Se adesso che apre a Milano il Salone del Mobile 2010 (14-19 aprile), qualcuno ricomincia a menarla con la storia del connubio tra cucina e design, non è che, caro lettore, chiedo con urgenza i lavori forzati. Però, non so sei sei d’accordo, il problema è che il grado di utilità dei progetti di chef e archi-star – quelli che a sentir loro dovevano cambiarci la vita – si è rivelato prossimo alla tallonoplastica.

Scusa, non venirmi a dire che hai mai usato, o peggio ancora: comprato, la collezione di Gualtiero Marchesi per Villeroy & Boch. O che hai creduto che l’autolesionismo arrivasse al punto di mettersi in casa la posateria sghemba disegnata da Davide Oldani (ristorante D’O) per Schönhuber Franchi. O i 15 pezzi del set da tavola “In.gredienti” di Massimiliano Alajmo (ristorante Le Calandre) per Rosenthal. O che ti sentivi nel pieno delle facoltà mentali quando Davide Scabin pretendeva che al ristorante Combal.Zero mangiassi uno dei suo piatti, il “Fossil”, con un martello, o che ne condissi un altro, il “Raviolo shake”, agitando il burro in uno shaker. Per non parlare dei piatti quadrati, esagonali, trapeizodali e tutti gli “ali” che ti pare ma perché non semplicemente tondi?

E ti risulta che i tavoli dei ristoranti siano diversi da 50 anni fa nonostante i 7 cm di altezza in più delle nuove generazioni? O che nelle cucine professionali ci sia traccia di piastre calamitate che trattengono i coltelli evitando che ti finiscano su un piede? O che restando in cucina, ci sia la stessa luce della sala così chef e clienti vedono le stesse cose, per dire, le stesse scale cromatiche dei piatti?

E sei proprio sicuro che mostrare tutte le cosine che capitano in cucina progettando la millemillesima cucina a vista sia strettamente necessario? Se n’ha abbastanza noialtri di ristoranti intesi come show, performance o chiese dove inginocchiarsi.

Per questo, caro lettore, dopo aver letto “Around Food“, ultimo numero della rivista Area, sono qui che mi arrovello cercando di dare una risposta alla insidiosa domanda: cos’hanno fatto chef e archi-star in questi anni per migliorare la nostra vita di gastrofanatici? E quindi, di cosa parliamo quando parliamo di connubio tra cucina e design?

Help!

[Fonti: Cosmit, Villeroy & Boch, L’Espresso Food&Wine, Rosenthal, Archinfo. Immagini: Archinfo]

commenti (3)

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  1. Avatar gianluca ha detto:

    secondo me, oltre all’estetica, la forma del piatto può incidere sul sapore e sulla consistenza del cibo.
    per esempio la stessa pasta servita in piatti diversi assorbe il sugo in maniera diversa, oppure un antipasto servito in un piatto molto grande permette ai vari alimenti di non entrare in contatto tra di loro, lasciando i gusti ben distinti.

  2. Avatar giuanin ha detto:

    in alcune cucine professionali le piastre magnetiche per attaccarci i coltelli io le ho viste