Un tempo cucinare significava interagire con la materia, applicare calore, gestire la reazione di Maillard, accettare il rischio reale e tangibile di amputarsi una falange mentre si sminuzzava lo scalogno. Oggi, grazie a quel buco nero di attenzione e dignità che chiamiamo TikTok, cucinare è diventato un eufemismo per “assemblaggio passivo di prodotti industriali“. E a proposito di intrugli a base di cibi confezionati, vi presento l’oggetto del contendere di oggi, ovvero la famigerata Japanese Cheesecake a due ingredienti.
Spoiler per chi ha fretta: non è giapponese e non è una cheesecake. E se avete bisogno di una ricetta scritta per farla, al posto vostro mi farei delle domande.

Tutto inizia intorno al 7 gennaio 2026. Il paziente zero, tale Fukase aka @worldofxtra, immerge dei sablé al cocco (biscotti burrosi di ispirazione francese) nello yogurt greco. Dopo qualche milione di visualizzazioni la notizia arriva in Occidente. E cosa facciamo noi? La trasformiamo in un mappazzone. La rendiamo più grassa, più rumorosa, e più violenta sostituendo il sablé con il Lotus Biscoff (Speculoos), perché i nostri palati occidentali adorano i sapori zuccherini. I Biscoff, infatti, sanno di cannella, zenzero, caramello e Natale al centro commerciale.
La ricetta (…) della Japanese Cheesecake

Gli ingredienti necessari:
- 1 confezione di Yogurt Greco: deve essere denso, prendete quello intero con 5-10% di grassi;
- Un numero non meglio indicato di biscotti Lotus Biscoff: perché i Lotus? Perché sanno di spezie e zucchero caramellato, l’unico mix sensoriale in grado di bilanciare l’acidità dello yogurt.
Il procedimento
Prendete i biscotti e schiantateli nello yogurt, lasciando qualche millimetro libero tra un biscotto e l’altro. Infliggeteli verticalmente nel vasetto di yogurt con strafottenza. Chiudete col tappo in dotazione o con della pellicola e mettete in frigorifero. Aspettate pazientemente almeno 8 ore.
La fisica della depressione
Al cuore di questa truffa gastronomica c’è la ricerca dell’equilibrio igroscopico. Ecco cosa succede nel frigo mentre dormiamo, sognando di essere dei gran furbacchioni.
Il biscotto è la spugna: i biscotti sono secchi, lo yogurt ha una parte acquosa. La natura, che odia i disequilibri quanto io odio i dolci fit, sposta l’acqua dallo yogurt al biscotto.
Lo yogurt è il restringimento: perdendo acqua, il reticolo delle caseine si compatta. Simula la consistenza di un labneh (formaggio fresco libanese) o di un formaggio spalmabile, ma senza la dignità del lavoro manuale.
Il tempo è l’unica variabile importante. Meno di 4 ore? I biscotti non si inzupperanno per bene. Oltre le 24 ore? Diventeranno una pappetta immonda. Si consiglia di rimanere tra le 6 e le 8 ore di permanenza al fresco. Ben otto ore di attesa per assemblare due ingredienti, ho giusto un paio di idee per impiegare il tempo in maniera migliore.
L’assaggio: com’è la Japanese Cheesecake a due ingredienti

Dopo 8 ore di osmosi notturna estraggo il vasetto.
L‘aspetto: sembra una torta a strati progettata da un architetto brutalista sovietico. Inquietante.
Il sapore: nonostante la buona volontà dei Lotus, lo yogurt greco senza zucchero risulta acido e l’assaggio globale deludente. Il biscotto però, reidratandosi, è diventato una sorta di fudge speziato, una pasta densa e umida che si scioglie sulla lingua. L’acidità dello yogurt ti prende a schiaffi e lo zucchero del biscotto ti dà un bacetto sulla guancia. È un ciclo di abuso emotivo sotto forma di dessert.
Questa “Japanese Cheesecake” è la rappresentazione perfetta della nostra era. È un’imitazione di una cosa reale (la cheesecake) ottenuta con zero sforzo, zero rischio e spacciata come una trovata geniale. Siamo diventati così pigri, così assuefatti alla gratificazione istantanea, che mettere un biscotto nello yogurt ci sembra un atto creativo degno di nota, di cui vantarsi addirittura. Io toglierei la tessera elettorale a chi la prepara.
Siamo fottuti come specie? Direi di sì. Ne mangerò un’altra stasera? Manco per idea, perché la vita è breve, il mondo è un circo degli orrori, e un biscotto molliccio che muore in un vasetto di fermenti lattici non è la consolazione che mi merito.
La Japanese Cheesecake ai voti
Dignità gastronomica: 2/10
Sapore: 6/10
Sensazione di vuoto interiore mentre lo mangi: 10/10
In definitiva, questo pastrocchio è l’equivalente gastronomico di un ti voglio bene detto da Alexa: perfettamente funzionale allo scopo, ma con quel retrogusto metallico a ricordarti che, alla fine, stai parlando da solo. Provatelo pure se vi va, ma abbiate la decenza di non chiamare questo intruglio cheesecake.
La variante italiana

Ovviamente, noi italiani non possiamo lasciare le cose così come sono, dobbiamo tiramisizzare tutto ciò che tocca il suolo patrio. Ho provato la versione con i biscotti pucciati nel caffè e pioggerella di cacao amaro ed il risultato è più appagante dell’originale. L’amaro del caffè cancella l’ultimo residuo di senso di colpa e aggiunge quella complessità che manca alla declinazione infantile americana. È il surrogato deprimente di un tiramisù per chi non ha tempo di montare le uova e fare scelte sensate nella vita.
Detto questo, dovendo aggiungere due ingredienti alla ricetta giapponese, vale la pena fare un dolce vero, e che abbia soprattutto un buon sapore.
