Caro Babbo Natale | La letterina di un foodie capriccioso

Caro Babbo Natale, sono certa, converrai, che sono stata buona accettabile non-puoi-dire-che-non-c’abbia-provato quest’anno, perciò ecco la mia letterina per te.  Data la sede, sarò breve rispetto ai desideri non gastro-focalizzati: ti basti sapere che con le scarpe di McQueen e i cuccioli di cane vai sul sicuro. Per il mio 2012 di bagordi vorrei:

1) La macchina del teletrasporto per andare nei ristoranti lontani da tutto. Babbo caro, se desidero recarmi al Reale Casadonna di Niko Romito devo percorrere SEICENTOOTTANTAQUATTRO chilometri. Se avverto l’urgenza di cenare all’Oasis Sapori Antichi di Vallesaccarda mi ci vogliono 7 ore e 45′. Se mi punge vaghezza di assaggiare la cucina di Pino Cuttaia, a La Madia di Licata, devo attraversare l’intera Italia e macinare più di 1500 km. Perché questo, Babbo? Cedimi la tua slitta. Oppure, trasferisci qui in centro a Milano questi ristoranti alla fine dell’universo. Da qualche parte uno spazio dove collocarli lo troviamo.

2) Cupcakes buoni come quelli di New York. Quella volta che mi hai portato i macaron di Pierre Hermé con spedizione refrigerata da Parigi, così in sprezzo del carbon footprint, ho molto apprezzato. Però Parigi è dietro l’angolo, con i cupcakes come facciamo? In confidenza, Babbo, qui a Milano con i cupcakes non ci siamo: potranno anche saper imitare il ricciolo di frosting à la Magnolia Bakery, ma non li sanno fare golosi eppure eterei come da Chikalicious o Two Little Red Hens a New York. Fai discendere sulle volenterose pasticcerie milanesi l’ardua scienza del cupcake e liberaci dai colori fluo che ci riportano a gusti del gelato che avremmo voluto lasciarci agli spalle con gli anni ’80. Amen. (Appunto a me stessa: si dice “Amen” nelle lettere a Babbo Natale? Controllare).

3) Molti più ristoranti alla portata delle mie tasche. Caro Babbo, in tutta la Francia la bistronomie impazza: nel ristorante d’Oltralpe più in alto nel ranking della classifica 50 Best di San Pellegrino, lo Chateaubriand di Inaki Aizpitarte, si spendono 50 euro per il menu degustazione. A New York, al Momofuku Ssam Bar dello chef-superstar Dave Chang, il pranzo costa 25$. Ruth Reichl, una delle giornaliste gastronomiche più note negli Stati Uniti, segnala come il miglior lunch deal della Grande Mela sia il pranzo a 20$ del ristorante italiano Ciano. Che beffa che a Milano con 15 Euro si mangi la piadina con i sottaceti del bar! Quindi, per favore: vorrei più D’O (che all’unico esistente è sempre una fatica andare, causa tempi biblici per le prenotazioni) e più Franceschette, il nuovo bistrot di Massimo Bottura a Modena.

4) Meno ingredienti lussuosi nella grande cucina. Allora, nessuno più di me ama la cucina francese, okay? Però l’Ambroisie a Parigi se la possono permettere solo quei debosciati di Passione Gourmet. Caviale, foie gras, astice, tartufo bianco d’Alba: tutte materie prime che hanno in comune, tra l’altro, il fatto che se te le mangi tra le mura di casa tua godi comunque e diventano parecchio più avvicinabili. Su, se Rene Redzepi gestisce il miglior ristorante al mondo, il Noma, a una latitudine per cui è solo grazie ai progressi della scienza se non hanno tutti lo scorbuto, sono sicura che ci sono margini di miglioramento anche nella fertile Italia.

5) Più attenzione alla sostenibilità del pesce che mangiamo. Dobbiamo collettivamente entrare nell’ordine di idee che mangiare tonno rosso, merluzzo (sì, il baccalà mantecato appartiene alla famiglia del merluzzo) e salmone d’allevamento è un danno per queste specie e per il pianeta. Seafood Watch vigila sui pesci da evitare, questa lista sarebbe da mandare a memoria. La buona notizia è che le ostriche vanno benissimo, anzi vanno mangiate, anzi sto andando a mangiarle ORA.

Grazie di tutto,

Sara

p.s. Ti ho lasciato delle ostriche sul davanzale.

[Crediti | Link: Winter Fashions, YouTube, Chikalicious, Two little red hens, Cianonyc, Passione Gourmet, Monterey Bay Acquarium, immagine: iStockphoto]