Roma Whisky Festival 2019: le etichette che ci sono piaciute di più

L’ottava edizione del Roma Whisky Festival si è svolta al Salone delle Fontane il 2 e 3 marzo, e noi ce la siamo goduta tutta. Come vi abbiamo raccontato in lungo e in largo, le star assolute sono state le bottiglie dedicate a Game of Thrones, ma la manifestazione ha offerto anche altre interessanti novità: oltre all’area talk, in cui esperti del settore hanno condotto incontri e masterclass, fiore all’occhiello del Whisky Consultat Pino Perrone, da anni alla guida del Festival (quando si chiamava ancora Spirit of Scotland) insieme al direttore artistico Andre Fofi, e all’area cocktail bar, con quattro dei drink bar più famosi della capitale – Jerry Thomas Speakeasy, Drink Kong, Argot e Freni e Frizioni – in rappresentanza, abbiamo potuto assaggiare anche dei prodotti arrivati per la prima volta in Italia.

Il più insolito, e anche minaccioso dalla descrizione, è sicuramente Floki: prodotto dall’unica distilleria presente in Islanda, una farm distillery, ha la particolarità di essere prodotto a partire dall’orzo affumicato; non con la torba, come i distillati scozzesi, ma con lo sterco di capra. Avete letto bene. Il risultato, superato lo shock iniziale, è un liquido dal sapore unico, con sentori erbacei e di stalla.

Altro prodotto degno di nota è il Teeling Trois Rivierès: Teeling Irish Whiskey invecchiato per sette anni in botti di ex bourbon, con finish in botti di rum Trois Rivierès per un anno, nato dall’incontro fortunato tra la più antica distilleria irlandese e il re dei rum agricole della Martinica, avvenuto presso La Fratelli Rinaldi Importatori di Bologna, prodotto di cui l’azienda è molto fiera, come ci ha tenuto a sottolineare il direttore marketing Gabriele Rondani.

Infine un whisky la cui genesi sembra perfetta per farne un film: Jefferson’s Ocean, diamante nato a causa del Proibizionismo. L’azienda voleva creare una bottiglia di punta, da accompagnare a quelle di base e riserva, invecchiata in modo particolare: per ottenere questo scopo è stato fatto un vero e proprio studio, per scoprire come i distillati vengano mutati in modo involontario. Si è scoperto quindi che all’epoca del Proibizionismo era il viaggio stesso a creare dei sapori unici: trasportando ad esempio un bourbon dal Kentucky all’Olanda, durante il viaggio il prodotto non era più lo stesso della partenza, perché in nove mesi di traversata l’oceano dava il suo contributo.

Jefferson’s ha quindi sfruttato questa scoperta facendo un esperimento: mandando in giro per il mondo, per ben quattro anni, delle botti di whisky, è riuscita ad ottenere un prodotto diverso, grazie all’acqua di mare che, per osmosi, ha impregnato il legno, che a sua volta, per via degli sbalzi termici, rilascia sentori di caramello e miele, così da bilanciare la salinità. Oggi l’azienda ha i suoi velieri utilizzati appositamente per far invecchiare il bourbon in mare: ognuno porta cento botti di whisky, supera l’equatore quattro volte e tocca trenta porti diversi, ma mai nello stesso ordine. Qualcosa di cui Jack Sparrow sarebbe fiero.

Avatar Valentina Ariete

20 Marzo 2019

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