Le Italian Grape Ale, note anche come IGA, sono state introdotte, un po’ a sorpresa, come primo stile birrario tutto italiano nel 2015 (ma i primi esempi risalgono già al 2008 con gli esperimenti pionieristici di Nicola Perra del birrificio Barley) e da allora sono state birre decisamente rappresentative per il panorama brassicolo nazionale.
A introdurle ufficialmente è stato il BJCP, Beer Judge Certification Program, “bibbia” statunitense degli stili che periodicamente si aggiorna specificando le caratteristiche dei prodotti per i giudici che dovranno giudicarli nei concorsi internazionali, nel 2015 e, come spesso capita con tutto ciò che riguarda l’Italia, si tratta di uno stile i cui confini non sono molto ben definiti: il tipo di fermentazione non è indicativo, così come il colore o il grado alcolico.
Ciò che le caratterizza è l’utilizzo di uva, in qualsiasi forma a discrezione dell’estro del birraio: il frutto tal quale, mosto, mosto concentrato, mosto rettificato o vinacce, una libertà che i nostri artigiani hanno saputo sfruttare al meglio, creando birre che hanno riscosso immediato successo all’estero, merito certo del maggiore appeal “made in Italy” di uno stile così identitario rispetto alle interpretazioni, per quanto personali, di quelli internazionali.
Una libertà che però non poteva che scontrarsi con l’impianto burocratico tutto italiano, dando vita a un cortocircuito legislativo che ha complicato la vita dei nostri birrai da più di un decennio, fino ad oggi. Abbiamo parlato con Vittorio Ferraris, patron del birrificio BSA di Vercelli e presidente di Unionbirrai, per farci spiegare nel dettaglio la situazione e gli aggiornamenti.
Il paradosso normativo e le novità
Vittorio Ferraris, presidente di UnionbirraiVittorio, quali erano i problemi con cui si scontravano i nostri birrai quando volevano produrre delle IGA?
“Si trattava di un vero e proprio paradosso normativo che è andato avanti per circa dieci anni. La grande contraddizione nasceva dal conflitto tra due diverse legislazioni che finivano per scontrarsi: da una parte, la legge sulla birra che obbliga il produttore a indicare nella denominazione di vendita l’elemento caratterizzante, come appunto il mosto d’uva, per garantire una corretta informazione al consumatore, dall’altra parte il Testo Unico del Vino che tutela -giustamente- in modo molto rigoroso i termini legati alla viticoltura, impedendo di fatto ai birrai di citarli in etichetta”.
“Questa situazione creava un corto circuito incredibile: se il produttore era trasparente sugli ingredienti usati rischiava il sequestro del prodotto per violazione delle norme sul vino, mentre se non lo faceva poteva essere contestato per mancanza di informazioni chiare. Ci sono voluti anni di battaglie legali e sequestri prima che due sentenze favorevoli spingessero il Ministero a formalizzare una posizione ufficiale, stabilendo che l’indicazione dell’ingrediente caratterizzante è legittima se questo è effettivamente presente nella ricetta.”
Sembra ci siano novità positive quindi.
“Sì. Il Ministero delle Politiche Agricole, tramite l’ICQRF, ha finalmente rilasciato un parere formale che sancisce ufficialmente la produzione di birre realizzate con mosto di vino. Questo documento chiarisce che non esiste alcun problema legale nell’utilizzare tali ingredienti, dato che la legge sulla birra prevedeva già la possibilità di usare succedanei come la frutta o il mosto d’uva. In pratica, l’orientamento ministeriale stabilisce che l’elemento caratterizzante può essere inserito nella denominazione del prodotto per garantire una corretta informazione al consumatore.Per il settore questo risultato è fondamentale perché garantisce finalmente una certezza normativa che mette al riparo dalle interpretazioni soggettive dei singoli funzionari locali”.

E finché si tratta di uva “generica”, tutto bene. Ma come ci si deve comportare con i prodotti protetti da denominazioni?
“Quando si entra nel campo delle denominazioni protette, la questione si fa decisamente più delicata. Se un produttore decide di andare oltre la semplice dicitura di mosto d’uva e vuole citare un nome specifico e tutelato, come potrebbe essere ad esempio una birra al Brunello di Montalcino, non basta più solo inserire l’ingrediente in etichetta per essere in regola. In questi casi è fondamentale muoversi in anticipo e interfacciarsi direttamente con i consorzi di tutela per ottenere tutte le autorizzazioni opportune prima di procedere. Questo perché l’uso di una denominazione protetta accresce enormemente il valore del prodotto e il Ministero deve garantire che non venga trasmessa una comunicazione fallace, che altrimenti potrebbe essere configurata come una vera e propria frode nei confronti del consumatore.”
L’etichettatura non è solo l’elenco degli ingredienti, e negli anni molti birrifici hanno avuto problemi anche con la rappresentazione grafica dell’uva nelle etichette, portando a sequestri e a paradossali “censure”: abbiamo risolto anche questo problema?
“Pare proprio di sì: nel parere ministeriale è specificato che non è illegale nemmeno l’utilizzo delle immagini dell’uva, quindi anche questa questione dovrebbe essere risolta”.
Un problema è risolto: quali sono gli obiettivi per il futuro?
“Le sfide che ci aspettano sono ancora molte e riguardano soprattutto l’aggiornamento di norme ormai decisamente superate. Il lavoro principale da fare ora è parallelo a quello appena concluso e riguarda la revisione totale delle caratteristiche organolettiche del prodotto definite in un decreto che risale addirittura al 1971. Questo provvedimento impone parametri su aspetti come la torbidità, il contenuto di anidride carbonica e soprattutto l’acidità che risultano assolutamente inaccettabili per i prodotti moderni.”
Eppure di birre acide ne importiamo anche.
“Esatto, la situazione è paradossale perché nei nostri negozi circolano liberamente birre belghe, vedi lambic e gueuze, che hanno acidità ben superiori a quelle tollerate dalla nostra produzione nazionale. Si tratta di una questione che tocca il principio della libera circolazione delle merci in Europa, poiché dovremmo avere parametri uguali ai nostri colleghi tedeschi o belgi per non penalizzare i nostri produttori. Dobbiamo assolutamente arrivare a norme che supportino la moderna produzione brassicola invece di ostacolarla, altrimenti finiamo per danneggiarci da soli.”
Quale sarà la prossima mossa quindi?
“Vedremo cosa riusciremo a fare nei prossimi sei mesi con il disegno di legge specifico sulle caratteristiche organolettiche del prodotto.”

