di Cinzia Alfè 27 Luglio 2016
spaghetti and meatball

“Da Ciro”. “Mamma mia”. Alla bella Napoli”. “O sole mio”. Questi alcuni esempi dei nomi ricorrenti che i gestori, in un impeto di fantasia, danno ai loro ristoranti italiani all’estero. Nomi che sanno di sole, di mare, di succosi limoni di Sorrento, di incantevoli coste amalfitane e di premurose mamme old style.

Peccato che siano tutti fasulli. Non veritieri, falsi, fake.

Ristoranti che di italiano hanno solamente il nome sull’insegna, spesso anche storpiato, e dove i piatti sono realizzati con ingredienti provenienti da ogni parte del pianeta fuorché dall’Italia. Bene, questi ristoranti italiani “per modo di dire” ammontano circa al 91% di tutti i ristoranti che a livello mondiale si fregiano dell’italico aggettivo, usato solo come un potente richiamo per attirare clienti distratti.

E naturalmente la faccenda vale anche per le pizzerie: nei soli Stati Uniti vengono consumati annualmente circa 13 chili di pizza pro capite, per un valore di ben 35 miliardi di euro circa, ma solo una minima parte di questo importante fatturato si riflette sull’economia italiana.

Ma quali sarebbero i vantaggi per la nostra economia se i ristoranti e le pizzerie che in tutto il mondo adottano l’aggettivo “italiano” dovessero effettivamente utilizzare, nelle loro preparazioni, solo ed esclusivamente ingredienti di sicura e comprovata provenienza italica, come logica e correttezza vorrebbero?

Questa la domanda che si è posto Alfredo Accatino, giornalista dell’Huffington Post, arrivando anche a una singolare proposta che ha le sembianze di una provocazione: pare infatti che se in Italia, dei 36 miliardi di euro che ricavano dall’esportazione dell’agroalimentare, se ne investissero circa 2, spalmati in tre anni, si potrebbe raggiungere l’obiettivo di incidere su mode, abitudini e tendenze alimentari di circa una trentina di nazioni; il tutto, a vantaggio della nostra economia.

Troppi i due miliardi stimati per realizzare la poderosa operazione di marketing pro Italia, una vera campagna “declinata in adv, digital, live events, PR, barter, product placement, showcoocking e via dicendo”?

Secondo il giornalista,  nemmeno così tanti:  i due miliardi totali necessari per tutelare la filiera italiana ed educare i consumatori internazionali (che potrebbero produrre un ritorno misurabile, nei consumi, nella percezione, nell’incoming turistica) sarebbero meno di quanto speso per la realizzazione di 36 chilometri di autostrada di AV (61 milioni a km).

Mentre con l’equivalente di 75 centimetri di autostrada potremmo far comparire su Google la parola “Parmigiano” per ben 100 milioni di volte e infine con 8 metri di Alta Velocità si potrebbero intavolare dibattiti ed intasare i talk show di tutti gli States con infinite  immagini di mozzarelle e pecorini nostrani.

Certo, questi dati, per quanto (ipotizziamo) formalmente corretti, vogliono essere una provocazione per focalizzare l’interesse su un argomento non secondario quale la promozione dei prodotti italiani nel mondo e sugli investimenti necessari per attuarla.

“Una campagna così costruita costerebbe un po’ di più, ma neanche tanto, di quello che incassano ogni anno i forestali della Regione Sicilia e Calabria per dare fuoco ai boschi. Con le multe che abbiamo dovuto pagare sino a oggi per la Quota Latte saremmo potuti essere in campagna per 10 anni, nel mondo. Occorre dire altro?”

[Crediti: Link: Huffington Post]