di Stefano Caffarri 18 Aprile 2010

Mi piace avere gente per casa la domenica a mezzogiorno. Si arriva al pranzo rilassati, a luce piena: si può tirare lungo, senza il timore di impiombarsi tra le braccia di Morfeo con il rumine in funzione; si può terminare la giornata con una salvifica passeggiata sull’erta di Cà del Vento, tra calabroni e gessi messiniani, o magari sudar via un paio di camicie attorno al tavolo da tennis-tavolo. Mi piace preparare qualche piatto a seconda dell’umore, della stagione e del colore del cielo, dell’amico che mi siederà di fianco o delle idiosincrasie alimentari della sua compagna; mi piace trafficare per i PEU (Piccoli Esseri Umani) con qualcosa di semplice  ma possibilmente non banale; mi piace piazzarmi in posa meditativa davanti alle (sempre troppo piccole) rastrelliere in cantina per cavarne quelle due o tre bottiglie. E il convivio diventa un luogo a parte, dove i cuori si avvicinano più dei cervelli, i sorrisi si allargano e gli occhi diventano liquidi.

Quel celebre detto “mi casa es su casa” è il perfetto epigramma che scriverei sull’architrave della mia porta, se ne avessi uno. Senza tracimare di offerte che affoghino l’ospite, senza tirar fuori il servizio bello o aprire la stanza della festa. Ma per condividere quella gaiezza contagiosa che si coagula attorno a una tavola, a un bicchiere.

Mi piace anche quando qualcuno mi invita: è sempre il modo più piacevole per entrare in un mondo nuovo, per vedere – e imparare – nuovi universi, nuovi punti di vista. D’istinto, per come mi avvicino io all’evento quando tocca a me, mi verrebbe voglia di presentarmi a mani scosse: mi piace quando gli amici che suonano alla porta di casa non portano nulla “per presentino”. E’ un gesto di fiducia completa che sfiora l’abbandono: eccomi, sono nelle tue mani. Preferisco le mani aperte, vuote e libere per un abbraccio entusiasta piuttosto che quelle bottiglie scelte un po’ a caso, quel dolcetto fatto in fretta che mi sanno di regali riciclati a Natale. Invece: il massimo godimento sarebbe sentirmi dire Sono venuto a mani vuote parchè tanto so che ci pensi tu. Quale più grande atto d’amicizia?

Trovarsi per condividere il momento catartico del mangiare non è l’esame in cui viene messa sotto giudizio l’aderenza al modello perfetto della Famigliola: non interessa. Interessa sapere se possiamo sentirci desiderati & considerati, oppure se dobbiamo restare seduti tutto il tempo sulle puntine da disegno perchè c’è la tappezzeria nuova o i bicchieri “sposadòr”.

Poi c’è l’abisso dei pranzi “ognuno porta qualcosa”, ma di questo parleremo un’altra volta.

Immagine: Daniele Sepe