di Luca Iaccarino 6 Luglio 2018

Sono un maniaco della stagionalità della frutta. Non per questioni ideologiche o politiche, per ragioni squisitamente pratiche: al vertice del proprio periodo l’ortofrutta tocca il minimo del prezzo e il massimo del gusto.

Rispetto talmente tanto la stagionalità che in decenni i gusti si sono abbinati indissolubilmente al clima, alla lunghezza delle giornate, all’atmosfera del periodo.

– La fragola è l’inizio della primavera, la prima cosa rossa e dolce e profumata che ti dice che il peggio è passato.

– La ciliegia è la fine della scuola per i ragazzi, le ultime fatiche lavorative e così l’albicocca.

– La pesca è l’inizio dell’estate, il costume, i bagni, le serate sotto le stelle.

– Il melone e l’anguria sono l’estate piena, il cuore della vacanza.

– Il fico è il canto del cigno: un trionfo lussurioso di dolcezza che ti fa capire che la festa sta per finire.

– Quindi ecco l’uva, l’aria si raffredda, si riprende a lavorare, le giornate si accorciano, si tornerà in ufficio.

Se il mondo fosse un posto brutto tutti odieremmo l’uva perché ci farebbe venire in mente l’autunno, la morte dell’estate.

[Il sapore di frutta e verdura è peggiorato: ci avete fatto caso?]

Ma il mondo è meno peggio di quanto si possa immaginare: con l’uva si fa il vino e con il vino si riesce a superare l’inverno.

In attesa che tornino le fragole.