di Massimo Bernardi 2 Luglio 2010

Quando avevo 14 anni, mio padre, che sapeva essere affettuoso e sprezzante in ugual misura, ha detto una cosa che mi ossessiona ancora oggi. Era l’inizio del mio “periodo difficile”, ma sono abbastanza sicuro che a quell’età abbiamo avuto tutti un periodo difficile. Insieme alle tipiche piccole ribellioni contro l’autorità e ai continui cambiamenti di stato d’animo, ho iniziato ad andare male a scuola, cosa preoccupante per la mia famiglia che teneva lo studio in grande considerazione e misurava la crescita personale con le pagelle.

Devo essere più preciso: a preoccuparsi era soprattutto mia madre, continuamente in ansia per le prospettive dei figli e preoccupata fino al crepacuore per il mio periodo vagamente auto-distruttivo. Credo di non aver mai realizzato quanti piccoli traumi le ho provocato; di sicuro non ci facevo troppo caso, allora.

Dall’altra parte, mio padre guardava la situazione con molto distacco. Fino a quel momento aveva dimostrato di essere un uomo di successo nel suo settore, l’aria serena era quella di chi ha raggiunto gli obiettivi che si è prefissato ed è consapevole di avere già vinto la sua partita. Le cose avevano funzionato per mio padre. Nel caso non avessero funzionato per me, beh, peccato, ma niente avrebbe messo in discussione i suoi successi. Poteva permettersi di essere meno apprensivo di mia madre.

Una sera a cena discutevamo di note prese a scuola, il metodo che usavano i professori per insegnare la disciplina. Ricordo che mia madre stava piangendo. Mio padre, forse per convincerla che sarebbe riuscito ad aiutarmi (ma più probabilmente perché voleva che smettesse di piangere e capiva che il modo migliore era prendere il controllo della conversazione) mi parlò a lungo di quanto contano le apparenze. Delle cose che non vogliamo fare ma dobbiamo fare comunque. E di come a volte quelle cose sia meglio farle, semplicemente, piuttosto che prendersi una nota per non averle fatte e poi essere costretto a farle lo stesso.

“Intendo dire, cosa vuoi fare nella vita? Come pensi di farcela se non segui le stesse regole di tutti gli altri?”

“Farò lo scrittore”, balbettai.

Lo scrittore non era il mestiere che dicevo di voler fare da piccolo, quando le future carriere cambiano almeno una volta al giorno. Ma ci avevo pensato su. Nonostante i problemi a scuola con la scrittura me la cavavo, forse perché nel giudicarla i professori usavano criteri meno costrittivi rispetto a quelli delle altre materie.

“Scriverò un libro”, aggiunsi. Stavo cercando di convincere me stesso più di quanto mi riuscisse con il resto delle persone sedute al tavolo.

Mio padre mi guardò colpito. Gli piacevo, non ho mai dubitato di questo. Vedeva in me molto di lui: un filo di cinismo, la battuta pronta, lo spirito fiero. Pazienza se avevo ereditato le insicurezze emotive di mia madre; almeno fino a quel momento, le qualità dominanti del mio carattere le avevo preso da lui. Il suo disappunto nasceva dal fatto che mancavo completamente dei tratti che lo rendevano genuinamente interessante agli occhi di molte persone, anche se a volte poteva essere molto immorale.

Ad ogni modo, mi guardò squadrandomi, e pronunciò la frase che non ho più dimenticato e che ancora risuona nel mio cervello.

“Non scriverai mai un libro”, disse senza esitazioni. “Sarai un personaggio in molti libri di altra gente, ma non ne scriverai mai uno tuo.”

Ed eccolo lì: affettuoso e sprezzante allo stesso tempo, e tristemente accurato. Con il passare degli anni non mi è più importato dimostrare che aveva torto. Il vecchio sapeva di cosa parlava, e la sua opinione mi ha portato a fare le cose che faccio oggi.

Vi è piaciuta la storia? Hey, è fiction! Beh, per la maggior parte. Comunque, non ho mai sentito l’urgenza di scrivere un romanzo, ma la cosa che si dice dei romanzieri, e cioè che scrivono le cose migliori prima dei 50 anni, mi ha dato da pensare: non rimane molto tempo. Se voglio scrivere un grande romanzo devo farlo subito. Pensavo di usare il pezzo qui sopra come incipit, ma temo sia troppo personale e poco commerciale. Forse dovrei parlare di vampiri sexy, invece. O ladri d’arte internazionali, quelli sì che sarebbero interessanti!

Ah, chi sto prendendo in giro? Continuerò a scrivere di cibo nel blog e poi morirò. E i libri li scriverete voi non io, che al massimo potrò diventare uno dei vostri personaggi. Io i libri continuerò a leggerli, specie adesso che viene il caldo, ed è per questo che vi chiedo quali sono i libri per gastrofanatici che portate nel cuore.

Specificato che nella mia libreria, a parte tutti i libri di Truman Capote e Martin Amis, “Le ricette regionali italiane” di Anna Gosetti della Salda e la “Grande enciclopedia illustrata della gastronomia” di Marco Guarnaschelli Gotti, sono già catalogate alla voce “Bibbie”, incalzate da “Cuochi si diventa. Le 1000 ricette di Allan Bay”. E che non posso rileggere all’infinito: “Kitchen Confidential. Avventure gastronomiche a New York” di Anthony Bourdain; “Pentole e provette. Nuovi orizzonti della gastronomia molecolare” di Hervé This; Fast Food Nation. Il lato oscuro del cheeseburger globale” di Eric Schlosser; “Ricette immorali” di Manuel Vàsquez Montalbàn; le escursioni gastronomiche di Camilla Baresani e Gaetano Cappelli.

[Fonti: Ibs]