Il 2026 è l’anno in cui il movimento della birra artigianale italiana compie trent’anni, e con esso i birrifici considerati i capostipiti: Lambrate, Baladin, Beba, Turbacci e, ovviamente, il mitico Birrificio Italiano di Agostino Arioli. Una storia turbolenta, che ha visto un’esplosione di appassionati e un travolgente picco creativo, seguito dalle distorsioni tipiche dell’eccesso di offerta e della ricerca di colpi di teatro e di prodotti pensati più per rincorrere mode stilistiche sempre più effimere che per offrire una bevuta compiuta agli appassionati.
In questo difficile periodo per il settore, la crisi internazionale i rincari e il calo dei consumi, stanno accelerando un fisiologico assestamento del mercato, e se se dopo trent’anni di vita di birra ne è passata sotto i ponti, possiamo definire dei punti fermi affrancati dal rumore di fondo, la cui influenza è ormai assodata e destinati a rimanere tali anche in futuro, e uno di questo è certamente il capolavoro del Birrificio Italiano: la Tipopils.
Una birra ormai imprescindibile la cui importanza può forse sfuggire al bevitore occasionale e a quanti non appartengano alla categoria dei “beer geeks”, e siamo qui per rimediare.
La storia della Tipopils, e perché è così rivoluzionaria

Diamo un po’ di contesto a un’epoca da cui, birrariamente e forse non solo, sembrano passate ere geologiche. In un periodo storico in cui la birra per il consumatore italiano era esclusivamente industriale e le uniche distinzioni erano “chiara” e “rossa”, magari una “scura” per gli esotici bevitori di Guinness, i birrifici artigianali hanno introdotto il concetto degli “stili”: inglesi, tedeschi, belgi, e riproporli il più fedelmente possibile era già un compito arduo, anche quando si trattava di proporli ai consumatori.
La Germania poi, è sempre stata territorio di ortodossia particolarmente rigida, e i bevitori più appassionati di boccali teutonici si sono sempre rivelati adeguatamente fedeli alle tradizioni. Mentre Agostino sperimentava con le sue creazioni da homebrewer, si innamora del profumo del luppolo in fiore, in particolare di quello infuso a freddo, tecnica che caratterizza le birre in stile inglese, ed ecco quindi l’illuminazione: unire le due scuole, quella delle birre a basse fermentazione della Germania con le Ale dell’Inghilterra, dando alla fragranza del malto e alla pulizia di bevuta tipiche della pils un extra di aromi erbacei e floreali.
Oggi che il cosiddetto “dry hopping” è ormai uno standard per quasi tutti gli stili, e le luppolature sono diventate via via più estreme e il pubblico si è abituato a livelli di amaro e aromi più caratterizzati e intensi, un cambiamento del genere può sembrare una piccola cosa, ma all’epoca era più di un azzardo: era un affronto, quasi iconoclastia, figlia di quella che lo stesso Arioli ha spesso definito, durante incontri e degustazioni, “ignoranza” nell’accezione più positiva del termine.
Un’ignoranza che significava porsi agli antipodi di ideologie e chiusura mentale, anche perché la “Tipo” è un piccolo capolavoro di tecnica di produzione, che vede grande attenzione verso le temperature di fermentazione (più alte rispetto allo stile) e una meticolosa cura del pH per evitare l’estrazione di tannini amari, portando al profilo ricco ed equilibrato che ha definito lo stile delle Italian Pils.
Così, nell’aprile del 1996, dopo aver messo insieme due anni prima la Nuovo Birrificio Italiano s.r.l. con un capitale di 20 milioni di lire, e con il primo, storico impianto produttivo ricavato da attrezzature di seconda mano della Poretti, dove Arioli aveva svolto la sua tesi di laurea, il “Birri” di Lurago Marinone inaugura ufficialmente, e alle sue spine esordisce la Tipopils. Il resto, come si dice, è storia.
Il riconoscimento internazionale e il futuro

Col senno di poi, pochissimi avrebbero scommesso che l’Italia, una volta vista come terra di sperimentazione birraria selvaggia, sarebbe stata annoverata tra i migliori produttori di birre a bassa fermentazione del globo, e buona parte del merito va alla Tipopils e ai suoi innumerevoli tentativi di imitazione, che ha portato i nostri produttori a specializzarsi ed affinare la tecnica per produrre queste birre, da sempre ritenute difficili e in grado di definire una netta distinzione tra un bravo birraio e uno eccellente.
Un successo che ha portato al riconoscimento ufficiale internazionale da parte della Brewers Association americana che nel 2024 ha finalmente incluso le Italian Pils nel suo BJCP, il Beer Judge Certification Program, documento di riferimento che definisce le caratteristiche degli stili e aggiornato periodicamente, e che Agostino Arioli custodisce mantenendo la produzione totale del birrificio entro i 7 mila ettolitri annui, per non snaturare il prodotto dovendo cedere ai compromessi imposti dai grandi numeri.
A trent’anni dalla sua nascita quindi, nonostante il mondo della birra artigianale sia quantomeno inquieto, la Tipopils resta immarcescibile, e il compleanno del movimento artigianale italiano e dei membri della classe del ‘96 è certamente anche il suo compleanno: auguri!


