di Stefano Caffarri 6 Novembre 2009

La copertina de Il libro del cavolo di Sigrid Verbert/Cavoletto di BruxellesMi giungono al tavolo i 680 grammi del Cavolo. Giro il libro tra le mani, lo respiro: carta, inchiostro, un’anticchia di grafite. Carta da cento, centoventi grammi al metro quadro, in stampa opaca. La cromìa è di pregio, l’impressum è nitido. Scorro le prime righe, e a pagina 14 leggo: “…gamberettini grigi, stratipici del nostro mare…”  Mi sovviene il giovine e focoso Alfieri, quando ebbe per la prima volta tra le mani il Galateo del Della Casa. Racconta nella sua Autobiografia, che “alla vista di quel primo Conciossiacosache […] mi prese un tal impeto di collera” che lanciò il libro dalla finestra. Io che non sono nè giovine nè focoso nè Vittorio, me la sono presa comoda e ho ricominciato dal principio: “non proprio un libro del cavolo, ma un po’ anche sì”. L’operazione è ardita, e ha un punto di forza che è anche il suo limite: imprime su carta la parlata fresca, disinibita e sbarazzina di Sigrid, faccine puntini e punti esclamativi inclusi.

Certo, letti sullo schermo fanno un altro effetto, nonostante l’accuratissima grafica riproduca in modo impeccabile la pagina di un blog. Titoli con un font classico e grande, forse un Bodoni sottile, e testo in arial. Le pagine di testo conducono il lettore attorno all’Europa riempiendo la stanza di vapori profumati, di colori, di cibi vicini e lontani, conditi dalla personale esperienza dell’Autrice. Incontri con personaggi e personalità sono ricordati per istantanee più che per affreschi ma sempre con il sottofondo di una risata cristallina che è poi la cifra stilistica più interessante: questo giocare seriamente, e quindi non prendersi troppo sul serio.

Il Libro del Cavolo vince a mani basse sui tomi ponderosi dei campioni della haute cuisine: niente copertine 50×50, niente carta patinata, niente ricette iperuranie che voi umani, ma cartoline di posti luoghi e paesi. Poi ci sono le foto. Tutti amiamo cavoletto e le sue foto di food, che sono entrambe bellissime: sia quella con il cucchiaio che quella senza il cucchiaio. Dense di uno stile rarefatto ma così definito e identificabile da essere diventato un punto di riferimento per (quasi) tutti i wannabe foo-tographers in rete: fuoco tagliente, diaframma aperto a farfalla, profondità di campo tendente a zero e luce in hi-key. Però l’anima migliore di Sigrid si trova nelle nature morte, in cui la capacità di indagine delle cose inanimate supera l’immobilità restituendo un movimento fitto e una dinamica intensa.

No, non credo che lo spirito del cavoletto sia stampabile, credo che esca malconcio dal confronto con il mondo in due dimensioni. Credo che qualsiasi letteratura, anche la più sbarazzina, richieda una specie di riverenza per la pagina, per la parola e per l’architettura del racconto che stride con le faccine. Non mi trovo del tutto a mio agio con le scorciatoie espressive, con la scelta del semplice al costo del facile, dello svelto al costo del frettoloso: perchè non si parla solo di polpette. Così almeno mi è parso di capire districandomi tra le molte terre amate e le molte persone care all’Autrice, e le loro tavole variamente imbandite.

Nove capitoli più uno, un po’ di contenuti generati dall’utente (!), 256 pagine, 160 fotografie a colori e 98 ricette: perfetto per chi vuole ritovarsi tra le mani il compendio di un’avventura personale e professionale di straordinario e sorprendente successo, quello che i migliori di noi chiamano un caso di studio. Perfetto per una lettura a spilluzzichi, in pieno stile surf. Perfetto per la delizia di quelle reti da pesca abbandonate languidamente sul parapetto.

Per Cibele Edizioni, la piccola, meritoria Casa Editrice di Lorenzo di Pianogrillo e Davide Dutto. Per cospicui 28 europei la copia.