di Massimo Bernardi 2 Gennaio 2012

Questa non è solo una lista di tendenze del 2011 che ci stanno sfuggendo di mano. O una lista di tendenze del 2011 semplicemente sovraesposte. Questa è una lista di tendenze che hanno raggiunto un preoccupante livello taumaturgico l’anno scorso, e che nel 2012— aiutatemi a dire —dobbiamo imparare a tenere sotto controllo.


1. Non essere razzista perché non riesco a prenotare il tavolo dello chef.

All’inizio era la cucina a vista. Guardavamo i cuochi che spadellavano al di là della grande vetrata. Non era abbastanza esclusivo, potevano farlo tutti, pulciosi o vipz. Allora l’idea estrema: il tavolo dello chef. In cucina, meglio se allestito per l’occasione, con “Massimo”, “Davide” o “Moreno” che ti spiegano i piatti, il servizio impeccabile ma assolutamente disinvolto. No, non giudicarmi se non ho accesso al nuovo status symbol di chi conta (meglio se spieghi chi può raccomandarmi).


2. Non essere razzista perché non compro al mercato chic.

Non sarò mai stato alla Boqueria di Barcellona ma sono mica un barbaro. Non essere sprezzante se mi manca l’esperienza “illuminante del mercato notturno di Donghuamen, non sono stato in Cina ma ho messo Beijing nella lista dei desideri. Non disprezzarmi se non ho comprato le verdure, il pesce e il maiale a Campo de’ Fiori ma rispettivamente dal fruttivendolo, la pescheria e il macellaio. Piuttosto, rispiegami la differenza tra la tua “cucina di mercato” e la mia ‘ché ancora non mi è chiara.


3. Non essere razzista perché non faccio il pane in casa.

Ti ho detto che il pane di oggi fa schifo. Mi hai risposto di cambiare. Grazie (profondo senso per la critica). Poi mi hai invitato a mettermi d’impegno adottando un lievito madre. Ma hai taciuto dello psicanalista, delle sue parcelle quando nello sguardo di chi assaggiando le tue creazioni da volenterosa massaia diceva “mmm, buonissimo”, hai letto chiaro quel che pensava davvero. “Sola di scarpa inacidita”.


4. Non essere razzista perché non uso il sale di Maldon.

Va bene, avere problemi è poetico. Ma inaugurare un nuovo, glorioso anno di uso della Visa per comprare il sale preferito dagli chef che contano mi sembra eccessivo. Viene dall’Inghilterra, capisco, e le sue scaglie a forma di minuscole piramidi sono “di un croccante unico”. Ma parlando di sexsymbolitudine, scusa se te lo dico, il sale rosa macinato dell’Himalaya è molto più figo. Piuttosto, vista la temperie del 2012, versare del modesto sale marino nella confezione di Fleur de sel della Camargue pagata 3 euro da Esselunga, è culturalmente spendibile?


5. Non essere razzista perché non ho mangiato al Noma.

Mi aspetto il deflagrare di una crisi di nervi, ma rientro tra i 10 gastrofanatici della Nazione che non hanno nel C.V una rispettosa visita al santuario della nuova cucina nordica. Il Noma di Copenhagen sarà la mangiatoia di lusso più amata dagli italiani e chef Rene Redzepi la nuova soubrette, ma che colpa ne ho se alle alghe d’Islanda, i granchi d’alto mare dalle isole Færøe e il trifoglio acetoso dei boschi prediligo il prosciutto di Parma? E sempre rispettosamente: l’olio extravergine d’oliva a quello di colza danese?


6. Non essere razzista perché non saccaposcio la pasta di zucchero.

A chi pensa dei cupcakes che lo schifo, per quanto esplorativo, resta sempre schifo, dico di non esagerare. E però, sulle minitortine americane decorate con colori carichi e vagamente flashati— preoccupante ossessione nazionale nel 2011 —ve la meritate, la Liverani. “Pirottini, barattolini, tagliapasta, stampi in silicone, tortiere, siringhe, coloranti, praline: l’importante è realizzare decori “adorabili” (che ti sembra di mangiare una fiaba per bambini e non del vero cibo). Perché stiamo cupcaketizzando ogni cosa?”


7. Non essere razzista perché non sono dotato di roner o sous vide.

Oggigiorno se nella cucina di casa non hai un roner o un sottovuoto a campana non sei nessuno. L’ho saputo da te che i fornelli devono spostarsi, che bisogna fare spazio alla tecnologia. Che la pecora sambucana, la gallina di Saluzzo o il coniglio di Carmagnola se cotti a bagnomaria con l’acqua in movimento per avere la stessa temperatura in tutto il recipiente, non sono più i dispenser di colesterolo che sappiamo. Stessa cosa per il sottovuoto. Solo che ho guardato quanto costano. Chiedo scusa per i limiti culturali ma si stava meglio quando si stava in bianco e nero, tipo.


8. Non essere razzista perché bevo meno birra artigianale.

Sulle prime gli osservanti delle artigianali mi facevano sentire bene. Come quelli che What a wonderful world la preriscono nella versione dei Ramones. Dopo ne hanno parlato cani, porci e passanti, i prezzi sono in lievitazione progressiva e per crisi di rigetto il mio frigo si è riempito di Menabree, Guinness e Budweiser. Mentre gli osservanti, oggi, sono come quelli che My Way la preferiscono nella versione di Sid Vicious.

[Crediti | Link: Dissapore, immagini: Google]