di Adriano Aiello 13 Aprile 2016
degustazione vini

Ognuno ha la fuga dal Vinitaly che preferisce, o che si merita. La mia si chiama Summa e odora di scenari altoatesini e bevute corroboranti.

Che sia preparatoria alla bolgia del Vinitaly, o rappresenti una sana sosta di 24 ore, la fiera organizzata nella bellissima Tenuta Alois Lageder da un ventennio, è una piccola somma di piaceri enologici. Che mi costano anche un entusiasmo descrittivo che sarebbe insincero nascondere.

Se come il sottoscritto vi capita di pernottare da queste parti, sappiate che ci si sveglia tra panorami stordenti e secchi di speck cotto (variante poco nota fuori zona in quanto salume pasquale, prodotto con una parte che non ha finito la stagionatura), poi ci si immerge nell’atmosfera della fiera. E arrivano gli hype a misura di bevitore seriale.

Qui si assaggia senza montare sopra al prossimo e sudargli sulla camicia.

Qui si fanno belle pause pranzo con ottimo cibo, schiere di bottiglie da saccheggiare allegramente, l’ottima pizza di D’Amici Food e la pasta di Felicetti.

Qui si fanno degustazioni puntuali e ragionate. Forse solo un po’ sbrigative per incastrarne il più possibile.

Qui si beve un caffè sontuoso (di un laboratorio giamaicano) e si fa la coda per la mela fritta con il gelato.

Qui c’è una buona fetta del salotto buono del vino italiano, a fianco a piccole cantine virtuose da scoprire. Tanta Demeter, qualche bolla francese e moltissimo vino austriaco e tedesco. Anche se mi duole registrare come l’annata 2014 per il Riesling sia generalmente sottotono: spesso troppo verde e in attesa di equilibrio.

Ecco qualche cantina da appuntarsi senza andare a celebrare mostri sacri come Montervertine, Castello di Ama (che ha invitato tutto Dissapore dalle loro parti!) o Petrolo, a cui è stata dedicata una verticale del celebre Galatrona.

BRAGATO – San Giovanni al Natisone (UD)

Se in Friuli si bevessero più spesso bianchi di tale livello e impronta non avrei paura ad assaggiare qualsiasi Sauvignon Blanc, Friuliano o Pinot grigio esistenti. Questa piccola cantina storica, a conduzione familiare, è sicuramente la scoperta personale di questa edizione.

La carica aromatica dei primi due assaggi, il Sereno (a dominanza Pinot bianco) e il Pinot grigio appena imbottigliato, complice l’annata calda (2015) , non mi avevano ben predisposto, tanto da aver male interpretato anche i vini, sicuro avessero lieviti selezionati per rafforzare la rotondità del frutto. La linea semplice, così denominata da Antonio Bragato stesso, invece finisce lì. E inzia la gioia.

Ecco che vengo sommerso da una decina di vecchie annate di grande lucentezza e verticalità: vini mai appesantiti dal frutto, quanto piuttosto sapidi e di grande freschezza.

La longevità dei loro Tocai (anzi Friuliano, altrimenti il legislatore e gli ungheresi ancora si incazzano) è sorprendente, ma è soprattutto il Sauvignon a infrangere lo stereotipo regionale: mai opulento, alcolico, grasso e stucchevole al naso, quanto succoso e dai toni agrumati. Splendido per espressione e bevibilità, soprattutto il 2013.

CORTE SANT’ALDA – Mezzane di Sotto (VR)

Una delle più autentiche realtà del veronese, per qualità e aderenza territoriale, sono un caso esemplare del doppio binario in cui viaggia il vino italiano.

In tempi di fortuna (estera) per l’Amarone e grande successo interno per il Valpolicella e soprattutto per il Ripasso (a Milano è la tipologia più richiesta per motivi che la riflessione contemporanea si rifiuta di comprendere), il traino commerciale diventa un’arma a doppio taglio per tipologie che in pochi interpretano senza stravolgimenti e interventismi enologici super invasivi.

Onnivori nel posizionamento (sono associati a Vinatur, li ho trovati, appunto, a Summa e anche nella caotica area Vivit del Vinitaly) i vini di Corte Sant’Alda sembrano esistere per essere amati da quelli che (come il sottoscritto) hanno molti dubbi sul percorso di certe tipologie e viceversa.

Dell’Amarone 2012 avevo già parlato. Ottime cose arrivano anche dalla freschissima Valpolicella 2015 e dal Ripasso 2013. Ma è tutta la linea a raccontare un caso esemplare di terroir.

Ho avuto anche modo di fare una bella visita in azienda e conoscere la vulcanica Marinella Camerani, persona vera e molto ospitale. Qui ho assaggiato gli altri vini aziendali.

Il Soave 2015 è in buona forma, ma a sorprendere sono i due esperimenti: un rosato (l’Agathe) vinificato in anfora e un orange wine a base Chardonnay, senza solfiti aggiunti, che è un grande compagno da tavola. Si è stappato anche un Amarone del 2006: potente, pieno, molto espressivo.

Vino da fine pasto, ancor più del successivo Recioto.

TENUTA DI FIORANO – Roma

Quella di Fiorano è una storia mitica che richiederebbe 20000 battute. Cantina storica alle porte di Roma ereditata nel 1946 dal Principe Alberico Boncompagni Ludovisi, con vista sui Castelli, cessò di produrre nel 1998. La storia della rinascita richiederebbe troppo spazio, ma è ben raccontata su Intravino.

A parlare oggi sono i vini, specialmente un bianco di grande espressione e golosità: il Fioranello, caso piuttosto unico di Semillon in purezza. L’annata 2014 ha dato un vino immediato, ma elegante, freschissimo e sapido, insomma un bianco da borraccia.

Ancora giovane il Fiorano 2011, da una vigna di 50 anni: 4 filari di Cabernet e 4 di Merlot per un taglio internazionale molto ricco al naso e rotondo.

C’era anche un Fiorano 1990 ancora bello vivo, con qualche piccolo problema di sviluppo, ma molto interessante.

TENUTA ALOIS LAGEDER – Magre’ sulla strada del vino (BZ)

Ovviamente a Summa si bevono anche tutti i vini dei “padroni” di casa. Tante le tipologie, alcune delle quali poco inclini ai miei gusti – per dire ho generalmente problemi con il Gewurztraminer e il Pinot bianco, ma sono anche fatti miei (cit.) – e una generale pulizia su tutta la produzione. Che non è mai tecnica però.

Qui l’intervento in vigna e cantina è davvero ai minimi e la biodinamica è molto diffusa. E si sente in particolare sui nuovi vini, particolarmente espressivi e molti vivi. Le cose più sorprendenti però arrivano dalla vecchie annate, talmente longeve da mostrare un’evoluzione quasi timida.

Soprattutto il Lowengang 2005, Chardonnay, bianco di chiara ispirazione borgognona che dopo più di 10 anni non ha ancora assorbito completamente la tostatura della barrique.

O il Cor 1997, a dominanza Cabernet Franc (con un po’ di Petit Verdot) che dopo quasi vent’anni ha un naso giovane e varietale (il classico peperone del Cabernet è inequivocabile) e una bocca fresca e pepata.