di Marco giarratana 11 Novembre 2015
coinquilini a tavola

La dura vita dei fuorisede passa inevitabilmente dalla convivenza con i coinquilini, oggi più che mai non solo appannaggio di ventenni universitari sempre pronti a far caciara, bensì dimensione comune a molti lavoratori con contratti a tempo determinato e stage e altre piccole disgrazie del precariato quotidiano.

Vivere da soli è ormai un lusso, soprattutto in città in cui il mercato immobiliare ha costi da incubo.

Va da sé che le coabitazioni tendano sempre grandi trappole tra turni delle pulizie del bagno che saltano, gente che saccheggia le provviste altrui, piatti che s’incrostano in solitudine nel lavello e le (ovvie) diverse abitudini alimentari.

Senza star troppo a giocare con la psico(pato)logia, il famoso detto “dimmi cosa mangi e ti dirò chi sei” andrebbe inserito tra le domande da porgere ai futuri coinquilini quando si sta per prendere in affitto una stanza insieme alle solite info sulle spese fisse, se i riscaldamenti sono centralizzati e se la portinaia si fa una scodella di fatti suoi o meno.

cucina coinquilini

Tra i tanti profili sociali con cui si rischia di condividere il focolare domestico, eccone alcuni, probabilmente i più comuni ma non gli unici:

IL FRIGGITORE IMPENITENTE


Il migliore amico del punto di fumo, l’Ambi Pur al fritto. Vive di: bastoncini, cordon bleu, sofficini e panzerotti, 4 salti in padella e tutto il mondo surgelato che ha affinità elettive con l’olio. Quando non frigge inforna pizze precotte o arrostisce tenebrosi wurstel che annega nelle salsine.

Incredibilmente non sta mai male, è lecito domandarsi se più che una flora abbia una fauna intestinale popolata da piranha.

IL TONNAIOLO


Casanova della pasta al tonno di cui vanta decine di varianti, colleziona più scatolette che donne. Un vero gentleman del trancetto sottolio che è protagonista indiscusso di ogni suo pasto, dall’insalata col ciliegino fuoristagione e l’aceto balsamico annacquato al tramezzino con maionese a 0.90 € in sconto.

Il superlusso è il barattolo col talloncino di ecosostenibilità, ma solo una volta l’anno (e solo se glielo manda la mamma).

IL MANGIATORE DA SCATOLETTA


Attenzione, non Di ma Da. Per lui i piatti sono Oggetti Non-Volanti Non Identificati e roba da borghesi, meglio tirare la linguetta e infilare cucchiaio o forchetta. Che importa se i fagioli cannellini andrebbero scolati e conditi? Che ci frega se il minestrone precotto andrebbe scaldato? Pur di non lavare un piatto, questo e altro. E si risparmia pure sul detersivo.

IL SUGOPRONTISTA


Non esiste essere umano che gli abbia visto preparare un sugo “tradizionale” con soffritto e, non si chiede del pomodoro fresco, ma quanto meno un po’ di polpa pronta. Fa saltare il sottovuoto del barattolino industriale e, glugluglu, versa a freddo sulla pasta calda.

Alterna ragù di carne dall’oscura provenienza a pesoi alla genovese dall’odore mentolato che neanche il Vick’s, lo slancio che spezza la monotonia è il sugo alle noci ma solo con cadenza quindicinale. E se gli dici che quella roba fa schifo, ti guarda di sbieco e ti lancia anatemi con la bocca ancora zozza.

Dai, almeno pulisciti.

IL FAST FOODIE


Il TripAdvisor del cibo ciccione e insano.

Sa dove mangiare schifezze a qualsiasi ora e in ogni luogo dato che la sua è una dieta a prova di Supersize Me, conosce a menadito ogni hamburger sintetico e bacon cartonato, conta pure le patatine nel cono come gli stuzzicadenti di Rainman e sa consigliarti quale kebab mangiare in piena notte, istruendoti sugli effetti collaterali annessi domattina.

L’amico utile quando sei in fame chimica.

L’ETNICO


Invasato di ogni esotismo in tavola, trasforma una lasagna alla bolognese in un piatto unico nepalese apportando poche ma opportune modifiche.

Il segreto è l’ingente uso di spezie che conferisce all’ambiente di casa il persistente effluvio di un mercatino di Nuova Delhi. Si nutre a colpi di hummus, cous cous, babaganoush, kofta e basmati con qualche puntatina in Giappone quando c’è da fare il sushi in casa per postare su Instagram e spandere chicchi a terra che poi non ripulirà.

Curry curry guagliò.

IL MORALISTA


Ti domanda quanti ettari di foresta sono stati abbattuti per produrre l’olio di palma dei tuoi biscotti. O quanta sofferenza c’è dietro la bistecca truculenta che stai addentando. O quanti kilometri ha percorso la papaya a cui stai asportando i semi.

È ovvio che tu sia un insensibile che non si pone domande e quando non sai la risposta, dritto a fare le abluzioni nel brodo di pollo bollente. Rigorosamente biologico.

IL POSTMODERNO


Il Frank Gehry della gastronomia, a confronto gli aspic anni 80 sono arte minimale.

Accosta forme e colori e sapori alla-cazzo, paste al forno con 21 ingredienti senza sintassi, insalate senza subordinate, non conosce la grammatica degli abbinamenti, è un analfabeta delle cotture. Ma fa vanto del suo estro da masterchef, non ha bisogno di ricettari o bilance e termometri, lui va a naso mentre gli altri dopo l’assaggio vanno (molto male) di corpo.

Insomma, se conoscete qualcuno con un’alimentazione sana ed equilibrata, fate un fischio: sto cercando casa.