di Federico Di Vita 10 Luglio 2020
cover, la cucina della notte, sendak

Di solito qui non scriviamo di libri per bambini o ragazzi, anche perché i libri di quel tipo raramente trattano di cucina né tantomeno di gastronomia, eppure capitano eccezioni talmente delicate e ispirate da farmi provare per una volta a entrare in questo territorio. Del resto chi ama il cibo e le storie potrà apprezzare La cucina della notte di Maurice Sendak (Adelphi) e comprare ai suoi fanciulli un bellissimo volume illustrato, con la scusa naturalmente di regalarlo a se stesso – come spesso succede in questi casi.

Maurice Sendak è stato un illustratore statunitense di grandissimo talento e di notevole sensibilità, noto principalmente per il capolavoro Nel paese dei mostri selvaggi, ma la delicatezza onirica del suo tratto è intatta anche nel bellissimo La cucina della notte, libro che per altro – scopro in questo istante – è stato al centro, al tempo della sua prima uscita, nel lontano 1970, di polemiche che col senno di poi mi appaiono davvero un po’ assurde. Vertevano infatti attorno a una delle prime scene del volume, in cui tre cuochi con le fattezze palesemente ricalcate su quelle del comico Ollio (l’indimenticato Oliver Hardy della celebre coppia Stanlio e Ollio) provano a infilare Mickey, il bambino protagonista della storia, in un forno insieme agli ingredienti di una torta.

Questo dettaglio, combinato con i baffetti à la Hitler che sfoggiano i tre grassi cuochi notturni, ha fatto cogliere a qualcuno degli impliciti riferimenti all’olocausto, ritenuti al tempo irricevibili. Leggendo il libro c’è da sgranare gli occhi, oltretutto Sendak era di origine ebraica e aveva la questione particolarmente a cuore.

Il suo tratto vagamente anni ’30, non lontano da quello delle migliori animazioni Disney, ci porta in realtà nel cuore di un sogno, in cui al protagonista capita effettivamente di far parte degli ingredienti di una cucina, ma dopo essere stato infilato nell’impasto dai tre cuochi, ne esce con una sorta di corazza di crostata e, trovata una pagnotta a lievitare, la modella in forma di aeroplano, con cui volare alla ricerca dell’ingrediente mancante per completare la torta: il latte.

A quel punto col suo morbido aereo d’impasto va a prenderlo direttamente alla fonte, cioè nella Via Lattea (dove sennò?), e uscendo di casa vede per magia tutta la città – una New York trasfigurata? – tramutarsi in un’immensa credenza: con cavatappi, fruste, schiaccianoci, bottiglie di Champagne, saliere, bricchi e barattoli a gareggiare al posto dei grattacieli sullo sfondo di un cielo infinito. La cucina diventa così il mondo e gli ingredienti vanno colti nel cuore dello spazio interstellare.

Più che all’olocausto – che davvero bo’ – a me questa storia fa pensare a un apologo di Kafka, Il cavaliere del secchio, che alla fine della sua vicenda a bordo del suo umile secchio spicca il volo sparendo alla nostra vista. Il nostro Mickey al contrario non fa altro che svegliarsi nel suo letto, il suo sogno gastronomico non sarà stato provocato da altro che da una gran fame, oppure può essere interpretato come la proiezione di un desiderio non colto nella giornata appena trascorsa – quello di una bella fetta di torta – o magari qualunque altra cosa possa venire in mente ai vostri figli (e a voi) sfogliando queste splendide pagine cariche di mangereccia poesia. Chissà poi che a lettura finita ai vostri fanciulli non venga voglia di mettersi ai fornelli…