l’Origine et de la Qualité  (INAO), che dovrebbe arrivare non prima del 2023; e considerando quanto la questione sia controversa, il processo potrebbe anche durare di più, o non arrivare mai alla fine.

Il Cahier des Charges dello champagne, che definisce le specifiche come un disciplinare, stabilisce che la densità minima delle viti è 6700 per ettaro, con una media effettiva tra le 9 e le  10 mila, anche se ci sono produttori che si spingono fino a 12.000. Le motivazione che hanno portato alla suddetta scelta, che ridurrà drasticamente la densità, sono di vario genere. Ha spiegato Maxime Toubart, presidente del Sindacato a Wine-Searcher: “Questa è un’opportunità per portare innovazione nello Champagne, e ci aiuterà a raggiungere i nostri obiettivi di zero erbicidi, 50 percento in meno di pesticidi e 25 percento in meno di emissioni di carbonio entro il 2025. È inoltre un ottimo strumento da adottare per il cambiamento climatico, faciliterà il nostro lavoro nei vigneti. Non c’è alcun obbligo di adottare il VSL, è solo uno strumento in più, un’altra freccia al nostro arco, per avere più successo nella nostra ricerca di produrre vini di qualità degni della denominazione Champagne”.

Le voci contrarie, tra cui quella di Tarlant, produttore dal ‘600, si appuntano innanzitutto sull’analisi di questi benefici: non è vero che i filari più larghi evitino del tutto gli erbicidi, non è dimostrato che si possano ridurre i pesticidi, e anche per quanto riguarda la sostenibilità climatica ci sarebbe da dire. Piante più rade, infatti, espongono maggiore quantità di suolo ai raggi solari, e contribuiscono al riscaldamento locale e globale. 

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La verità, dicono i critici, è che filari più larghi significa meccanizzazione della raccolta, una cosa che nella Champagne finora non veniva praticata proprio per una questione di spazi. Raccolta meccanica significa meno lavoro manuale, meno attenzione e cura: basterà un operaio ogni 7 ettari dove oggi ce ne vuole 1 per ettaro, come scrive Daniele Romano, giornalista esperto e piccolo produttore. Inoltre c’è una questione di dimensioni della pianta e rese: se si dimezza la densità, matematicamente le viti dovranno produrre il doppio.

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Il che poi, a cascata, ricade sui tipi di uva che verranno usati per lo champagne del futuro. Il vitigno vocato allo champagne è il Meunier, ma già da anni è incalzato dal più diffuso Chardonnay. Quest’ultimo è più versatile, si adatterebbe a una maggiore produzione per pianta, ed è più adatto alla coltivazione in piano, dove per comprensibili ragioni la raccolta meccanica è favorita, e dove la maggior parte dei filari semi-larghi verrebbero impiantati. Non ultima, la perplessità sul paesaggio tipico della Champagne, patrimonio dell’Unesco, che coi filari larghi cambierebbe certamente. 

La controversia rispecchia la spaccatura tra grandi e piccoli produttori: i primi che possono permettersi, grazie alle grandi estensioni delle loro vigne, di passare al VSL; gli altri che puntano sulla qualità e non vogliono che la denominazione più famosa al mondo si annacqui. Potrebbe succedere infatti che si vengano in futuro a creare due champagne paralleli: uno a vitigno largo, raccolta meccanica e base Chardonnay, l’altro “come una volta”, a filare stretto, raccolta manuale e base Meunier. Due mondi sempre più distanti, che si parlano sempre meno. Oppure, al contrario, e questo è il timore dei piccoli: visto che lo Champagne è uno, e come unico viene percepito dal pubblico medio, che la moneta cattiva scacci quella buona. Per sempre.