di Cristina Scateni 12 Aprile 2012

In principio (negli anni ’80 a dir la verità) fu la rucola. Scoperta, amata, glorificata e infine abusata. Alimenti plebei, poco noti o mai sentiti prima, fanno capolino nelle cucine dei ristoranti e improvvisamente scopriamo che non ne possiamo più fare a meno. Nella mia personale classifica degli abusi annovero:

Sale rosa dell’Himalaya.
Pezzettoni cristallini rosa spuntano in tutte le cucine, anche nelle dispense degli insospettabili. Cioè quelli che hanno 3 tipi di sale: il sale grosso marino, il sale fino marino e il sale rosa dell’Himalaya. Mini collezioni di sali d’ogni genere e colore, il cui utilizzo è sconosciuto ai più. Riesco ad apprezzare nei crudi quello di Maldon, ma quello rosa dell’Himalaya è per me un mistero. La sua larga diffusione è forse da attribuirsi, più che alle sue inestimabili qualità di sale non raffinato e estratto dalla terra, al suo colore? Sulla scia del rosa Hello Kitty, dopo il trolley, la smart e il pigiama, ecco che arriva anche il sale.

Topinambur.
Questo illustre sconosciuto, colpito all’improvviso da una fama stile Grande Fratello. Ora lo troviamo ovunque e comunque, anche laddove forse ci stava meglio una patata o un carciofo. È indicato nelle diete, è vero. Ma siamo proprio sicuri che ce n’è sempre bisogno? Non c’è ormai un fondo, una crema, una salsa che si lasci sfuggire l’opportunità di essere intrisa di carciofo di Gerusalemme. Eh sì, ormai siamo oltre. Se sei figo, lo chiami con uno dei suoi mille altri nomi.

Lemongrass.
Importato dalla cucina thai, diventa l’amico di tutti. E via quindi, infilate di piatti dove il povero e maltrattato limone starebbe senz’altro meglio. Ma vuoi mettere? Un menù con scritto “Spaghetti alle cozze con schiuma di lemongrass”? Tutta un’altra vita.

Kamut.
Orde di persone che si precipitano nei negozi bio o al supermercato a comprare pane e pasta di kamut convinta che presto dimagrirà. Il più grande misunderstanding degli ultimi tempi o inganno pubblicitario, lo attesta addirittura come prodotto adatto ai celiaci. Falso. Falsissimo. Il glutine c’è e neanche poco. Buona la pasta di Kamut sì, ma non per dimagrire.

Zenzero.
A fettine, frullato, cotto, crudo. Negli antipasti, nei cocktail, nelle carni, o come gelato. È buonissimo, io stessa ne sono vittima. Ma permette un appunto? Cuochi e chef, toglietevi le fette di zenzero dagli occhi, i piatti non diventano esotici solo perché ci grattate sopra la profumata radice di cui sopra.

Lardo di Colonnata.
Ha fatto in tempo a diventare famoso e tornare nell’oblio. Per riluttanza nei confronti della sua evidente uniformità di grasso buono, ci siamo placati. E adesso prima di ordinare in trattoria, la bruschetta al lardo di Colonnata, ci pensiamo. E tanto anche. Povera abusata Colonnata, sepolta nel lardo fatto altrove.

Germogli.
Mai più senza. Quei teneri ciuffetti amorosi. Germogli di piselli, soia, rabarbaro, ravanello, carota, di cavolo verza, di zucchine. E via così. I piatti son tutti un germoglio minuto e croccante.

Uova di Parisi.
Ultima doverosa citazione. Le più buone, un retrogusto di mandorla che si sente davvero, un tuorlo che incorpora l’aria tre volte più del normale. Ma sinceramente, proprio per tutte le preparazioni servono le uova di Parisi o ce le giochiamo per fare gli splendidi? Come quelli che, con lo stesso orgoglio con cui ostentano l’ultimo acquisto Vuitton, ti invitano a cena e strizzandoti l’occhio proclamano “ho usato le uova di Parisi”.

Quanto dureranno gli ingredienti celebri? E quando saranno scalzati da nuovi noti o redivivi cibi? Di cosa non potete fare a meno tra gli alimenti più o meno celebri?

[Crediti | Immagine: Seasaltwithfood]