di Carlotta Girola 1 Marzo 2016
La cuoca bendata, Benedetta Parodi

Benda sadomaso, sorriso bricconcello, frangetta sbarazzina, nonchalance svanita da massaia per finta, uno studio colorato e “di plastica” degno di Art Attack.

Ops, Benedetta Parodi l’ha rifatto: su Real Time, da qualche giorno, la Benedetta nazionale si trasforma in orario quasi-cena ne La Cuoca Bendata, nuovo (?!) format che prevede la sfida fra 3 cuochi non professionisti intenti a cucinare mentre la Parodi li ammorba con la fiera dell’ovvio.

Il tutto culminante in un anti-climax finale che al confronto “Il piccolo Lord” vincerebbe l’Oscar nella categoria horror: ovvero l’assaggio finale della cuoca bendata.

Una Parodi accecata che, a tentoni, azzanna i due piatti finalisti e ne decreta il migliore.

Non ce l’hanno fatta nemmeno stavolta quelli di Real Time: hanno voluto semplicemente rimpastare il solito arcinoto e stucchevole mix di gente qualunque terrorizzata dalla telecamera, quindi meno comunicativa di un pinguino muto.

Con l’aggravante di un format deboluccio, vagamente insulso e senza alcun guizzo.

Peccato, però: la Parodi, nella sua veste umana, non mi è mai dispiaciuta.

Non ovviamente per gli indubbi colpi di grazia alla storia millenaria della cucina italiana, consumatisi a suon di strizzatine d’occhio alla panna, Mars fritti, piatti bruciacchiati, ricette raffazzonate alla meglio.

Invece ne ho sempre apprezzato la verve spensierata, quell’anima un po’ pasticciona che rilassa, rimette in equilibrio col mondo reale. Il mondo fatto di gente che “una volta mi è venuto bene un cupcake, quindi sono un’ottima cuoca“.

Ma ora c’è la cuoca bendata: una Benedetta in versione giudice bonario che, invece di trasformarsi in un Bastianich qualsiasi che fa volare il piatto (sarebbe un’evoluzione del personaggio rivoluzionaria e destabilizzante), è complice delle piccole brutture che i concorrenti le propinano. Non dopo aver seguito pari pari la ricetta della Maestra, Benedetta appunto.

Prendete la prima puntata: tre teenager si sfidano a cookies e hamburger. Se la versione dei cookies alla Nutella è studiata per mettere a proprio agio il pubblico ggiovane, chi di voi starebbe seduto tranquillo mentre si consuma la tragedia?

Tragedia che ha la forma lacrimevole della guacamole nel senso parodiano (da Parodi) del termine: metti nel minipimer l’avocado e il pomodoro (il pomodoro?!) e fanne uscire una sbobba a metà strada tra guacamole e gazpacho. Il colore non è dei più confortanti, il sapore non voglio nemmeno immaginarlo. Almeno non confrontato alla guacamole fatta come Montezuma comanda.

Vedo chef messicani in fin di vita, li vedo.

E, in fondo, è proprio questo che non capisco.

Perché, arrivati a questo punto, la tv italiana non esonera la Parodi dalla tirannia della cucina? Perché non assegnarle, che ne so, la conduzione di Sanremo? E’ un personaggio, tutti la amano, è nazional-popolare proprio come il festival più amato dagli italiani.

Perché ostinarsi così cocciutamente a confinare tanta beltade, tanto buonumore, tanta goffaggine alla cucina da tv?

Questo è un appello: volete mettere cosa potrebbe combinare sul palco di Sanremo?

Che qualcuno mi ascolti…