di Silvia Fratini 13 Dicembre 2010

Si parlava di Cene, Cibo & Co se non ricordo male. Eravamo rimasti con le gambe sotto il tavolo, appesantiti dai bagordi della vigilia di Natale, apertura ufficiale dello strike mangereccio di fine anno. Se siete riusciti a guadagnarvi faticosamente il letto, e vi siete concessi una sana ronfata prefestiva, allora sarete pronti ad allacciare nuovamente i tovaglioli, perché il pranzo di Natale neppure il cinema se lo vuol perdere.

Ma prima alcune indicazioni dalle hostess di cucina.

Parlate poco alle donne: siano pupe o bisnonne, zitelle o accoppiate, sono nervose per i piatti da sistemare, le posate da lucidare, i capelli da cotonare e i bambini da redarguire. Voi seguitele silenziosi e stappate preventivamente una bottiglia di rosso.

A tavola, tenete le mani a posto. La nonna ha tirato fuori il servizio buono, quello con i ghirigori, le roselline, il bordo dorato, e la zuppiera con il mestolo in tinta che nessuno può toccare. In più, in mezzo ci sono strane decorazioni di foglie finte e aghi di pino secchi. Attenti, se rompete qualcosa ve lo rinfacceranno fino alla laurea dei vostri pronipoti.

Infine, a meno che il pargolo non abbia ricevuto in dono il monte a grandezza naturale dei Gormiti, o la fattoria degli animali dolby surround, fategli portare almeno un regalo tra quelli ricevuti, o la lasagna della zia non sarà l’unica cosa che vi andrà di traverso.

Ora, armi e forchette!

Antipasti misti. Ci sarebbe da sparlarne un bel po’, perché le entreés sono terreno di conquista per nuove leve. Anzitutto, bocconi fritti del giorno prima riportati in vita tramite scosse di microonde, tortini monoporzione su praterie di rucola e crostini con sospetti patè in variazioni di giallino e marrognolo. Posto d’onore per le mousse: tonno, salmone e prosciutto arrampicati su pallidi crostini di pane in cassetta, ricoperti di gelatina ed impreziositi da olivette, fogliette e semetti. Tutti le guardano e nessuno si avvicina: quando il tavolo trema sembrano prendere vita. E io ho paura.

Gli affettati. Qui potrebbe emergere del genio. Si fa avanti il parentame impazzito che al richiamo di aNatalepuoiiiiifarequellochenonpuoifaremaiiiiiii cominciano ad affettare spasmodicamente salumi che distribuiscono al volo lanciandoli verso l’altra parte della tifoseria schierata a tavola, con disperata rassegnazione di chi si è inventato 18 tipi diversi di vol-au-vent e ha passato la mattinata a giustiziare pomodorini.

Pasta ripiena, o la rivincita delle nonne. Dopo mesi di limitazioni a burro, olio e mortadella, le nonne sono libere di dare sfogo alla libido da trigliceridi e, alla faccia del dietologo, intascano in ravioli e tortelli quantità industriali di ricotta, uova, formaggi e odori. A onor loro, sui graziosi manufatti che ne tirano fuori si intavolano estenuanti discussioni circa il ripieno perfetto, mentre nei piatti rimangono piccoli laghetti di brodo grassissimo. Ma nessuno in realtà ha il coraggio di tirarla lunga: la supremazia nonnesca non si discute, si ama.

La lasagna, o la vendetta delle nonne. La lasagna di Natale è talmente ripiena di roba che arriva in tavola da sola, si siede col resto della famiglia, impartisce ordini per il resto del pranzo, viene a casa con voi e ci rimane per i successivi 2 giorni. Poi, forse, ricomincerete a sentir fame.

Le carni. Capponi ripieni di faraone ripiene di tordi con dentro piccioni con dentro pulcini. Bolliti misti, agnelli in salsa di ribes e abbacchietti al forno. Le proteste dei giovani di famiglia si sprecano pur di risparmiare giovani virgulti, i vitelloni di casa seppelliscono le proteste sotto ettolitri di salsa verde. I dissidenti che ancora protestano sono condannati a mangiare il triplo ripieno dietro minaccia del sacrificio in forno del coniglio di casa.

Frutta. Arriva in tavola, e nessuno sa perché. Se ne va triste come chi deve, la folla rumoreggia per il pandoro farcito. Ma questa è un’altra storia…

Gli altri episodi della serie Cose che dovremo sopportare a Natale: La cena della vigilia.

[fonti: Repubblica. Immagini: Photosearch]