di Luca Iaccarino 19 Giugno 2017
antonino cannavacciuolo

Quando in televisione ho visto Antonino Cannavacciuolo preparare i bagagli per salire in aereo, ho pensato: “visto come si mangia a bordo, starà per girare un nuovo talent, “Cabine da incubo”.

Invece no: era il nuovo spot di Alitalia, di cui Tonino è l’ultimo testimonial. Mentre prepara il trolley, Cannavacciuolo dice: “a me piace la cura del dettaglio, perciò volo Alitalia. Perché ci lavorano persone preparate, come piace a me!”

Ora: immagino che molti cittadini non amino l’Alitalia, accusandola d’aver divorato soldi pubblici come un’idrovora. Ed è proprio in queste situazioni che le aziende prendono i testimonial: per proiettare la loro credibilità su se stesse, per venire associate a un volto simpatico, popolare.

E visto che oggi gli chef sono le star più amate, chi meglio di loro?

Così Marco Pierre White consiglia alla sciura il cuore di brodo, Cracco fa le tartine di patatine, Marco Bianchi inneggia ai surgelati, Oldani telefona solo con un gestore eccetera eccetera (Dissapore più d’un anno fa raccontò gli spot più imbarazzanti; e l’elenco, oggi, sarebbe ancora più lungo).

Sono un uomo di mondo, so bene che la fama è effimera e che gli chef, come tutti, mietono finché il grano della popolarità è alto, ché la prossima stagione potrebbero tornare a essere nessuno.

Non gli do torto.

Però davvero dovrebbero stare attenti: si può pur morir di fama.

Io me lo vedo il passeggero inviperito che quest’estate dorme in aeroporto perché il suo volo è stato cancellato e pensa: “Cannavacciuolo, e’ chi t’è muort!”