di Martina Liverani 14 Dicembre 2011

Il libro di cucina che vorrei regalarmi a Natale non è ancora stato scritto: non sono ancora riuscita a trovare qualcosa che soddisfi il mio modo di intendere il cibo e in cui quest’anno riconoscermi, abbandonarmi senza remore, farmi stupire. Ho trentanni trentaquattro anni, quell’età in cui “se siamo religiosi, siamo religiosi convinti. Se siamo atei, siamo atei convinti. Se siamo dubbiosi, siamo dubbiosi senza vergogna” (cit. Oriana Fallaci).

A questa età mi serve un libro di cucina che sappia come rapportarsi alle mie esigenze, soprattutto che sappia come rivolgersi al mio essere adulta, curiosa, impegnata, soddisfatta ma pur sempre dubbiosa. Volendo essere propositiva, mi son permessa di stilare una piccola lista delle caratteristiche del libro di cucina perfetto per ragazze over 30:

1. Potrebbe non essere un libro. Nel senso tradizionale del termine, intendo. Almeno non di carta. Magari un e-book o una App: quando cucino con a fianco il mio iPad, dalla cover sporca di farina e cacao, mi sento una domestic-diva della nuova era!

2. Non sarebbe un libro di ricette. Parlare di cibo, senza dare ricette è possibile. Si, ve lo assicuro. E non so voi, ma io non ne posso più di vedere ricette OVUNQUE. La ricetta, così come un libretto di istruzioni, mi crea una certa ansia da prestazione, e quasi mi fa perdere il piacere di cucinare. Non mi serve l’elenco meticoloso degli ingredienti con rispettive grammature, piuttosto ispirazioni, idee, suggestioni. Ogni volta che leggo un libro di ricette, salvo i grandi classici, mi sembra sempre già vecchio. Capita anche a voi?

3. Dovrebbe insegnarmi a improvvisare. Vorrei un libro che mi trasmettesse la libertà di poter disobbedire alla ricetta, adattarla alla stagione o alle disponibilità del mio frigorifero, o ai miei gusti o a quelli dei miei ospiti. Che mi fornisca le tecniche di base, i segreti e le informazioni che le nostre mamme e nonne hanno dimenticato (o consapevolmente omesso) di dirci.

4. Non dovrebbe prendermi in giro: a trent’anni, ma anche trentuno, trentadue, trentatré e trentanove, non ci beviamo la filosofia del minimo sforzo, massimo risultato. Non c’è niente di male se a volte usiamo consapevolmente prodotti surgelati, o semi-lavorati, ma sappiamo bene che il risultato non sarà massimo. L’incrocio tra qualità, risparmio e velocità è una impossibile utopia, come le creme antirughe che agiscono in 24h, quelle anticellulite che snelliscono mentre dormi o le diete miracolose. Con il minimo sforzo, difficilmente avremo un massimo risultato. In cucina, come nella vita.

5. Non dovrebbe darmi dei tempi. Noi over trenta siamo maghe della conciliazione: le nostre giornate sono un turbinio di impegni, persone, orari, faccende, consegne. Abbiamo finalmente capito che non ce la facciamo a fare tutto: non vorrei un libro che fomentasse il mio stress da crono-ottimismo, tantomeno mi istigasse al fast-food o fast-cooking, piuttosto che mi insegnasse a rallentare, soprattutto in cucina. Perché la cucina non è una gara a cronometro. Perché mai dovrei cucinare in 15 minuti, 20 minuti, meno di trenta o più di quaranta?

6. Non dovrebbe farla troppo facile: in realtà ci sono certe preparazioni che non sono così banali. E’ giusto approcciarle con il dovuto impegno e timor reverenziale, senza naturalmente perdere l’entusiasmo. E poi, provare, provare, provare. Sbagliare anche, ma come diceva Julia Child: il bello della cucina è che si possono mangiare i propri errori. E non capita in tutte le situazioni della vita. Non voglio essere infallibile, voglio sapere che è ammesso lo sbaglio. Che liberazione! E che bello: a trent’anni, se siamo dove siamo, è (soprattutto) grazie ai nostri errori.

7. Ma neanche farla troppo difficile. Se sono riuscita a laurearmi, ottenere un lavoro, perdere un lavoro, un fidanzato, ritrovare un lavoro, allevare un cane e un panetto di lievito madre, progettare una app, fare affari il Cyber Monday, montare da sola un armadio IKEA, credo, anzi ne sono certa, che potrei riuscire anche a fare un pandoro, se solo lo volessi.

8. Vorrei che contemplasse anche alimenti grassi e che non s’azzardasse a parlare di calorie e di cibi light. Vogliamo cibo vero, senza compromessi. Cibi politicamente scorretti, fuorilegge. Ribelli e irriverenti, come lo sono i trent’anni. E anche alcol, molto alcol.

9. Non dovrebbe essere scritto da un personaggio televisivo riciclato ai fornelli. Nemmeno da un’attrice che fino a qualche mese prima faceva notizia per la dieta provata, una testimonial di sorbetti da supermercato, di surgelati, o da una ex modella.

10. Dovrebbe farmi porre delle domande, piuttosto che darmi risposte. Non pretendere che io mi accontenti di risultati apprezzabili, compromessi storici, surrogati di cibo. Piuttosto che sviluppi in me il senso critico, il giudizio, la scelta.

E voi? Ditemi quali imprescindibili caratteristiche dovrebbe avere il libro di cucina che non esiste e di cui sentite la mancanza, ora che avete abbondantemente superato la soglia dei trenta? Svegliatevi dunque, smettetela d’essere così razionali, ubbidienti, rugosi..!

[Crediti | Martina Liverani è l’autrice del blog Curvy Foodie Hungry, immagine: Amazon]