È una storia di ristorazione tipicamente italiana, quella di Nadia Santini, che lascia oggi un grande vuoto nella storia dell’alta cucina nazionale. Una storia come tante altre, solo più alta di altre, perché Nadia Santini è arrivata là dove nessun’altra donna chef è riuscita ad arrivare in Italia, alle tre stelle Michelin. Da sola, per prima. E lì è rimasta, insieme alla sua famiglia, silenziosa, nel rispetto della tradizione, del territorio, della fatica di una vita dedicata al ristorante. Forse per indole o forse per anagrafe, Nadia Santini è sempre restata lontana dai riflettori delle grandi capitali gastronomiche. Lì, a tirare la sfoglia per i suoi tortelli di zucca, con grande dedizione e amore per il suo lavoro.
Trent’anni di stella Michelin le sono valsi quella dedizione e quell’amore, a lei al suo ristorante Dal Pescatore, a Runate, frazione di Canneto sull’Oglio, in provincia di Mantova. Un luogo che appunto è diventato l’emblema di una tradizione italiana, non soltanto gastronomica, ma soprattutto di ristorazione. Un’impresa di famiglia, tenuta su grazie all’unione della famiglia e al sacrificio e al lavoro di tutti i suoi componenti. Così come accade per altre migliaia di piccolissime aziende italiane, che su questa rete di sangue fondano il loro successo, o anche solo la loro capacità di stare in piedi.
La morte di Nadia Santini
Nadia Santini ci lascia dunque il 2 novembre 2026, all’età di 72 anni, segnando la fine di una delle storie più importanti della cucina italiana contemporanea. Ad annunciare la sua scomparsa è stata la sua famiglia, con un messaggio che restituisce bene il carattere di una donna che ha sempre preferito la sostanza alla celebrazione: “Ha tracciato un solco profondo nelle nostre vite volto alla sensibilità, all’empatia e all’amore. Le siamo grati per averci educato al rigore morale, all’etica del lavoro e alla semplicità. Grazie Nadia, grazie Mamma”.
Una studentessa di Scienze politiche diventata grande cuoca
Nata a San Pietro Mussolino, in provincia di Vicenza, nel 1954, Nadia Cavaliere – questo il suo cognome da nubile – non aveva programmato di diventare una chef. Quando conosce Antonio Santini, che diventerà suo marito e compagno di una vita, è una studentessa di Scienze politiche. I due si incontrano durante gli anni universitari e si sposano nel 1974. Antonio proviene da una famiglia di ristoratori: il locale di famiglia, Dal Pescatore, è una trattoria di campagna che i due decidono di trasformare in un ristorante di alta cucina.
È una scelta che cambia il destino di entrambi. Dopo il matrimonio, partono per un lungo viaggio di nozze in Francia, circa un mese e mezzo, durante il quale scoprono e studiano la grande cucina francese. Tornati in Italia, iniziano a lavorare alla trasformazione del ristorante: Antonio si occupa dell’accoglienza e della sala, Nadia entra in cucina, dove trova ad aspettarla due figure fondamentali per la sua formazione, la suocera Bruna e la nonna Teresa, custodi di un patrimonio di ricette e conoscenze gastronomiche tramandate in famiglia.
Nadia non segue il percorso canonico di formazione dei grandi chef: niente scuole prestigiose, niente lunghe esperienze nelle cucine di altri ristoranti. Impara sul campo, osservando, assaggiando, sperimentando e costruendo una propria identità gastronomica. Un’autodidatta, insomma, che trova nella tradizione di famiglia il punto di partenza per arrivare molto lontano.
I primi risultati non tardano ad arrivare. Nel 1978 iniziano a circolare i primi articoli dedicati alla cucina del ristorante e, nel 1982, arriva la prima stella Michelin. Nel 1988 è la volta della seconda. Poi, nel 1996, il riconoscimento più importante: Dal Pescatore conquista la terza stella.
La prima donna italiana a conquistare tre stelle Michelin
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Ed è indubbiamente questo il capitolo che fa entrare Nadia Santini nella storia gastronomica italiana. Il suo record non è solo essere la prima donna italiana a conquistare tre stelle Michelin, ma anche essere stata capace di farlo senza aver mai avuto bisogno di effetti speciali per imporsi.
Tra i piatti che più raccontano la sua identità ci sono i tortelli di zucca, preparazione simbolo della tradizione mantovana, gli agnoli in brodo di gallina, i risotti, le lumache, le rane e le ricette a base di pesce d’acqua dolce, come l’anguilla alla brace. Piatti che hanno attraversato generazioni e che nella sua cucina hanno trovato una nuova forma di eleganza.
La consacrazione internazionale arriva nel 2013, quando la giuria dei World’s 50 Best Restaurants le assegna il premio Veuve Clicquot World’s Best Female Chef, riconoscendola come migliore chef donna del mondo. Un riconoscimento che porta il suo nome ben oltre i confini italiani e che contribuisce a rendere visibile il lavoro di una cuoca che, per scelta, aveva sempre mantenuto un profilo lontano dai clamori mediatici.
Nel 2022 arriva un altro riconoscimento significativo: la Guida Michelin le conferisce il titolo di Chef Mentor, celebrando il suo ruolo di riferimento per le nuove generazioni di cuochi. Perché la sua eredità non si misura soltanto nelle stelle conquistate, ma anche nella capacità di trasmettere un’idea di cucina fondata sulla disciplina, sull’umiltà e sulla conoscenza.
