di Lorenza Fumelli 29 Novembre 2011

Seguitemi, la riflessione è incasinata: mangiare è un’esperienza atavica e comune a tutti gli esseri viventi. Per causa di forza maggiore si inizia da piccoli e già in età tenerissima tutti prendiamo l’abitudine di catalogare il cibo secondo la nota funzione di Facebook: “mi piace”e “non mi piace”. Ho detto tutti, non solo Clara Barra, curatrice delle guide Gambero Rosso.

Il gusto personale, ossia la percezione di piacevolezza o disgusto, è materia di dibattito piuttosto comune tra gastrofanatici, cuochi, critici gastronomici e foodblogger, nonché oggetto di studio per la nuovissima scienza che più gastrofighetta non si può, la Neurogastronomia (testo consigliato: Neurogastronomy – How the Brain Creates Flavor and Why It Matters, di Gordon M. Shepherd). Sono molti i misteri che avvolgono la percezione personale del cibo. Ad esempio, non riuscirò mai a capire perché il più famoso buongustaio di Ariccia, aka Miopadre, odi i pomodori crudi. Altrettanto difficile è accettare che il mio amico fraterno Daniele non tolleri le banane (le banane!) né la liquirizia. E chef Arcangelo Dandini, luminare della cucina romana, mi ucciderebbe se sapesse che odio la trippa, ma così è.

Non parliamo delle percezioni più tecniche come troppo salato, poco salato, troppo dolce, poco dolce, troppo piccante, poco piccante, troppo umami poco umami e via dicendo, causa di guerriglia domestica e distruzione di molti rapporti.

Mi chiedo: c’è qualcuno che nel valutare un piatto ha effettivamente ragione? E chi decide quale palato sia in grado di giudicare, e quale invece appartiene al critico improvvisato, foodblogger perdiggiorno, lingua rubata all’attacchinaggio di francobolli? In definitiva, cos’ha un critico gastronomico che altri non hanno? Io non lo so.

Quel che so è che una pietanza perfetta per qualcuno può non soddisfare altri e questa inappuntabile certezza mi conduce all’unica possibile verità. Ossia che un palato oggettivo in assoluto NON può esistere, ergo NON può esistere il critico Perfetto e, finalmente, concludo: il noto critico gastronomico Edoardo Raspelli NON esiste, è un sillogismo aristotelico.

Smentitemi.