La storia delle Fettuccine all’Alfredo

Le Fettuccine Alfredo non esistono. O meglio, esistono soltanto come tarocco della cucina italiana negli Stati Uniti, dove sono una vera celebrità. Tipo spaghetti alla bolognese, per intendersi.

Dite la verità, non lo pensavate anche voialtri?

[A Donald Trump piacciono molto le Fettuccine Alfredo]

Siete, anzi, ehm… siamo fuori strada.

Scrive infatti La Stampa che le famose Fettuccine, celebrate oggi dal National Day Calendar (una giornata ufficiale non si nega a nessuno), sono protagoniste di un libro fresco di pubblicazione chiamato Fettuccine Alfredo, una vera storia d’amore, e scritto da Clementina Pipola per Agra Editore, che finalmente restituisce al piatto oggetto di tanti sberleffi la sua vera storia.

Storia d’amore, appunto, consumata a Roma, che quanto a romanticismo bagna il naso persino a Parigi. I protagonisti sono Alfredo di Lelio, proprietario dell’omonimo Ristorante Alfredo, in via della Scrofa civico 104, e consorte.

Era il 1914 e lei, al terzo parto, si sentiva comprensibilmente giù di tono. Così il buon Alfredo, che anni dopo avrebbe dato il nome al 45% delle trattorie all’italiana, le preparò un piattone di fettuccine all’uovo, mantecate con burro fresco e parmigiano stagionato.

E fin qui ci siamo. Ma da Roma come ci sono arrivate in America queste benedette fettuccine? E perché proprio loro, quelle col copyright di Alfredo?

Fu un caso fortuito, come spesso accade. Capitarono di lì nientedimeno che Mary Pickford e Douglas Fairbanks, in viaggio di nozze.

Due nomi che dovrebbero dirvi qualcosa, sappiate comunque che erano la Meryl Streep e il Tom Hanks del primo Novecento, solo che just married, appena sposati. Aggiungeteci che furono tra i 36 membri fondatori dell’Academy of Motion Picture Art and Science, quella che ha istituito il premio Oscar.

[Il Buonappetito: colpa d’Alfredo]

La coppia da novanta si innamorò del piatto, delle mani di Afredo, del ristorante di via della Scrofa e forse di via della Scrofa stessa, al punto che dopo il ritorno negli Usa tutta Hollywood non parlava d’altro. Registi, produttori, musicisti, imprenditori celebri volevano andare nella città eterna anche solo per provare le fettuccine ormai leggendarie.

Presto l’osteria, che esiste ancora oggi,  divenne un viavai di soggetti da tappeto rosso. E Alfredo ebbe un’altra buona idea: il libro degli ospiti. Alfredo era bravo a rendere grandi le cose semplici, perché l’agenda che di solito prende polvere nei ristoranti, pasticciata dai bambini se va bene, divenne una reliquia da museo.

Lì hanno scritto, disegnato e lasciato l’autografo Marilyn Monroe, Jimi Hendrix, Cary Grant, Kirk Douglas, Toni Curtis, Ava Gardner, Brigitte Bardot, Ringo Star e Ingrid Bergman. Oltre a Gugliermo Marconi, Ettore Petrolini, Trilussa, Tazio Nuvolari, Girardengo, Anna Magnani e Federico Fellini, per non tralasciare i nostri.

Tutti fatalmente attratti dalle Fettuccine Alfredo. È noi invece chissà cosa credevamo.

[Crediti | La Stampa]

Chiara Cavalleris Chiara Cavalleris

7 febbraio 2018

commenti (15)

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  1. STORIA DI ALFREDO DI LELIO, CREATORE NEL 1908 NELLA SUA TRATTORIA DI PIAZZA ROSA (E NON IN VIA DELLA SCROFA) DELLE “FETTUCCINE ALL’ALFREDO” (“FETTUCCINE ALFREDO”), E DELLA SUA TRADIZIONE FAMILIARE PRESSO IL RISTORANTE “IL VERO ALFREDO” (“ALFREDO DI ROMA”) IN PIAZZA AUGUSTO IMPERATORE A ROMA

    Con riferimento al Vostro articolo ho il piacere di raccontarVi la storia di mio nonno Alfredo Di Lelio, inventore delle note “fettuccine all’Alfredo” (“Fettuccine Alfredo”).
    Alfredo Di Lelio, nato nel settembre del 1883 a Roma in Vicolo di Santa Maria in Trastevere, cominciò a lavorare fin da ragazzo nella piccola trattoria aperta da sua madre Angelina in Piazza Rosa, un piccolo slargo (scomparso intorno al 1910) che esisteva prima della costruzione della Galleria Colonna (ora Galleria Sordi).
    Il 1908 fu un anno indimenticabile per Alfredo Di Lelio: nacque, infatti, suo figlio Armando e videro contemporaneamente la luce in tale trattoria di Piazza Rosa le sue “fettuccine”, divenute poi famose in tutto il mondo. Questa trattoria è “the birthplace of fettuccine all’Alfredo” ( e non il locale di via della scrofa aperto nel 1914, come da contratto di affitto, firmato da mio nonno, che conservo gelosamente).
    Alfredo Di Lelio inventò le sue “fettuccine” per dare un ricostituente naturale, a base di burro e parmigiano, a sua moglie (e mia nonna) Ines, prostrata in seguito al parto del suo primogenito (mio padre Armando). Il piatto delle “fettuccine” fu un successo familiare prima ancora di diventare il piatto che rese noto e popolare Alfredo Di Lelio, personaggio con “i baffi all’Umberto” ed i calli alle mani a forza di mischiare le sue “fettuccine” davanti ai clienti sempre più numerosi.
    Nel 1914, a seguito della chiusura di detta trattoria per la scomparsa di Piazza Rosa dovuta alla costruzione della Galleria Colonna, Alfredo Di Lelio decise di trasferirsi in un locale in via della scrofa, ove aprì il suo primo ristorante che gestì fino al 1943, per poi cedere l’attività a terzi estranei alla sua famiglia.
    Ma l’assenza dalla scena gastronomica di Alfredo Di Lelio fu del tutto transitoria. Infatti nel 1950 riprese il controllo della sua tradizione familiare ed aprì, insieme al figlio Armando, il ristorante “Il Vero Alfredo” (noto all’estero anche come “Alfredo di Roma”) in Piazza Augusto Imperatore n.30 (cfr. il sito web di Il Vero Alfredo).
    Con l’avvio del nuovo ristorante Alfredo Di Lelio ottenne un forte successo di pubblico e di clienti negli anni della “dolce vita”. Successo, che, tuttora, richiama nel ristorante un flusso continuo di turisti da ogni parte del mondo per assaggiare le famose “fettuccine all’Alfredo” al doppio burro da me servite, con l’impegno di continuare nel tempo la tradizione familiare dei miei cari maestri, nonno Alfredo, mio padre Armando e mio fratello Alfredo. In particolare le fettuccine sono servite ai clienti con 2 “posate d’oro”: una forchetta ed un cucchiaio d’oro regalati nel 1927 ad Alfredo dai due noti attori americani M. Pickford e D. Fairbanks (in segno di gratitudine per l’ospitalità).
    Un aneddoto della vita di mio nonno. Alfredo fu un grande amico di Ettore Petrolini, che conobbe nei primi anni del 1900 in un incontro tra ragazzi del quartiere Trastevere (tra cui mio nonno) e ragazzi del Quartiere Monti (tra cui Petrolini). Fu proprio Petrolini che un giorno, già attore famoso, andando a trovare l’amico Alfredo, dopo averlo abbracciato, gli disse “Alfré adesso famme vede che sai fa”. Alfredo dopo essersi esibito nel suo tipico “show” che lo vedeva mischiare le fettuccine fumanti con le sue posate d’oro davanti ai clienti, si avvicinò al suo amico Ettore che commentò “meno male che non hai fatto l’attore perché posto per tutti e 2 non c’era” e consigliò ad Alfredo di tappezzare le pareti del ristorante con le sue foto insieme ai clienti più famosi. Anche ciò fa parte del cuore della bella tradizione di famiglia che continuo a rendere sempre viva con affetto ed entusiasmo.
    Desidero precisare che altri ristoranti “Alfredo” a Roma non appartengono e sono fuori dal mio brand di famiglia.
    Vi informo che il Ristorante “Il Vero Alfredo” è presente nell’Albo dei “Negozi Storici di Eccellenza” del Comune di Roma Capitale.
    Grata per la Vostra attenzione ed ospitalità nel Vostro interessante blog, cordiali saluti
    Ines Di Lelio

    1. Grazie Ines per il prezioso contributo storico/culturale/umano.
      Mi chiedo a questo punto chi scriva gli articoli in primis. Giornalisti (?) che di fondamenti di giornalismo conoscono ben poco…

    2. Buongiorno Signora Ines,
      grazie infinite per avere raccontato la vera storia di suo nonno e della famosissima ricetta “Fettuccine Alfredo”.
      Chi definisce banalmente questo piatto “pasta in bianco” va lasciato a crogiolarsi nella sua beata ignoranza.

  2. Dalle mie parti si chiama pasta al burro, o in bianco,poi non so…

  3. ma le fettuccine da manguiare con anche il cucchiaio???? si vede che i fruitori sono americani!

  4. ed eccolo, come previsto
    .
    il commento della Di Lelio sta ai post sulle fettuccine Alfredo come i nitriti stanno a Frau Blucher

    1. Infatti: ero in trepidazione.

  5. Alla fine, non è che uno nutra molta fiducia nei gusti degli americani, e sopratutto degli americani di quegli anni, senza offesa per gli eredi,ma, come dire, abituati alle porcate di casa loro, a roma gli piaceva sicuramente tutto.

  6. “Pasta in bianco ? ”

    Due anni fà, ad un ritrovo annuale di chef stellati, ad un italiano venne dato l’incarico di preparare uno dei primi piatti in menù per il pranzo post conferenza.
    Presentò ai colleghi, provenienti da tutto il mondo, degli spaghettini fatti con grano di alta qualità, conditi con burro di malga fatto in alta quota e parmiggiano reggiano selezione vacche rosse.
    Fu un’ovazione!
    La realizzazione delle fettuccine Alfredo non è meno complessa di una Cacio e Pepe fatta come Signore comanda.
    È vero che non si moriva di fame, neanche le nostra nonne con la pasta in bianco, ma un piatto “gourmet” è un’altra cosa e occorre tecnica, cosa che non tutti hanno.

    1. Alcune domande, se è lecito:
      – due anni fa (senza accento, grazie), dove? Quando, di preciso?
      – a quale ritrovo annuale di chef stellati? Dove?
      – ad un italiano? Chi? Un altro chef?
      – presentò ai colleghi? Quali?
      – degli spaghettini? Quali?
      – conditi con burro di malga. Di quale azienda?
      – “parmiggiano reggiano” con una sola G. UNA, ossia “parmigiano”. E poi: quale?

      Postilla:
      – come “grattugiato”, sempre con una sola G. UNA.

      Attendo fiducioso Sue nuove.
      Grazie.

      In fede,
      Giovanni

      P.s.: il mio pseudonimo è in onore al taglio delle prime fette del prosciutto, vale a dire (in dialetto perugino) la cosiddetta “avviatura”.

  7. Quindi l’articolo, al di fuori delle enfatizzazioni, conferma la leggenda: si tratta di un piatto che qui da noi mangiano tradizionalmente malati e bambini e che è diventato celebre solo grazie a un equivoco culinario (qualcuno direbbe grazie all’ignoranza gastronomica degli americani di allora). Che poi un grande chef lo riproponga con applausi non mi sorprende, visto che da tempo abbiamo sdoganato la pasta e fagioli d’autore.

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