di Luca Iaccarino 24 Agosto 2017
ringo pavesi

Cosa che volete che vi dica: tutta la mia famiglia va matta per i prodotti Pavesi. Vogliamo parlare delle “gocciole”? Sono pazzesche.

Una volta –non mi ricordo se alla Coop o da qualche altra parte– ne ho trovato una copia ed era terribile.

I Togo? Io mangerei solo Togo. E avevano pure quel vecchio, meraviglioso claim: “il piacere senza il peccato”.

I Ringo? il mio secondogenito li smonta, li butta nel latte, e gode di pura goduria.

I Pavesini? Con quel gusto di uovo? Di caramello?

Poi, devo essere onesto, mangiare i biscotti Pavesi mi ha sempre dato un certo senso di libertà, di indipendenza: ai tempi della mia infanzia c’era un dominatore incontrastato della colazione, il Mulino Bianco.

A me il Mulino Bianco m’ha sempre un po’ spaventato, con quella sua atmosfera ariana. Invece i Ringo Boys erano misti, giocavano a football americano, si sporcavano! Poi anche che il Mulino Bianco fosse della Barilla, un gigante così gigante: la Pavesi mi faceva più romanticismo.

Finché, l’altra mattina, annebbiato dal sonno e dall’ingestione della dodicesima gocciola (con cui ho finito le calorie della giornata alle dieci di mattina) ho girato il pacco e m’è crollato il mondo addosso: anche la Pavesi è della Barilla.

O santa pace.

Quindi i Boys giocavano sul retro del mulino. Ho chiesto in giro e ho scoperto che lo è da più di vent’anni: come vengo a saperle male le cose.

Ho pianto fino ad annacquare il caffelatte. E ho fatto un sacco di speculazioni filosofiche –sul fatto che oggi della libertà c’è rimasta l’illusione– ed economiche, sul fatto che ormai l’industria del cibo, come tutte, si concentra sempre più.

Mi son sentito tradito dai Boys e quasi ho deciso di smetterla con i Togo. Ma non riesco.

Così ho deciso che voglio rimuovere: devo trovare qualcuno che mi sparaflashi e mi faccia dimenticare che la Pavesi è della Barilla.

Preferisco non sapere: l’ignoranza può dimostrare imprevedibili virtù.