Pizzaman di Gino Sorbillo: il capitolo sull’incendio della pizzeria di Via dei Tribunali

Il Natale vi sta arrivando. Siamo solo al 4 dicembre ma diventa urgente dirsi in fretta il necessario perché per il ponte dell’Immacolata ve la volete spassare, così tocca affannarsi a fare l’albero, montare le lucine, comprare i primi regali e impacchettarli.

Tra questi, considerate “Pizzaman” (184 pag. 10,20 € su Amazon), biografia del “leggendario pizzaiolo napoletano Gino Sorbillo” (cit. Joe Bastianich). Il nostro è un consiglio interessato –calcolatori che non siamo altro– visto che si tratta del primo libro pubblicato da Dissapore.

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Per farci perdonare, e per farvi venire un po’ d’acquolina, vi facciamo leggere uno dei brani più intensi della biografia che Gino Sorbillo ha scritto a 4 mani con il nostro Adriano Aiello. Il capitolo sul famigerato incendio che nel 2012 ha quasi distrutto la pizzeria di Via dei Tribunali.

L’incendio.

Gioie, dolori e fatiche della mia vita hanno volti, date e situazioni. Penso al diploma, alla prima pizza, all’aereo per Londra, alla fine del servizio militare, al matrimonio con Loredana, all’apertura della pizzeria, alla nascita dei miei figli.

Così è per l’incendio che divampò nella pizzeria la notte del 26 aprile 2012, l’unica volta in cui pensai di aver perso davvero tutto, compresa la voglia di rimettermi in carreggiata.

Non mi ero coricato da molto, ed ero ancora vestito perché mi ero addormentato con le mie figlie. Fu Loredana a svegliarmi: “Gino, mi ha chiamato tua mamma, dice che a Via dei Tribunali c’è molto fumo e sembra provenire dalla pizzeria”.

Per un momento pensai si trattasse di un incubo, ma pochi minuti dopo ero già in strada con due estintori, come se potessi risolvere io la questione, o forse solo perché volevo convincermi che fosse una cosa di poco conto: ero chiaramente in stato confusionale.

Trovai la strada bloccata all’altezza della scuola Diaz dove stazionavano due camioncini dei vigili del fuoco e le macchine della Polizia. Le mie speranze crollarono subito di fronte all’evidenza: le dimensioni dell’incendio erano importanti. Vedevo le fiamme uscire fuori dall’insegna illuminando la notte, nell’aria c’era odore di metallo e cartone bruciato.

D’improvviso scorsi mio padre all’angolo opposto della strada, spaesato e incredulo, credo non si fosse nemmeno accorto di avere il casco in testa. Un’immagine che non dimenticherò mai: io e lui distanti, inconciliabili ma allo stesso tempo identici, con lo stesso pensiero e la medesima angoscia, di fronte all’unica cosa che temevamo di non saper gestire: una vita senza la nostra pizzeria. Non ci parlammo nemmeno in quell’occasione.

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Il primo istinto di tutti, anche il mio, fu di pensare a un incendio doloso, anche se anticipai alle forze dell’ordine che non avevo subìto minacce o tentativi d’estorsione. Pensai anche che potesse trattarsi di una vigliaccata di qualcuno, di un atto dimostrativo per riacutizzare la paura per la malavita negli esercenti della zona: colpire Sorbillo, simbolo di legalità e della rinascita del quartiere, per educare tutti gli altri.

Ma non sono una persona particolarmente sospettosa per natura, e ho accettato senza dietrologie il verdetto della Scientifica che parlava di incendio accidentale.

Quella notte rimasi lì fino alla mattina inoltrata, e furono ore difficili sotto ogni aspetto. Usai il locale alla destra della pizzeria, dove successivamente ho fatto costruire il tavolo a ferro di cavallo, per collocare temporaneamente tutto ciò che era salvabile: i tavoli a malapena toccati dalle fiamme, le sedie meno danneggiate…

Alcuni degli oggetti mangiati dal fuoco avevano un valore molto importante per me, rappresentavano il tramite con le generazioni precedenti, e nulla mi ferì più della perdita delle foto di famiglia che costellavano la pizzeria. Ricordi preziosi che l’incendio trasformò in cenere.

A terra giaceva l’insegna annerita e la maschera di Pulcinella completamente rovinata. Era molto evocativa: così malridotta aveva un valore particolare, sembrava un Pulcinella desolato e affranto per quello che era successo. La sua espressione mi fece pensare a una frase molto profonda del film Old Boy: “Ridi e il mondo riderà con te, piangi e piangerai da solo”. Invece mi sbagliavo.

A farmi tornare la voglia e la speranza di rimettere in piedi tutto il prima possibile furono proprio i continui attestati di stima e di solidarietà del quartiere, di tutta Napoli e del mondo della gastronomia, e la rapidità davvero rara nelle pratiche di risarcimento dell’assicurazione.

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Non avendo mai avuto precedenti analoghi, una volta accertata la natura non dolosa dell’evento la macchina burocratica fu rapida ed efficiente. Dopo venticinque giorni ero di nuovo aperto, ma già dopo una decina mi permisero di ripartire mettendo qualche tavolo fuori e ospitando le persone nella scala accanto, grazie all’ingresso indipendente.

Una grande prova di supporto arrivò dal questore Luigi Merolla, che dichiarò: «Questa pizzeria è localizzata in una piazzetta ghettizzata che è cuore dell’attività antiracket. Inoltre Sorbillo è uno di quegli imprenditori della città, e in particolar modo di questo segmento del centro antico, che ha dimostrato uno spirito di cittadinanza attiva e che si è impegnato molto nel rispetto delle regole, in questa battaglia per la legalità che stiamo combattendo».

Parole che valevano più dei lavori di ristrutturazione.

[Crediti | Immagini: Eater]

Nunzia Clemente Nunzia Clemente

4 Dicembre 2017

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