Cos’è il “razzismo alimentare”, e perché anche noi ci cadiamo tutti i giorni

L'odore di un piatto indiano, non gradito dallo staff di un'Università, ha portato a una causa da centinaia di migliaia di dollari per razzismo alimentare.

Cos’è il “razzismo alimentare”, e perché anche noi ci cadiamo tutti i giorni

È capitato a tutti di ascoltare le lamentele di qualche conoscente, di solito non proprio appassionato di cucina etnica (e che probabilmente avrà salutato il riconoscimento UNESCO della cucina italiana sventolando un tricolore dal balcone), sui suoi vicini di casa di origine mediorientale o sud asiatica, e specialmente sulle abitudini culinarie.

Penetranti odori di aglio e cipolla fritti di prima mattina, dosi eccessive di spezie incomprensibili e tutto il repertorio che il nostro gastronazionalismo innato ci porta in dote: ora un atteggiamento del genere può essere identificato come “razzismo alimentare” e trascinare le parti in causa nel bel mezzo di una causa legale da 200.000 dollari.

È quello che è successo ad Aditya Prakash e alla sua fidanzata Urmi Bhattacheryya, due studenti di dottorato indiani dell’Università del Colorado Boulder. Tutto è partito da un piatto di palak paneer, una specialità a base di spinaci e formaggio, che un membro dello staff ha definito troppo puzzolente. Prakash ha raccontato che gli è stato vietato di scaldare cibi dall’odore pungente, scoprendo poi che questa regola sembrava valere solo per il curry.

Razzismo alimentare: il caso

palak paneerUn piatto di Palak Paneer

Quella che sembrava una banale discussione ha subito preso una brutta piega. I due studenti hanno denunciato di aver subito una serie di ritorsioni, arrivando a perdere i finanziamenti per la ricerca, i ruoli di insegnamento e persino il supporto dei loro supervisori. Alla fine, l’università ha deciso di chiudere il caso con un risarcimento economico lo scorso settembre, pur senza ammettere colpe.

L’ateneo ha dichiarato: “Quando queste accuse sono emerse nel 2023, le abbiamo prese sul serio e abbiamo seguito processi consolidati e solidi per affrontarle, come facciamo con tutte le denunce di discriminazione e molestie. Abbiamo raggiunto un accordo con gli studenti a settembre e neghiamo ogni responsabilità in questo caso”. Per Aditya Prakash, però, la questione non è mai stata legata ai soldi: il suo intento era denunciare e dare visibilità a un caso esempio di quello che ormai viene definito da molti razzismo alimentare.

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“Si trattava di dimostrare un punto: che ci sono conseguenze nel discriminare gli indiani per la loro ‘indianità'”, ha dichiarato, ricordando che non era la prima volta che gli capitava una cosa simile, ed accadde proprio in Italia, dove i suoi insegnanti a scuola lo facevano sedere a un tavolo separato perché i compagni trovavano sgradevole l’odore del suo pranzo. Secondo Prakash, queste non sono semplici lamentele: “Azioni come isolarmi dai miei compagni di classe europei o impedirmi di usare un microonde condiviso a causa dell’odore del mio cibo sono il modo in cui i bianchi controllano la tua indianità e restringono gli spazi in cui puoi esistere”.

Il caso ha sollevato un polverone mediatico in India, portando a galla storie simili vissute da altre comunità africane o latinoamericane. Prakash ha anche riflettuto su come certi termini vengano usati come armi: “La parola ‘curry’ è stata associata all’odore delle comunità emarginate che faticano nelle cucine e nelle case della gente, ed è stata trasformata in un termine dispregiativo per ‘indiano'”.

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L’università, dal canto suo, ha assicurato di voler migliorare l’ambiente interno, affermando che: “Il dipartimento di antropologia di CU Boulder ha lavorato per ricostruire la fiducia tra studenti, docenti e personale. Tra gli altri sforzi, i leader del dipartimento hanno incontrato studenti laureati, docenti e personale per ascoltare e discutere i cambiamenti che meglio supportano gli sforzi del dipartimento per promuovere un ambiente inclusivo e solidale per tutti”.

Oggi la coppia è tornata in India e non ha intenzione di tornare negli Stati Uniti, nonostante l’accordo preveda che ricevano comunque i loro titoli di studio. Rimane l’amarezza per un’esperienza che li ha segnati profondamente. Prakash ha infatti concluso dicendo: “Non importa quanto tu sia bravo in quello che fai, il sistema ti dice costantemente che, a causa del colore della tua pelle o della tua nazionalità, potresti essere rimandato indietro in qualsiasi momento. La precarietà è acuta e la nostra esperienza all’università ne è un buon esempio”.

L’università ha comunque ribadito che: “Le persone che risulteranno responsabili di aver violato le politiche universitarie che prevengono la discriminazione e le molestie saranno chiamate a risponderne”.